Datacheck e l’informatica per l’assicurazione della Qualità

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D. Ci presenti la Datacheck
Risposta: Siamo una piccola realtà informatica ma con un’elevata specializzazione, abbiamo superato con successo le numerose evoluzioni tecnologiche informatiche che si sono succedute in tre decenni; un traguardo molto significativo per una società di software.
Le nostre soluzioni non solo gestiscono completamente tutti i processi dei laboratori, ma garantiscono alle organizzazioni di operare in conformità alle numerose normative nazionali, europee ed internazionali.
Sono competenze molto particolari ed in continua evoluzione, che si possono trovare in società di consulenza specializzate, ma che Datacheck ha da sempre al suo interno.
Sviluppiamo software ed abbiamo un team di consulenti specializzati che seguono il progetto di implementazione, portando al Cliente finale tutta la nostra esperienza del settore.

D. Da quanto lavorate nel settore cosmetico e quale è stata la motivazione principale?
Risposta: Abbiamo Clienti produttori di cosmetici da parecchi anni, che usano le nostre soluzioni nei loro laboratori di Controllo della Qualità, ma l’applicazione del Regolamento CE 1223/2009 e la normativa GMP ISO 22716 hanno spinto le aziende del settore cosmetico a dotarsi di supporti informatici specializzati, ed in collaborazione con un nostro importante cliente, abbiamo ampliato la nostra soluzione con nuove funzionalità dedicate allo sviluppo formulativo (database Cosing, restrizioni, vincoli di impiego, metodi di lavorazione, stabilità), alla valutazione della sicurezza (calcolo SED e MOS) ed alla produzione del PIF per prodotti cosmetici in più lingue e formati.
Tutte le nostre soluzioni sono sviluppate in collaborazione con i nostri clienti e quindi analizzate e verificate sul campo, nei vari ambiti gestionali, dalla ricerca e sviluppo, alla produzione del prodotto finito e sono facilmente integrabili a qualsiasi soluzione ERP aziendale. Le affinità del settore cosmetico con il settore farmaceutico sono moltissime, e anche le attuali normative stanno andando verso quelle del farmaceutico, che da sempre è il settore più normato e controllato.
Come per il farmaceutico, anche per la cosmesi la qualità dei prodotti è legata alla salute del consumatore.

D. Quali evoluzioni nel prossimo futuro?
Risposta: Il prossimo futuro vedrà l’inserimento nelle nostre soluzioni delle tecnologie ormai presenti nella nostra vita quotidiana: utilizzo di device mobili e dati in cloud.
L’evoluzione tecnologica è per noi una componente importante, al pari del continuo miglioramento delle funzionalità, per far sì che il lavoro degli addetti al controllo qualità ed alla ricerca, sia il più semplice e controllato possibile, prevenendo errori ed aumentandone la qualità, riducendo considerevolmente il time-to-market dei nuovi prodotti.
Anche il tema “Innovazione 4.0” è alla nostra attenzione e sono allo studio le attività necessarie per far comprendere in questo ambito anche le nostre soluzioni.

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Risponde Gian Carlo Cavalli, Sales & Marketing Manager

D. Il settore cosmetico come recepisce l’innovazione informatica?Schermata 2017-11-21 alle 12.53.16
Risposta: Il settore cosmetico italiano è composto da tante piccole e medie imprese, spesso produttori per conto terzi, ma anche da aziende che con il notevole sviluppo del mercato degli ultimi anni sono diventate medio-grandi organizzazioni. Proprio queste imprese si sono ritrovate con sistemi non adeguati alle necessità che la dimensione ed il mercato impongono, e proprio in questi anni molti nostri clienti stanno sostituendo i loro sistemi gestionali. Il controllo qualità e la ricerca e sviluppo sono reparti spesso gestiti con bassa tecnologia e molta attività manuale. L’inserimento di sistemi compartimentali specializzati come il LIMS o il Dispensing, in contemporanea ai nuovi gestionali è un’occasione unica, che permette all’impresa di affrontare con tranquillità e sicurezza il business e la conformità alle normative.
Le piccole-medie imprese cosmetiche hanno più difficoltà ad investire in strumenti informatici specializzati, perchè spesso mancanti di strutture ed esperienze informatiche. Sono però ora “spinti” dall’applicazione delle normative e dalle richieste di maggior qualità dalle aziende committenti.
Le nostre soluzioni sono operative sia presso le più importanti aziende italiane della cosmesi, ma anche presso piccoli laboratori con un solo utente, grazie alla elevata configurabilità e a progetti di implementazione step-by-step.

D. Come Datacheck risponde alle esigenze ad elevata variabilità dei produttori di cosmetici?
Risposta: A differenza del settore farmaceutico dove la produzione di nuovi prodotti ha un ciclo lungo e complesso, il settore cosmetico lancia senza sosta nuovi prodotti, per seguire la moda o per l’applicazione di nuove sostanze e metodi applicativi.
Il numero delle informazioni da gestire è sempre più elevato e variabile e non può più essere gestito da documenti cartacei o con strumenti di office automation.
Datacheck permette alle imprese del settore cosmetico di gestire in tranquillità tutte le esigenze dovute alla numerosità dei prodotti e dei loro confezionamenti, alle varianti produttive: creme, lozioni, profumi, make up, ecc., sia per il consumatore finale che per il mercato professionale.
La nostra politica di evoluzione delle soluzioni è da sempre quella di recepire tutte le tipologie ed esigenze del settore ed inserirle nelle nostre soluzioni standard, eliminando completamente il problema delle “personalizzazioni”.
La nostra esperienza e la specializzazione delle nostre soluzioni sono gli elementi principali che offriamo ai nostri clienti, che devono gestire e ottenere più qualità.

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Tepezcohuite, l’albero della pelle

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Schermata 2017-11-09 alle 14.35.12Il genere Mimosa appartiene alla grande famiglia delle Leguminosae e include quasi 500 specie, di cui la maggior parte d’origine americana. Le mimose possono essere molto variabili nell’aspetto, da piccole piante striscianti quali la graziosa M. pudica, nota per le foglie che si chiudono velocemente quando toccate, sino ad alberi di notevoli dimensioni. Una specie apparentemente insignificante – un alberello o arbusto spinoso alto 2-5 m – da tre secoli è diventata protagonista di un’avvincente storia sociale-religiosa in Brasile, e negli ultimi 40 anni ha visto acquisire importanza fitoterapica in Messico, sino a raggiungere la ribalta medica internazionale. Si tratta di Mimosa tenuiflora (Will.) Poiret. Nota con il nome popolare di tepezcouhite in Messico e di jurema in Brasile; sino a non molto tempo fa botanicamente era conosciuta come M. hostilis (C. Marth.) Benth., considerato ora un suo sinonimo.

Un fatto curioso, e anche un poco enigmatico, riguarda la considerazione che il tepezcohuite non sembra essere stato noto fra gli Aztechi, i Maya e le altre popolazioni preispaniche, e non è riconosciuto nemmeno un suo impiego medicinale fra le etnie che vivono nell’area messicana di crescita dell’albero o nelle sue vicinanze, quali Zoque, Mixe, Popoloca, Huave e Zapotechi. Il suo utilizzo terapeutico sembra essere stato promosso in tempi recenti da parte di gruppi mestizo, e la fama delle sue “miracolose” proprietà nelle lesioni dermiche ha raggiunto oggigiorno l’intera popolazione messicana e mondiale (1). A tutt’oggi restano dunque enigmatiche le origini della scoperta delle sue proprietà medicinali; origini che sembrano comunque piuttosto recenti, e che testimoniano la continuità di un vivace potenziale di ricerca e osservazione popolare della natura.

Le proprietà curative del tepezcohuite nelle ustioni acquisirono notorietà internazionale in seguito a una serie di eventi catastrofici verificatisi in Messico negli anni ‘80, fra cui l’eruzione del vulcano Chichonal nel 1982, l’incidente industriale di San Juan Ixhuatepec nel 1984, un terremoto del 1985, e un grave incidente aereo nel 1986. Questi incidenti generarono un grande numero di ustionati, che furono trattati positivamente con applicazioni topiche della corteccia di tepezcouhite. Il disastro di San Juan Ixhuatepec, un paesino vicino a Città del Messico, rappresentò una delle più gravi catastrofi industriali del pianeta, quando 54 giganteschi contenitori di gas naturale liquido scoppiarono uno a uno nel corso di una notte, incenerendo letteralmente il vicino paesino e diverse centinaia di persone, e lasciando sul campo oltre 5000 feriti che riportarono gravi ustioni su tutto il corpo.

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.34M. tenuiflora è specie prettamente tropicale, diffusa in diverse aree dell’America Latina: cresce in Messico (stati di Oaxaca e Chiapas), nell’America Centrale (El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama), e nell’America Meridionale (Colombia, Venezuela, Brasile) (2).

L’etimologia del termine messicano tepezcohuite – altrimenti noto come tepescahuite, tepescohuite e tepesquehuite – è incerta. È sicuramente di derivazione nahuatl, la lingua uto-azteca più diffusa nel Messico centrale, e la seconda parte della parola significa “albero” (cuahuitl). L’incertezza risiede nella traduzione della prima parte, variamente interpretata dagli studiosi come “monte” (tepetl), “pelle” (tepex) o ferro (da tepustli), offrendo quindi la rosa interpretativa di “albero del monte”, “albero della pelle” o “albero di ferro”, dove quest’ultima traduzione alluderebbe alla durezza del suo legno (3). Tuttavia, dato che l’albero del tepezcohuite non è prettamente montano, potendo crescere dal livello del mare sino ai 760 m di altitudine, verrebbe da escludere la prima interpretazione come “albero del monte”, e per via delle sue proprietà rigenerative della pelle, la traduzione più plausibile parrebbe essere quella di “albero della pelle”. Nelle altre regioni americane della sua presenza, questa mimosa è chiamata carbón, carbonal, cabrera, cabrero, carbón negro, mentre in Brasile è nota come calumbi, jurema preta o semplicemente jurema. Come vedremo, il principale impiego brasiliano di questa pianta è di tutt’altra natura, e si basa su una proprietà particolare della sua corteccia, quella di indurre stati psichici visionari.

Usi tradizionali e commerciali

Come detto, l’impiego del tepezcohuite nelle ustioni e altre patologie cutanee è originario di una ristretta area del Messico. Fra le popolazioni tradizionali sudamericane si stanno attualmente registrando impieghi simili, ma non è chiaro se ciò sia frutto di contaminazioni culturali recenti, dovute alla diffusione della notorietà di questo albero proveniente dal Messico o, più probabilmente, di rimbalzo dalla globalizzata cultura occidentale. Le popolazioni della caatinga (un particolare ambiente ecologico semi-arido del Brasile nord-orientale, dove crescono gli alberi della jurema) impiegano da tempi “pre-messicani” la loro jurema per scopi medicinali, ed è pressoché sempre la corteccia la parte ricercata. Nella regione di Pernambuco la polvere di corteccia di M. tenuiflora viene disciolta in acqua fredda, oppure ne viene fatto un infuso caldo, e assunta in tal modo per os nel trattamento delle disfunzioni epatiche, dell’anemia e delle appendiciti (4). Nello stato brasiliano di Ceará (Milagres) la corteccia è impiegata in infusione per il dolore ai denti, e come bagno nelle ferite esterne (5). Nello stato di Bahia (Palmeiras) la corteccia è impiegata nel trattamento dei raffreddori e delle ferite (6). Pure nei culti afro-brasiliani la jurema è impiegata come medicinale, per curare le infezioni e le infiammazioni, e nella caatinga è usata per alleviare la fatica e rinforzare l’utero (7). Oltre che per le proprietà medicinali e per quelle visionarie, M. tenuiflora trova impieghi utilitaristici e manifatturieri. Il legno del tronco è usato come legna o come carbone da ardere sia in Messico che in Brasile, mentre la corteccia, ricca in tannini, è usata come colorante per i tessuti (8) e per produrre un adesivo (9). In Messico, nell’impiego popolare viene preparato principalmente un decotto di tepezcohuite, mescolando la corteccia polverizzata con acqua e bollendo sino a ottenere un’elevata concentrazione. Con il prodotto così ottenuto si bagnano delle bende da apporre sulle aree della pelle ferite. Il medesimo decotto viene impiegato come gargarismo nei casi di escoriazioni interne di bocca, palato, gengive, ed è assunto oralmente contro i parassiti o altri problemi gastrointestinali (10). Nel corso di un nostro recente viaggio nello Yucatan, in Messico, e a seguito di colloqui intrattenuti con alcuni venditori di prodotti a base di tepezcohuite, abbiamo ricevuto la conferma che nell’impiego popolare la polvere della corteccia è impiegata anche nella sua forma naturale, sia applicata topicamente che ingerita, senza passare dal decotto. Per quanto riguarda i moderni usi commerciali, la corteccia di tepezcohuite viene impiegata in un’estesa varietà di formulazioni, e nei prodotti commerciali sono fornite le seguenti indicazioni:

• polvere della corteccia, indicata nelle bruciature di secondo e terzo grado, parrebbe favorire la cicatrizzazione e alleviare il dolore (tuttavia, è stato osservato che nelle ustioni severe, di terzo grado, il contatto della polvere con i tessuti danneggiati forma una crosta impermeabile dovuta alla presenza nella corteccia di gomme, cristalli e tannini, che impedisce l’ossigenazione tessutale necessaria per la cicatrizzazione).
sapone, in tutti i tipi di dermatosi, acne, macchie, rughe, smagliature da gravidanza.
pomata, in varie lesioni cutanee: ustioni lievi, affezioni varie della pelle, macchie, funghi e negli herpes simplex e zoster.
estratto, in allergie, eczemi, cicatrici e come vasotonico.
capsule (per os), in iperacidità, gastriti, ulcera peptica e duodenale, coliti, emorroidi e (perfino) emicranie.
talco, sulle ferite, in reazioni allergiche, eruzioni e atrofie cutanee.
shampoo, fortifica il cuoio capelluto, riduce la forfora e la caduta del capello.
gomme da masticare, contro acidità gastrica, emicrania, mal di denti e infezioni alla bocca.
crema umettante, rigenera la pelle e attenua le linee d’espressione.
crema con collagene, rigenera la pelle, riduce le macchie e rallenta la formazione delle rughe (11).

Nello Yucatan abbiamo trovato in commercio anche saponi a base di foglie e non di corteccia di tepezcohuite, oltre a preparati in collirio:

collirio, in secchezza, arrossamenti, bruciori, congiuntiviti, “nubi”, cataratta, miopia.

L’area di raccolta su larga scala del tepezcohuite è incentrata nello stato messicano del Chiapas; una raccolta intensiva che sta rischiando di impoverire se non addirittura estinguere le stazioni di crescita.

L’elevata richiesta da tutto il mondo sta ponendo anche un problema di qualità del prodotto, presentandosi casi di contraffazioni mediante adulteranti, fra cui sono state individuate cortecce di altre Leguminose (Mimosa arenosa, Acacia pennatula), di Byrsonima crassifolia (Malpighiaceae), Luehea candida (Tiliaceae) e Guazuma ulmifolia (Sterculiaceae) (12).

Il tepezcouhite è presente nel commercio erboristico italiano, sebbene non sembra sia ancora molto diffuso.

Molti erboristi lo conoscono, ma solo alcuni lo rendono disponibile nei negozi, con prodotti di case erboristiche principalmente italiane, sia in forma di pomate che di polvere fina della corteccia, entrambe in applicazione rigorosamente topica; alcune ditte preparano anche estratti acquosi e alcolici, sempre per applicazioni topiche.

Le pomate vengono consigliate per problemi dermatologici quali escoriazioni, arrossamenti, foruncoli, mentre la polvere è suggerita nel caso di bruciature, tagli, arrossamento da pannolino e v’è chi suggerisce la psoriasi (in quest’ultimo caso con un trattamento di lunga durata).

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.55Aspetti biochimici

La corteccia di M. tenuiflora produce un cospicuo insieme di principi attivi, e ciascuna tipologia ha evidenziato specifiche proprietà farmacologiche e terapeutiche.

Dalla corteccia di campioni messicani sono state isolate tre saponine triterpenoidi, nominate mimonosidi A-C (13), tre saponine steroidi, alcuni steroli, fra cui lupeolo, campesterolo e stigmasterolo (14), oltre a elevate concentrazioni di tannini, che possono superare la concentrazione del 16% (15).

In cortecce di campioni messicani sono stati isolati dei polisaccaridi denominati arabinogalattani (16), mentre nelle foglie e nella corteccia di campioni brasiliani sono stati individuati dei flavoni, fra cui la sakuranetina (17). Ancora, dai rami piccoli di piante  del Chiapas sono stati identificati due calconi, nominati kukulkanine A e B (18).

Per quanto riguarda gli alcaloidi, M. tenuiflora e alcune altre congeneri producono dei derivati triptaminici dotati di potenti proprietà allucinogene, e di cui il principale è il DMT (dimetiltriptamina). La corteccia dei campioni brasiliani può raggiungere e superare concentrazioni dell’1% del peso secco; considerando che un dosaggio medio di DMT per l’uomo adulto è fra i 30 e i 50 mg, si tratta di concentrazioni elevate (19).

I campioni messicani sembrerebbero produrre concentrazioni inferiori di alcaloidi, non essendo state per ora registrate concentrazioni superiori allo 0,35% del peso secco, con la massima concentrazione nel periodo estivo (gennaio) e la minima in quello invernale (giugno). Con lo scopo di evitare il più possibile il rischio di assorbimento dermico del DMT nel contesto del trattamento delle affezioni dermiche, per scopi commerciali viene quindi preferita la raccolta della corteccia durante il periodo invernale (20).

La maggiore concentrazione di DMT è stata per ora ritrovata nella corteccia di M. ophthalmocentra, raggiungendo l’1,6% del peso secco, una quantità davvero eccezionale, e che fa di questa pianta l’essere vivente che ne produce di più in assoluto. Anche questa specie è impiegata nei riti brasiliani della jurema sotto il nome di jurema vermhela (21).

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.18Proprietà farmacologiche

Come si è visto, le principali indicazioni mediche dei preparati derivati dalla corteccia di tepezcohuite comprendono il trattamento di ferite cutanee, ulcerazioni, e ustioni.  Dati clinici provenienti da studi messicani e internazionali, tra cui uno italiano, hanno confermato l’efficacia di questa terapia.

I tannini della corteccia di tepezcohuite sembrano ricoprire un ruolo importante nel meccanismo di guarigione, dato che possiedono proprietà antimicrobiche, evidenziate in studi in vitro, contro un ampio gruppo di microorganismi Gram-positivi e negativi, lieviti e dermatofiti. Lo spettro antimicrobico si estende dall’inibizione della crescita di Gram positivi (Staphylococcus aureus), a Gram negativi (Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa) e funghi (Candida albicans). La maggiore attività riscontrata nei confronti dei Gram+ rispetto ai Gram–  è dovuta probabilmente ai gruppi fenolici presenti nella corteccia, che riescono a penetrare con difficoltà la barriera dei Gram– costituita dal lipopolisaccaride batterico (22). Estratti etanolici di corteccia di M. tenuiflora hanno evidenziato una significativa attività contro ceppi farmaco-resistenti di S. aureus isolati in un ospedale brasiliano, e con tempi di reazione molto brevi, con una riduzione del 99,9% delle cellule microbiche dopo solo 30 minuti dall’applicazione (23). Gli estratti di corteccia di tepezcohuite sono positivamente impiegati nel trattamento delle ulcerazioni venose degli arti inferiori (VLU). Queste ulcere colpiscono circa l’1% degli adulti durante il corso della vita, e sono dovute a un’insufficienza vascolare la cui cronicizzazione comporta un aumento della pressione nelle vene delle gambe e l’induzione di una cascata deleteria di determinati eventi metabolici. I trattamenti moderni prevedono lavaggi e sbrigliamenti quotidiani della ferita congiuntamente all’impiego di antibiotici topici e di bendaggi compressivi; tuttavia, in numerosi casi questi trattamenti sono inefficaci, e le ulcerazioni persistono per mesi o anni, causando dolore cronico e disabilità.

L’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcerazioni venose agli arti inferiori è stata esaminata da gruppi di ricerca messicani: in un primo studio è stata valutata la risposta di pazienti affetti da diversi anni (8-9 in media) da questa patologia, non responsivi ad altri rimedi e procedure. Il trattamento consisteva nell’applicazione di un idrogel a base di un estratto di corteccia di tepezcohuite. La risposta è stata poi confrontata con quella del  gruppo di controllo, trattato con lo stesso idrogel, ma privo degli estratti (placebo). Nel follow-up a tredici settimane si è riscontrata risposta positiva nel 92% dei pazienti del gruppo, rispetto ad un solo paziente del gruppo di controllo.

Gli effetti cicatrizzanti sono stati osservati sin dalle prime settimane di trattamento, e la completa cicatrizzazione ha richiesto tempi differenti a seconda della grandezza dell’area dell’ulcera. Nessun paziente ha riscontrato effetti collaterali (24).

Una risposta critica a questo studio è stata successivamente prodotta dal gruppo di Lammoglia-Ordiales, in cui vengono analizzati nuovamente gli effetti degli estratti di mimosa sul trattamento delle VLU, utilizzando criteri di valutazione più selettivi. Secondo gli autori, non ci sarebbero differenze statisticamente significative nei risultati ottenuti con i due tipi di trattamento – idrogel con estratti di mimosa rispetto al solo idrogel – nell’evoluzione clinica della ferita, sebbene l’istologia mostri una riduzione dell’infiltrato di neutrofili nella ferita, caratteristica che depone per gli effetti anti-infiammatori degli estratti. Questo quadro istopatologico non ha trovato riscontri clinici sull’evoluzione della ferita (25). Resta quindi da confermare, su campioni di pazienti più ampi, l’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcere venose agli arti inferiori.

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.36Anche in Italia è stato sviluppato uno studio clinico con il tepezcohuite, con risultati molto promettenti. L’indagine è stata condotta presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica di Ortona su un campione di 65 donne in allattamento affette da ragadi del capezzolo. Sulle aree coinvolte dalle ragadi è stata applicata una pomata a base di M. tenuiflora e Calendula officinalis, integrate con vitamine A ed E. La calendula esplica un’azione sinergica con quella del tepezcohuite, per via del suo contenuto di esteri triterpendiolici, che hanno riconosciute proprietà anti-infiammatorie e di riduzione degli edemi, favoriscono la rigenerazione epiteliale, oltre ad avere proprietà antibatteriche e antiossidanti. La vitamina A è un regolatore epiteliare che stimola le cellule basali nella produzione di muco, mentre la vitamina E ha significative proprietà antiossidanti, ed entrambe le vitamine contrastano il danno indotto dai radicali liberi e aiutano a mantenere il trofismo fisiologico della cute. In seguito a 6-7 applicazioni giornaliere della crema (dopo ogni poppata), è stata osservata una risoluzione delle ragadi sanguinanti nel 95,6% dei casi entro le 48-72 ore, una riduzione di fissurazioni ed eritemi fino a scomparsa totale nell’89-93% dei casi, e un miglioramento dell’elasticità del capezzolo nell’81,5% dei casi. La scarsità di benefici è stata riscontrata in sole 2 donne su 65. Con questi risultati non è stato necessario interrompere l’allattamento, evento che si verifica di frequente in seguito alla comparsa delle ragadi mammarie (26).

Un’altra indagine clinica è stata condotta più recentemente in Francia su 56 pazienti affetti da ulcere diabetiche, da insufficienza venosa e da decubito, ai quali è stato applicato topicamente l’estratto tanninico della corteccia di tepezcohuite da solo o in combinazione con l’estratto tanninico delle parti aeree di Alchemilla vulgaris, quest’ultima dotata di proprietà cicatrizzanti e impiegata tradizionalmente nel trattamento delle vene varicose. Dopo sei settimane di trattamento è stata evidenziata una riduzione del 98% della superficie ulcerosa rispetto al 33% del gruppo di controllo, e una riduzione del volume della ferita del 94% rispetto al 30% del gruppo di controllo. I risultati più positivi sono stati ottenuti con la combinazione, evidentemente sinergica, degli estratti delle due piante. Sono state osservate anche riduzioni dell’essudato della ferita e del dolore. Le proprietà terapeutiche sulle ulcere sarebbero dovute ai tannini presenti in entrambe le piante, in particolare alle procianidine, che neutralizzerebbero l’attività di certi enzimi coinvolti nella degradazione della matrice extracellulare, favorendo quindi la crescita dei fibroblasti (27).

In questi ultimi anni è stato elaborato in laboratorio un composto a base di chitosano e tepezcohuite per applicazioni di ingegneria tessutale (28). Il chitosano è un polimero biodegradabile, derivato dalla chitina, che possiede proprietà cicatrizzanti, emostatiche e batteriostatiche. Le proprietà antimicrobiche sono dovute alla sua natura cationica e, grazie alle caratteristiche di biocompatibilità, biodegradabilità e permeabilità, è utilizzato come sistema di rilascio di farmaci all’interno di tessuti biologici. È stato osservato come la presenza di M. tenuiflora modifichi la superficie dei biofilm di chitosano, migliorandone la stabilità termica, la permeabilità, e l’attività antibatterica, senza evidenziare citotossicità. La maggiore idrofilia comporta un’aumentata capacità del biofilm di assorbire l’eccesso di essudato dalla ferita, previene la disidratazione, promuove gli scambi gassosi tessutali, favorisce la rigenerazione delle cellule morte, protegge la ferita dalle infezioni batteriche. La citotossicità del biofilm combinato (chitosano/mimosa) è risultata significativamente ridotta rispetto a quella dei biofilm presi singolarmente (29).

La medesima combinazione di chitosano e tepezcohuite, nel rapporto ottimale di 80:20, ha evidenziato promettenti proprietà osteogeniche applicabili alla bioingegneria tissutale ossea, essendo dotato di una buona osteoconduttività e promuovendo la proliferazione e differenziazione degli osteoblasti (30).

Parrebbe contribuire all’effetto curativo degli estratti acquosi del tepezcohuite anche una componente polisaccaridica, identificata a elevate concentrazioni nella corteccia e dotata di spiccati effetti stimolanti la crescita cellulare e la proliferazione di fibroblasti cutanei e dei cheratinociti, indice di un impatto positivo di certi carboidrati sulla rigenerazione in seguito a lesioni cellulari. La stimolazione in vitro dei fibroblasti dermici da parte di questi polisaccaridi – arabinogalattani – è stata evidenziata mediante la quantificazione dell’attività mitocondriale, l’indice di proliferazione cellulare e l’espressione genica (31). I medesimi estratti polisaccaridici hanno evidenziato in laboratorio un’attività stimolante la risposta infiammatoria di tipo acuto, attraverso il coinvolgimento dell’ossido nitrico, richiamando l’attenzione sul un loro eventuale effetto immunomodulante (32). Ancora, l’estratto etanolico e i flavoni della corteccia, di cui il principale è la sakuranetina, hanno evidenziato elevate attività antinocicettive periferiche e anti-infiammatorie (33), e studi in vitro hanno mostrato come le saponine triterpenoidi (mimonosidi A-C) inducano la proliferazione cellulare e possiedano capacità immuno-modulanti (34). Una proprietà che resta ancora a un livello aneddotico, pur solido, riguarda un’attività analgesica della durata di 2-3 ore riscontrata sulle bruciature con l’applicazione topica di tepezcohuite (35).

Recenti studi di laboratorio hanno evidenziato un’altra interessante proprietà degli estratti acquosi di M. tenuiflora, utili nel trattamento dell’avvelenamento da puntura di scorpione, sebbene non sia nota questa applicazione nel contesto tradizionale, né messicano né brasiliano. Come reazione patologica che fa seguito a questo tipo di avvelenamento, il corpo produce diverse citochine pro- e anti-infiammatorie, fra cui interleuchine che, pur essendo essenziali per la riparazione della struttura e della funzione del tessuto cellulare, possono contribuire all’aggravamento del danno tissutale; un’ulteriore conseguenza indotta dal veleno risiede nello sviluppo di una peritonite indotta dalla migrazione di cellule verso la cavità peritoneale. Il meccanismo d’azione di M. tenuiflora si baserebbe su una significativa inibizione di tale migrazione cellulare nella cavità peritoneale, e su una contemporanea riduzione delle concentrazioni delle interleuchine (36).

Un dato curioso: in esperimenti di laboratorio, colture cellulari di tepezcohuite sono state trapiantate in tessuto animale, sopravvivendovi oltre 120 giorni; primo caso di trapianto “inter-regni” (37).

La Jurema del Brasile

M. tenuiflora, insieme ad alcune altre congeneri, è impiegata come fonte visionaria in un insieme di riti riuniti sotto il termine di “culto della Jurema”, e anche in questo caso la parte impiegata è la corteccia dell’albero. Questo culto è originato nell’area nord-est del Brasile, presso un gruppo di etnie distribuite principalmente negli stati di Pernambuco, Alagoas, Bahia, fra cui si annoveravano i Pancararú, Tusha, Guegue e Pimenteira. Non disponiamo di dati che possano indicare quanto antico sia questo culto, e le prime documentazioni della sua esistenza sono presenti nei documenti inquisitoriali del XVIII secolo (38).

Nel XX secolo è stato erroneamente riferito da diversi studiosi che il culto della Jurema si estinse presumibilmente durante il XIX secolo. La pressione inquisitoriale di stampo portoghese non riuscì a estinguerlo del tutto, e fu tramandato segretamente da parte di limitati gruppi nativi. In un periodo che va dalla fine del XVII secolo agli inizi del XIX secolo, la conoscenza della bevanda della jurema fu trasmessa dalle popolazioni native a gruppi di schiavi neri che fuggivano in direzione dei quilombo, le comunità rurali in cui trovavano rifugio e protezione. Questi neri di discendenza africana introdussero l’uso della bevanda della jurema nei culti di possessione afro-brasiliani, in particolare nel Candomblé e, più tardi, nell’Umbanda. Questi medesimi culti influenzarono a loro volta i culti nativi della Jurema, i quali acquisirono e integrarono le teologie e le modalità rituali specifiche dei culti di possessione.

Da oltre due secoli il Brasile è sede di un fenomenale crogiolo sperimentale di culti e di pratiche religiose che continuamente si ramificano, si frammentano, si accorpano, si “intersecano”, al punto che in diversi casi risulta difficile determinare i contesti d’origine degli elementi cultuali, rituali e teologici che li compongono; e in una siffatta “matassa cultuale” rientra in pieno la Jurema.

Una caratteristica peculiare del culto della Jurema, in particolare quello dei nativi, è la sua segretezza. Nessun antropologo è mai riuscito a partecipare e nemmeno a farsi descrivere dai nativi cosa avviene nei riti più intimi del culto, e i nativi fanno ben attenzione a non divulgarne i segreti, né agli altri gruppi tribali, né tanto meno ai bianchi. In questo senso il culto della Jurema è a tutti gli effetti un culto misterico, cioè un culto di cui i partecipanti non devono parlare a chi non ne è direttamente partecipe.

Del nucleo più originario del culto, sappiamo che un gruppo di persone di entrambi i generi esegue danze in forma circolare mantenendo una direzione antioraria, il tutto accompagnato da motivi sonori al ritmo delle maracas e dei passi dei ballerini. La bevanda della jurema è collocata al centro dell’ambiente ed è distribuita in determinati momenti della cerimonia, durante la quale si alternano momenti in cui i partecipanti sono seduti in circolo, e altri in cui danzano. Durante lo stato visionario, i partecipanti assumono una particolare postura, con il torso inclinato in avanti e lo sguardo fisso sul terreno. Nei riti ricopre un ruolo importante il fumo del tabacco, che viene “fumato” in apposite pipe in una maniera del tutto particolare, cioè all’incontrario; il payé o altra figura carismatica che conduce il rito soffia dentro a una pipa dalla parte del fornello dove si trova una brace di tabacco accesa, facendo fuoriuscire il fumo dalla parte del bocchino. Questo fumo viene sparso sulla ciotola che contiene la bevanda della jurema, con lo scopo di “attivarla”, e attorno alle persone, per purificarle.

Per quanto riguarda i culti di possessione, questi sono diffusi in gran parte del territorio brasiliano, oltre che nelle Antille, e si diversificano in base a fattori storici e culturali. Come nucleo centrale del rito, hanno in comune il raggiungimento di uno stato fisico-mentale che è chiamato “possessione”, durante il quale degli individui – denominati nel Vudu per lo più “cavalli” – cadono in trance e il loro corpo e la loro voce vengono “usurpati” da entità spirituali – i “cavalieri” – le quali in tal modo si manifestano e comunicano i loro consigli e le loro volontà. Lo stato di trance viene indotto dal suono e dal canto di motivi sonori (linee) che sono specifici di ciascuna entità spirituale. È sufficiente che i musicisti accennino alle prime note di una certa linea, che alcuni partecipanti vanno “fuori di sé”, mettendosi a gesticolare e a parlare in maniera non loro, ma come quella dell’entità che la possiede. È in questo contesto religioso-culturale che la Jurema si è diffusa nei culti afro-brasiliani Catimbó, Candomblé, Umbanda, Xangô, Toré, Maracatu.

Le entità che possiedono i fedeli sono di natura generalmente benigna, o comunque l’interazione rientra utile negli aspetti terapeutici e psico-terapeutici. Nel rito di possessione Catimbó/Jurema, ad esempio, vi sono i Cabloco, entità indigene che curano mediante la conoscenza delle erbe, sono considerati spiriti elevati che lavorano per il bene, ma sono anche molto temuti poiché possono diventare pericolosi quando scagliano contro qualcuno le loro frecce. I Mestre sono anch’essi spiriti che curano, ma di discendenza schiava o meticcia, e sono riconosciuti come persone che durante la vita lavoravano nei campi e avevano conoscenze nel mondo vegetale; ma accadde loro qualcosa di tragico, morirono e tornano ora per apportare il loro aiuto al genere umano (39).

Un elemento rituale caratteristico di diversi culti afro-brasiliani “juremados” (dove si assume la jurema come fonte visionaria) è la pratica di inserire un seme di Mimosa sotto la pelle dei novizi. Uno dei riti del Catimbó, noto come juremação o implantação da semente, consiste nel piantare, magicamente o realmente sotto la pelle del corpo del discepolo un seme dell’albero della jurema. Anche nell’Umbanda viene praticata la oberização, il taglio rituale per l’impianto del seme della jurema, eseguito all’altezza del torace della persona. Quest’operazione serve “per aprire i cammini affinché le entità discendano e possano manifestarsi, ed è la jurema ad aprire i cammini per le varie entità” (40).

Stando allo stato attuale degli studi etnobotanici, le specie coinvolte nel culto della jurema parrebbero essere cinque: la più famosa e quella più utilizzata è jurema preta, M. tenuiflora, il tepezcohuite dei messicani; seguono M. verrucosa Benth. (jurema branca o jurema mansa), M. ophthalmocentra Mart. ex Benth. (jurema vermhela, “rossa”, o jurema-de-embira), M. acutistipula Benth. (jurema branca jurema preta e jureminha), e M. arenosa (Willd.) Poir. (jurema preta e jureminha).

I nativi usano l’una o l’altra di queste specie a seconda dell’etnia o dei diversificati simbolismi religiosi associati a questi alberi. Fra i Kariri-Shoko viene usata la jurema branca o quella vermelha, e non viene mai usata la jurema preta, perché ritengono che endoida (“fa impazzire”); “la preta ha una forza non comune, la gente la teme come pericolosa. Non si controlla. Può perfino portare alla distruzione”. Jurema preta è normalmente associata ai trabalhos per fare del male (la stregoneria) (41). Gli Atikum dicono che “porta sofferenze nella corrente”, mentre la jurema senza spine è la pianta della “scienza dell’indio” (42).

La bevanda della jurema viene ricavata lasciando macerare in acqua fredda la corteccia della pianta. O per lo meno questa dovrebbe essere la ricetta originaria, per la quale si è presentato il seguente enigma farmacologico: com’è possibile che la semplice introduzione orale della bevanda, contenente DMT, possa essere visionaria, dato che questa molecola non è attiva per via orale, a causa dell’attività metabolica della MAO presente nell’apparato digerente umano? Un problema che già si conosce per la bevanda dell’ayahuasca, e la cui soluzione risiede nella co-presenza in questa di MAO-inibitori (i-MAO) (43).

Su questo “mistero della jurema” si è discusso ampiamente negli ultimi decenni e si sono presentate due ipotesi generali, entrambe indirizzate come risoluzione verso l’individuazione di una fonte di MAO-inibizione che in un qualche modo si ritroverebbe presente nella bevanda, o come ingrediente aggiunto, o presente internamente alla radice della jurema. Nella prima possibilità di una fonte i-MAO direttamente aggiunta alla bevanda, potrebbe avvenire consapevolmente, e in questo caso potrebbe far parte di quel segreto della sua preparazione così tanto acclamato dalle popolazioni native. A tale riguardo, è stata posta l’attenzione su alcuni diffusi additivi alla bevanda della jurema, quali manacá (Brunfelsia uniflora Bon), maracujá (una specie di Passiflora) e il tabacco, tutte fonti di MAO-inibitori (44). La seconda ipotesi vedrebbe un qualche composto MAO-i presente nella medesima fonte della jurema, cioè insieme al DMT internamente alla corteccia della pianta. E quando nelle radici della jurema è stato scoperto un altro alcaloide indolico, la yuremamina, prodotto in quantità dello 0,11% del peso secco, subito è stato sospettato essere la molecola i-MAO mancante, anche per via di certe caratteristiche della sua struttura chimica (45). Ma si tratta di un’ipotesi ancora da confermare mediante specifici studi farmacologici.

 

Bibliografia

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38. Per questi dati sul culto della jurema, cfr Samorini G (2016) Jurema. La pianta della visione. Dai culti brasiliani alla psiconautica di frontiera. Shake, Milano
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41. Albuquerque op cit:43
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43. Per l’azione combinata di triptamine e MAO-inibitori cfr D’Arienzo A, Samorini G(2016) Ayahuasca, beta-carboline e le nuove frontiere terapeutiche. Erb Dom 399:74-83
44. Grünewald de Azevedo R (2002) A Jurema no “Regime de Índio”: o caso Atikum. In CN Mota e UP Albuquerque (Orgs) As muitas faces da Jurema: de espécie botânica à divinidade afro-indígena. Bagaço Recife :97-124
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Passiflora incarnata L.: la produzione in Italia

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Passiflora incarnata L. è una specie subtropicale originaria del Sud degli Stati Uniti d’America e del Messico, ottimamente acclimatata anche in Italia grazie all’introduzione avvenuta in tempi storici come pianta ornamentale. La Passiflora è coltivata sin dal 1975 in diverse regioni d’Italia e si è diffusa, pur rimanendo una coltura di nicchia, in tutto il paese. Area storica di produzione sono le Marche. Dagli anni ‘90 è coltivata in Umbria e Piemonte, recentemente si è diffusa in altre regioni come in Veneto ed Emilia Romagna. La nostra produzione è in diretta competizione con quella francese, ma la qualità italiana e il prezzo al momento sono maggiormente competitivi. Le parti aeree fiorite ed essiccate di P. incarnata trovano largo utilizzo a scopi farmaceutici e cosmetici grazie alle sue proprietà. In campo risulta essere una coltura prettamente rustica e invasiva, prestandosi molto bene ad essere coltivata in sistemi intensivi senza richiedere un’alta specializzazione da parte dell’azienda, che spesso la coltiva assieme ad altre officinali, o anche insieme a mais o frutteti. Quanto alla consistenza e alla diffusione della coltura possiamo riferire che ad oggi gli agricoltori italiani coltivano stabilmente circa 150-180 ettari e mettono sul mercato una produzione di circa 800-1.000 tonnellate, contendendosi con i francesi il primato mondiale della produzione da coltivazione.

Utilizzo della Passiflora

Schermata 2017-11-09 alle 12.55.00Grazie alle sue proprietà sedative e antispasmodiche del tratto gastrointestinale e genito-urinario, P. incarnata è da lungo tempo utilizzata nella medicina popolare. La letteratura infatti la riporta come pianta utile per contrastare nevrastenie, insonnia, stati d’ansia o di irrequietezza, alleviare mal di testa e “isteria” e in generale disturbi legati al sistema-neurovegetativo. Non avendo controindicazioni ed effetti collaterali, la Passiflora può essere somministrata a pazienti di tutte le età, dai bambini fino agli anziani. Dal punto di vista fitochimico, le principali componenti attive della pianta, presenti in tutte le sue parti, sono flavonoidi (schaftoside, isoschaftoside, isovitexina-2’’-O-glucopiranoside, isoorientina-2’’-O-glucopiranoside),  composti fenolici e alcaloidi armanici. Essendo composti appartenenti al gruppo delle beta-carboline, gli alcaloici armanici in particolar modo svolgono un’importante funzione antiossidante, metabolizzante delle sostanze tossiche e di sostegno terapeutico contro malattie neuropsichiatriche come il morbo di Alzheimer, corea di Huntingon e morbo di Parkinson. Le parti aeree della Passiflora sono oggetto di una monografia della Farmacopea Europea che riporta come standard qualitativo la determinazione dei flavonoidi totali, espressi come vitexina, la quale non deve essere inferiore all’1,5% (European Pharmacopoeia) al fine di far risultare la droga conforme. Nel complesso, la droga è rappresentata dalla parte aerea con le sommità fiorite ed è utilizzata sia sotto forma di infuso, che per ottenere tintura, estratto fluido ed estratto secco.

Caratteristiche botaniche

Passiflora incarnata è una pianta sarmentosa perenne, appartenente alla famiglia delle Passifloracee, dapprima erbacea a portamento strisciante o rampicante che con gli anni diventa semi-legnosa. Può arrivare ad un’altezza di 8 metri grazie ai suoi fusti volubili e ai viticci. La Passiflora è perenne nei luoghi di crescita spontanea, mentre in coltivazione si comporta come vivace, ovvero sparisce d’inverno e riappare in primavera. Le foglie sono trilobate, picciolate ed alternate ai viticci. L’apparato radicale è costituito da un rete di radici ingrossate, quasi rizomatose e ricche di gemme. Il fusto erbaceo tende a diventare semi legnoso con la formazione di una corteccia grigia e sottile. La fioritura comincia dal mese di giugno e si protrae fino a settembre. Avendo un’antesi scalare, frequentemente si possono trovare in contemporanea sulla stessa pianta i frutti e i fiori. Quest’ultimi, grandi, solitari ed appariscenti, sono costituiti da un calice a cinque sepali verdastri esternamente e bianco-violacei internamente; una corolla formata da cinque petali bianchi e da una corona di numerosi filamenti violacei; al centro del fiore spiccano i cinque grandi stami con antere di colore arancio; lo stimma e gli stami invece s’incrociano, in modo caratteristico e tipico della specie. Il frutto è una bacca ovoidale di colore verde con pericarpo sottile e polpa spugnosa ricca di grassi, contenente numerosi semi neri e rugosi sulla superficie, muniti di un arillo biancastro.

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Tecniche colturali 

La coltivazione della Passiflora include tutta una serie di pratiche colturali molto simili con le altre comuni officinali erbacee da taglio (menta, melissa, origano) in termini di impianto, irrigazione, gestione delle infestanti e raccolta. È una pianta che necessita di essiccazione per essere poi successivamente imballata per il trasporto, lo stoccaggio e la commercializzazione. Tuttavia occorre prestare attenzione a particolari accorgimenti al fine di ottenere produzioni redditizie. Indispensabili sono le irrigazioni estive e la piena insolazione della coltura, che esplica il massimo potenziale del fitocomplesso proprio nelle condizioni di maggior stress termico e luminoso. La propagazione può avvenire secondo diverse modalità. Per talea di rizoma, con raccolta di parti sotterranee le quali vengono trapiantate durante la primavera inoltrata. Oppure per seme, con semina in contenitore alveolato e successivo trapianto, e infine per semina diretta utilizzando 5-8 kg di seme per ettaro, con una seminatrice di precisione.  Gli impianti e le semine vanno fatte sempre nella primavera inoltrata per garantire un attecchimento ottimale essendo la pianta una macro-terma. Preferisce terreni privi di ristagni, ricchi di humus ed esposti a sud, non ama i terreni ombrosi, pesanti e freddi. Si pianta a file distanti 55-75 cm e sulla fila si tengono 35-45 cm tra pianta e pianta. L’interfila deve essere mantenuta libera dalle infestanti mediante interventi di scerbatura precoci e cadenzati, poiché ben presto la coltura andrà a coprire tutto il terreno. La lotta alle infestanti è un elemento chiave per il successo della coltura poiché allargandosi sul terreno, è facile che vi si frammischino piante indesiderate. Il diserbo chimico non è ammesso in Italia poiché non ci sono erbicidi registrati su questa coltura. Eventualmente delle false semine possono dare un vantaggio alla Passiflora sulle infestanti, il primo anno che è il più difficile. Durante l’inverno il terreno può essere tenuto pulito con fresature, senza tema di danneggiare la coltura e in primavera, prima che la coltura riaffiori si può intervenire con un’energica fresatura o un disseccante. La pacciamatura è poco praticabile per l’invasività della pianta che tende a spuntare fuori dalla fascia pacciamata. Oltre a sarchiature meccaniche è indispensabile una quota di manodopera che può variare dalle 50 alle 100 ore/ha/anno.

La sarchiatrice, oltre che un mezzo utile per tenere lontano le infestanti, può essere utilizzata anche per apportare al terreno piccoli quantitativi di azoto, al fine di stimolare lo sviluppo della pianta. L’importanza della fertilizzazione parte dapprima con un generoso apporto di sostanza organica nel terreno (es. 350-400 q/ha di letame maturo e stabile) per poi continuare con 100-120 unità di azoto/ha di concime azotato da distribuire alla ripresa vegetativa e dopo ogni sfalcio; da non dimenticare inoltre 80-100 unità di fosforo e potassio da conferire all’impianto. L’eccesso di azoto è da evitare perché può portare ad un ritardo della fioritura e ad un indebolimento delle piante nei confronti di patogeni e di parassiti. Le irrigazioni sono necessarie anche se può crescere nei terreni freschi, pur con minor raccolto. Una dose di 3000 – 4000 mc/ha/anno è necessaria per una crescita ed una produzione redditizia.

Raccolta e produzione

La Passiflora viene raccolta meccanicamente usando delle falciatrici e delle falciatrici-raccoglitrici. Il momento balsamico è indicato come alla fioritura della pianta che si ha alla fine di giugno-primi di luglio per il taglio principale e dalla metà di settembre per un eventuale secondo taglio. Una volta raccolta, la biomassa deve essere portata immediatamente all’essiccazione che deve essere fatta in essiccatoio artificiale o, come avviene in alcune aree di tradizionale produzione, su essiccatoi ad aria naturale su tralicci all’ombra. L’essiccazione omogenea della pianta non è sempre facile in quanto sono contemporaneamente presenti foglie, fusti, fiori e frutti e pertanto questa deve protrarsi per tempi maggiori rispetto alle altre comuni officinali al fine di garantire una certa uniformità ed una buona conservabilità del prodotto. È molto importante allontanare dal prodotto i frutti non secchi in quanto fonte di inoculo per muffe e funghi. La produzione di droga greggia intera varia dalle 4 alle 7 tonnellate/ha/anno, a seconda della fertilità dei terreni e del metodo di produzione (biologico/convenzionale). Il prodotto secco è poi tagliato grossolanamente o confezionato in balle parallelepipedi per lo stoccaggio e la spedizione. Il prezzo di mercato del prodotto sfuso convenzionale oscilla dai 2,5 ai 3 €/kg. 

Avversità

La Passiflora è una pianta rustica che al momento non soffre di particolari attacchi parassitari.  Talora sono stati riscontrati sintomi virotici con ingiallimenti fogliari, soprattutto a livello delle nervature, dovute a CMV (Cucumber Mosaic Virus) e il TMV (Tobacco Mosaic Virus). 

Per  questo si raccomanda l’utilizzo di sementi non infette e di seguire le buone pratiche agricole al fine di ridurre le possibilità di contagio. Inoltre in condizioni ambientali sfavorevoli come l’eccesso di umidità e le elevate temperature, si sono riscontrati attacchi di cocciniglia oleosa, acari, ferretti, tripidi e mosca bianca.

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Testi consigliati

– G. Milesi Ferretti, L. Massih Milesi Ferretti (2001) La coltivazione delle piante aromatiche e medicinali. Calderini edagricole.
– Abourashed EA et al (2003) High-Speed Extraction and HPLC Fingerprinting of Medicinal Plants. II Application to Harman Alkaloids of Genus Passiflora. Pharm Biol 41:100-106
– Della Loggia R (1993), Piante Officinali per infusi e tisane (Manuale per farmacisti e Medici). Edizione italiana del manuale Teedrogen. OEMF Organizzazione Editoriale Medico Farmaceutica, Milano
– Benigni R, Capra C, Cattorini PE (1964) Piante Medicinali. Chimica Farmacologia e Terapia II Volume. Inverni/Della Beffa, Milano
– Leung AY, Foster S (1999) Enciclopedia delle piante medicinali utilizzate negli alimenti, nei farmaci e nei cosmetici. Edizioni Aporie, Roma

Nuove tecniche di selezione vegetale e cosmesi naturale e biologica

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Le nuove tecniche di selezione vegetale, meglio conosciute come NPBT secondo l’acronimo inglese di New Plant Breeding Techniques, sono metodi che permettono lo sviluppo di nuove varietà vegetali con tratti desiderati, modificando il DNA dei semi e delle cellule vegetali adulte. Sono chiamate “nuove” perché queste tecniche sono state sviluppate solo nell’ultimo decennio e si sono evolute rapidamente. Questa espressione può raggruppare metodologie differenti. Ma che impatto possono avere queste metodologie in ambito cosmetico e in particolare quali sono i rischi per il segmento naturale e biologico? Come si sta muovendo il settore a riguardo?

In ambito cosmetico, come in quello alimentare, i consumatori più attenti ed esigenti vogliono essere informati sulla presenza o meno di organismi geneticamente modificati. Secondo uno studio commissionato da NATRUE, alla società di ricerca Gfk, un prodotto cosmetico naturale e biologico deve escludere la presenza di OGM per il 60% dei consumatori del panel.

Gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) sono organismi che hanno subito modificazioni genetiche in accordo con la direttiva 2001/18/EC. Il quadro normativo europeo stabilisce la necessità della valutazione del rischio, tracciabilità e etichettatura degli OGM per prodotti alimentari e mangimi che contengono o che sono stati prodotti attraverso OGM disciplinati dai regolamenti (EC) No.1829/2003 e 1830/2003. Per quanto riguarda l’agricoltura biologica, gli OGM sono proibiti dal Regolamento (EC) No.834/2007. Nel loro insieme queste norme offrono un quadro normativo chiaro garantendo trasparenza e soprattutto la possibilità da parte del consumatore di fare scelte di acquisto consapevoli.

Nonostante questo quadro normativo piuttosto completo, NATRUE ha sollevato di recente una questione molto importante che mira a tutelare le legittime esigenze dei consumatori e che riguarda l’inquadramento degli ingredienti derivanti dalle più recenti tecniche di selezione vegetale. La Commissione Europea non ha fornito ad oggi un’interpretazione giuridica volta a definire se gli OGM ottenuti tramite i processi di selezione vegetale NPBTs, ricadano o meno nell’ambito della direttiva 2001/18/EC.

NATRUE chiede che vengano incorporate nella legislazione sugli OGM in quanto rappresentano di fatto un’alterazione delle caratteristiche genetiche di una pianta. L’attuale quadro normativo risulta nell’impossibilità di tracciare le piante che potrebbero essere state sottoposte a questi processi e qualora venissero utilizzate per la produzione di ingredienti cosmetici non potremmo conoscerne i dettagli del processo produttivo. 

Questo gap nella tracciabilità significa che potremmo essere di fronte all’impossibilità di rispettare le aspettative dei consumatori circa l’esclusione degli OGM dai cosmetici naturali e biologici”, ci spiega Mark Smith, il direttore dell’Associazione.

Per NATRUE è infatti fondamentale offrire al consumatore un prodotto in linea con le sue aspettative. In una definizione coerente di cosmesi naturale ci si deve innanzitutto chiedere cosa si intende per naturalità. L’esclusione di alcuni ingredienti così come definito nella maggior parte degli standard di certificazione per la cosmesi naturale e biologica, offre solo una parziale risposta al problema e dice poco e nulla sulla ratio che sta alla base di una certa concezione di naturalità. Nello standard NATRUE gli ingredienti vengono classificati in tre tipologie in base al processo produttivo a cui sono sottoposti: ingredienti naturali, ingredienti di derivazione naturale e ingredienti natural-identici.

Gli ingredienti naturali possono essere ottenuti solo mediante processi fisici o di fermentazione. Questa definizione è quella che più si avvicina al concetto di naturalità come percepito dal consumatore. È chiaro però che per essere performanti i cosmetici non possono essere formulati solo con ingredienti naturali secondo questa prima categorizzazione. Il Comitato Scientifico di NATRUE, quando è stato chiamato a definire lo standard, ha codificato altre due categorie di ingredienti: quelli di derivazione naturale e quelli natural-identici.

Gli ingredienti di derivazione naturale sono il risultato di processi di reazione chimica (solo quelli permessi dallo standard) di ingredienti naturali. Gli ingredienti natural-identici possono essere pigmenti, minerali o conservanti. Essi esistono in natura, ma per motivi tecnici e di sicurezza vengono riprodotti in laboratorio.Questi ingredienti sono accettati solo quando sono strettamente necessari per garantire la sicurezza dei consumatori (conservanti) o per motivi di purezza (minerali/pigmenti).

Tutti questi ingredienti hanno una caratteristica essenziale: esistono in natura. Nulla di artificiale (ovvero creato dall’uomo) è permesso dallo standard NATRUE. Questa classificazione segue dunque un principio ben preciso e detta le linee guida per classificare di conseguenza gli ingredienti utilizzabili in cosmesi. Da queste definizioni escono quindi liste positive di ingredienti ammessi dallo standard e non al contrario liste che li escludono. “Questa differenza di approccio rispetto ad altri standard è uno stimolo per il formulatore che nel momento in cui utilizza ingredienti innovativi deve dimostrarne la conformità secondo i principi sopracitati”, precisa Smith. L’ultimo ingrediente è l’acqua, che sebbene sia per comune sentire un ingrediente naturale, non rientra nella medesima categoria perché NATRUE non vuole inflazionare il contenuto naturale permettendo all’acqua di essere presa in considerazione per il calcolo delle percentuali. La percentuale biologica viene calcolata prendendo come riferimento la componente naturale (o quella di derivazione naturale in taluni casi previsti dallo standard), stabilendo così il principio che un cosmetico non può essere biologico se non è prima stata assicurata la naturalità. Lo standard quindi prevede tre livelli di certificazione che si sviluppano, uno sulla base del precedente, in un crescendo di rigorosità.

Cosmetici naturali: questo livello è la base del marchio NATRUE: definisce quali sono gli ingredienti accettati e come possono essere trattati. I prodotti degli altri due livelli devono soddisfare i criteri di questo primo livello. Secondo il tipo di prodotto, una soglia minima di ingredienti naturali garantiti e un contenuto massimo di sostanze di derivazione naturale deve essere rispettata.

Schermata 2017-11-09 alle 12.48.48Cosmetici naturali con componenti biologici: si applicano tutte le condizioni di cui sopra, ma almeno il 70% degli ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) deve provenire da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al primo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti più elevato e una presenza minore di ingredienti trasformati di origine naturale.

Cosmetici biologici: le suddette due condizioni si applicano con almeno il 95% di ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) provenienti da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al secondo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti naturali garantiti ancora più elevato ed un minore contenuto di ingredienti trasformati di origine naturale.

NATRUE è da anni impegnata nella difesa della cosmesi naturale e biologica e tramite la sua attività politica ormai decennale a Bruxelles è attiva nel chiedere alla Commissione Europea di includere le NPBT come tecniche di modificazione genetica che portano alla produzione di OGM, come previsto dalla Direttiva 2001/18/EC, e che quindi possano essere resi tracciabili e identificabili dai produttori e dai consumatori.

Per portare avanti azioni politiche come quella descritta, è essenziale essere rappresentativi del settore e farsi carico delle istanze provenienti dai produttori. La nostra mission è quella di promuovere e proteggere la cosmesi naturale e biologica a beneficio dei consumatori di tutto il mondo”, conclude Smith. (D.B.)

Integratori alimentari di origine naturale

Gli integratori alimentari di origine naturale, soprattutto quelli derivati da piante, sono ampiamente utilizzati per diversi ambiti salutistici, grazie anche al convincimento, da parte di molti consumatori, che i prodotti naturali siano meno dannosi rispetto alle medicine di sintesi. Naturalmente questa è una convinzione errata, basta pensare ai veleni di certi funghi che, pur essendo naturali, sono mortali.
La comunità scientifica, specializzata nel settore, non smette di individuare e caratterizzare meccanismi d’azione, di valutare efficacia, effetti collaterali, farmacocinetici e tossicologici degli integratori di origine naturale, sia a livello pre-clinico che clinico. L’aggiornamento che qui proponiamo riguarda soprattutto la ricerca clinica, ma rappresenta solo una piccola parte dell’attività di ricerca sugli integratori alimentari naturali comparsa negli ultimi mesi.

Associazione di glucosammina-HCl, condroitin-SO4, bio-curcumina nell’osteoartrite

Il trattamento conservativo dell’osteoartite del ginocchio mira a ritardare la degenerazione delle cartilagini articolari. L’assunzione di agenti condroprotettivi è un valido approccio in questa direzione. Tre sono i principali integratori con attività condroprotettiva. Uno è la glucosammina (G), ammino-monosaccaride, uno dei principali precursori della sintesi delle proteine glicosilate e dei lipidi. È uno dei maggiori componenti del carapace chitinoso di crostacei e altri artropodi, ma si trova anche nei funghi, in molti organismi superiori e nel lipopolisaccaride della parete cellulare dei batteri Gram-negativi.
Il secondo è il condroitin-SO4 (CS), glicosammino-glicano solfato, composto da una catena alternata di zuccheri (N-acetil-galattosammina e acido glucuronico); è un componente strutturale della cartilagine, cui conferisce la quasi totalità della resistenza alla compressione. Associato alla glucosammina, il condroitin-SO4 è un integratore alimentare usato nell’osteoartrite.
Il terzo è la curcuma: ha proprietà benefiche e curative, è utilizzata come integratore alimentare naturale grazie alla capacità di contrastare i processi infiammatori all’interno dell’organismo. Il principio attivo più importante è la curcumina, che ha proprietà antitumorali, è antinfiammatoria e analgesica e trova, perciò, impiego efficace nel trattamento di infiammazioni, dolori articolari, artrite e artrosi. Potente antiossidante, è in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi, responsabili dei processi di invecchiamento.
È stato condotto un trial clinico multicentrico, prospettico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, per valutare gli effetti di efficacia e sicurezza dei 3 agenti condroprotettivi presenti in un integratore alimentare disponibile commercialmente: glucosammina-HCl (500 mg), condroitin-SO4 (400 mg), bio-curcumina (BCN-95®, 50 mg), associati a esercizio fisico, nel trattamento conservativo dell’osteoartrite del ginocchio di grado lieve-moderato, finalizzato a ritardare la degenerazione della cartilagine articolare (1).
I pazienti arruolati nello studio (n=53) sono stati assegnati in modalità random al gruppo sperimentale (n=26,2 capsule al giorno x 2 settimane) o al gruppo di controllo (n=27, placebo). I pazienti dei 2 gruppi hanno partecipato a 20 sessioni di fisioterapia durante i 2 mesi del trial. Risultato clinico primario è stata l’intensità del dolore, misurata sia in movimento che a riposo, con la Visual Analogue Scale (VAS). Risultato clinico secondario è stata la valutazione della funzionalità del ginocchio, effettuata con il Western Ontario, il McMaster Universities Arthritis Indices e il Lequesne Index, con la misura dell’ampiezza del movimento del ginocchio (AMG) e di 2 marker di infiammazione (proteina C-reattiva e velocità di sedimentazione eritrocitaria). Ogni valutazione è stata effettuata al tempo 0 (T0) e a 8 (T1) e 12 (T2) settimane. I valori della VAS a riposo sono risultati ridotti da T0 a T1 e da T0 a T2 (F=13,712; p=0,0001), senza differenze tra i gruppi (F=1,724; p=0,191). I valori della VAS in movimento hanno mostrato una significativa interazione “gruppo x tempo di controllo” (F=2,491; p=0,032), con effetto crescente del tempo sulla riduzione della VAS (F=17,748; p=0,0001), più pronunciato nel gruppo sperimentale al T1 (F=3,437; p=0,045). L’indice di Lequesne è risultato ridotto a T1 e T2 vs T0 (F=9,535; p=0,0001), insieme con l’effetto gruppo, poiché il gruppo trattato ha registrato uno score più basso a T2 (F=7,091; p=0,009). Non sono stati registrati cambiamenti significativi nei marker e dell’AMG. Riassumendo, questo studio preliminare suggerisce che la somministrazione di curcuminoidi, associati a glicosaminoglicani e fisioterapia, può ridurre il dolore e migliorare lo score algofunzionale nei pazienti affetti da osteoartrite del ginocchio di grado lieve-moderato (1).

Biodisponibilità di potassio alimentare e potassio gluconato

Il 20% circa del fabbisogno di potassio (K) è apportato, nella dieta americana, dalle patate. La biodisponibilità e la dose/risposta di K proveniente da patate bianche non fritte, con la buccia (mirata a 20, 40 e 60 mEq di K) è stata confrontata con patate fritte (40 mEq di K) con potassio gluconato alle stesse dosi, aggiunto ad una dieta basale contenente ~60 mEq di K.
Sono stati arruolati, in un trial clinico in singolo cieco, cross-over, randomizzato (2), 35 uomini e donne sani e normotesi, dell’età di 29,7±11,2 anni (media±S.D.), con indice di massa corporea di 24,3±4,4 kg/m2). I partecipanti sono stati assegnati, parzialmente random, all’ordine in cui il test è stato eseguito, per 9 interventi di 5 giorni di K aggiuntivo: 0 (controllo; ripetuto alle fasi 1 e 5), 20, 40 e 60 mEq di K/giorno, consumato come integrazione con K-gluconato o come patate non fritte o 40 mEq di K come patate fritte, completato alla fase 9. La biodisponibilità del K determinata dall’AUC (area sotto la curva) dei livelli di K nel siero a diversi tempi, aumentava con la dose (p<0,0001) e non differiva in base all’origine del K (p=0,53). Anche l’escrezione cumulativa di K nelle 24 ore è aumentata con l’aumento della dose (p<0,0001) ed è risultata maggiore con le patate che con l’integrazione (p<0,0001). L’analisi cinetica ha mostrato che l’efficienza dell’assorbimento è stata elevata in tutti gli interventi (>94±12%). Non sono state registrate differenze significative della pressione sanguigna o dell’indice di incremento (AIx) causate dall’origine del K o alla sua dose. In conclusione, la biodisponibilità del K è risultata di pari entità con l’integrazione a base di patate e con quella di potassio gluconato (Trial NCT01881295).

Effetto dell’inulina sulla funzione intestinale

Schermata 2017-10-31 alle 12.26.33La cicoria (Cichorium intybus) è una pianta erbacea selvatica della famiglia delle Asteraceae, dalle cui radici e parti aeree si ricava un oligosaccaride, l’inulina (Fig.1), polimero glucidico (m.m. ~5000 Da) e fibra vegetale solubile, non assorbita dall’intestino. Tra le varie attività salutistiche attribuite all’inulina, c’è la capacità di prevenire la costipazione e di favorire la motilità intestinale. La costipazione, o stipsi, è una tra le più comuni affezioni nel mondo occidentale. È stato effettuato uno studio clinico (NCT02548247) finalizzato a determinare gli effetti di inulina sulla frequenza della defecazione in soggetti sani affetti da costipazione (3). In questo trial clinico, condotto in base ai recenti documenti di orientamento per la valutazione della funzione intestinale, è stato usato un disegno randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, cross-over, con 2 settimane di wash out. Ogni periodo dello studio comprendeva una fase di inserimento, seguita dall’assunzione giornaliera di 3 x 4g di inulina x 4 settimane o di maltodestrina. Sono stati arruolati nello studio 44 volontari sani, con costipazione, frequenza e consistenza di evacuazione, caratteristiche gastrointestinali e qualità di vita documentate. Il consumo di inulina ha aumentato significativamente (p=0,038) la frequenza delle evacuazioni (mediana 4,0 [interquartile range (IQR) 2,5-4,5]) vs la malto destrina (3 [IQR 2,5-4,0] evacuazioni/settimana), cui si è aggiunto l’ammorbidimento della consistenza delle feci ed una tendenza verso una maggior soddisfazione rispetto al placebo (p=0,059). Questi risultati dimostrano che l’inulina è efficace in individui con costipazione cronica e migliora significativamente la funzionalità intestinale (3).

Curcuminoidi in pazienti diabetici

Schermata 2017-10-31 alle 12.26.58Dal punto di vista farmacodinamico, la curcumina (estratta dalla Curcuma longa) presenta vari target farmacologici e molecolari riconducibili, in genere, all’inibizione di fattori di trascrizione genica coinvolti in processi infiammatori, nonché enzimi, metalli, proteine di trasporto e proteine chinasi. Sono vari e sofisticati gli strumenti di indagine chimico-fisica che hanno permesso di individuare i diversi target molecolari e farmacologici della curcumina e dei suoi metaboliti e/o derivati. Tra questi, la spettroscopia, la risonanza plasmonica di superficie, la competizione legame-ligando, la radiomarcatura, la mutagenesi sito diretta, l’immunoprecipitazione, e molte altre metodiche di ricerca molecolare spesso adoperate per intuire i siti di legame di molecole. Target molecolari della curcumina e dei suoi metaboliti attivi sono diversi e variegati e sfruttano meccanismi di inibizione o di potenziamento, riconducibili a sette macro categorie molecolari: enzimi, proteine chinasi, proteine reduttasi, proteine trasportatrici, molecole pro-infiammatorie, metalli e altro. Lo stress ossidativo ha un ruolo chiave nella patogenesi del diabete mellito (tipo II, DMT2) e nelle complicanze vascolari della patologia. Ciò spiega perché una terapia antiossidante sia suggerita come approccio potenziale per rallentare e smorzare decorso e progressione del DMT2. Scopo di uno studio clinico randomizzato, doppio cieco, controllato con placebo (PLA) è stato valutare gli effetti della supplementazione della dieta di pazienti diabetici di tipo II con curcuminoidi, polifenoli naturali (Fig.2) ottenuti dalla curcuma, sugli indici ossidativi in soggetti diabetici di tipo II. Sono stati arruolati nello studio 118 soggetti affetti da DMT2, randomizzati nei gruppi curcuminoidi (1000 mg/giorno, co-somministrati con piperina (10 mg/giorno), per 8 settimane) e PLA. Capacità antiossidante totale del siero (CATS), attività superossido dismutasi (SOD, enzima antiossidante) e concentrazioni della malonilaldeide (MDA, marker dello stress ossidativo) sono state misurate al tempo 0 e alla fine del periodo di supplementazione. L’assunzione di curcuminoidi ha indotto un aumento significativo delle attività CATS e SOD (p<0,001), mentre i livelli serici di MDA sono risultati significativamente ridotti vs PLA (p<0,001). Questi dati sono rimasti statisticamente significativi anche dopo aggiustamento per potenziali confondenti (differenze della linea di base dell’indice di massa corporea e dell’insulina serica a digiuno). In conclusione, questi risultati supportano l’effetto antiossidante della supplementazione con curcuminoidi in soggetti con DMT2 e incentivano ulteriori studi per valutare l’impatto di questi effetti antiossidanti sull’incidenza delle complicanze diabetiche e degli endpoint cardiovascolari (4).

Fibre solubili di mais nella ritenzione di calcio in donne in post-menopausa

L’osteoporosi è una condizione clinica in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea e resistenza, a causa di fattori nutrizionali, metabolici o patologici. Questa patologia è caratterizzata da un basso contenuto di calcio nelle ossa, dalla progressiva perdita di tessuto osseo, con conseguente fragilità dello scheletro e predisposizione alle fratture. Il legame fra menopausa ed osteoporosi è noto da tempo: la diminuzione della produzione di estrogeni da parte delle ovaie rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di questa patologia. Infatti, gli estrogeni intervengono nella regolazione della quantità di calcio presente nell’osso: con la menopausa, i loro livelli ematici calano e il controllo sul calcio nell’osso si riduce, lasciando una struttura porosa e fragile. Tra i vari integratori alimentari naturali, utilizzati per prevenire/curare l’osteoporosi, troviamo la fibra alimentare solubile di mais (FASM) che facilita l’assorbimento del calcio negli adolescenti e la robustezza e l’architettura ossea in modelli nei roditori. In un trial clinico (NTC02416947) sono stati valutati gli effetti benefici delle FASM in donne in post-menopausa (5).
È stata usata una tecnologia originale per la determinazione della ritenzione del calcio osseo, consistente nel monitoraggio della comparsa nelle urine di 41Ca, radioisotopo raro e dalla lunga emivita, rilasciato da osso premarcato, per valutare in modo rapido e sensibile l’efficacia delle FASM nel ridurre la perdita di calcio dall’osso. Nel trial, randomizzato, cross-over, in doppio cieco, condotto in 14 donne sane in post-menopausa, sono stati confrontati gli effetti di 0, 10, 20 g/giorno di FASM, somministrate per 50 giorni. I risultati mostrano un effetto dose-risposta dopo 10 e 20 grammi di supplementazione giornaliera con FASM, per cui la ritenzione di calcio osseo è migliorata, rispettivamente del 4,8% (p<0,05) e del 7% (p<0,04). Il telopeptide N-terminale del collagene di tipo I e l’osteocalcina (ormone pepitidico lineare di 49 aa., prodotto dagli osteoblasti durante la formazione ossea), biomarker del turnover dell’osso, non sono risultati alterati dall’assunzione di FASM. Tuttavia, è stato rilevato un aumento dell’8% della fosfatasi alcalina ossea, marker di formazione dell’osso, significativo (p = 0,0035) tra 0 e 20 g di FASM/giorno. In conclusione il consumo giornaliero di FASM aumenta in modo significativo la ritenzione di calcio nelle ossa nella donna in post-menopausa e migliora l’equilibrio del calcio osseo, stimato in 50 mg/giorno (5).

Mirtillo rosso, noxamicina® e D-mannosio nelle infezioni urinarie ricorrenti in donne in post-menopausa

Un’unica origine embrionale accomuna, nella donna, l’apparato genitale, il tratto urinario e i tessuti di supporto perineale, differenziatisi sotto l’effetto degli estrogeni.
Il progressivo declino della funzione ovarica, con conseguente calo e privazione degli estrogeni, che si verifica nella donna adulta, riduce il tropismo dei tessuti, causando atrofia urogenitale. Ciò rende questi organi molto più suscettibili a traumi e infezioni urinarie. La rilevanza clinica dei disturbi associati ai cambiamenti nel tratto urogenitale nelle donne in peri-/post-menopausa è significativa, sia dal punto di vista della loro cronicità, che per l’elevata frequenza della loro ricorrenza, oltre al fatto che hanno pesanti ripercussioni negative sulla qualità della vita di queste pazienti, che spesso devono ricorrere al medico, per alleviare i sintomi che si manifestano periodicamente. Queste pazienti lamentano un significativo numero di episodi di cistite/anno. Ricercatori italiani (6) hanno condotto un trial clinico multicentrico su 150 donne, dell’età di 40-50 anni, sofferenti di ricorrenti episodi di cistite, attestati da almeno una coltura urinaria positiva nei 6 mesi precedenti il loro reclutamento. Scopo della ricerca era verificare se l’assunzione di un nuovo supplemento dietetico contenente mirtillo rosso americano (Vaccinium macrocarpon) titolato al 80% in proantocianidine (90 mg/cpr), Noxamicina® (un composto di bioflavonoidi selezionati estratti dalla propoli, 50 mg/cpr) e D-mannosio (monosaccaride esoso destrogiro, estratto dal legno di larice e betulla, 500 mg (cpr), potesse essere efficace nel trattamento della cistite, in presenza/assenza di batteriuria, attraverso l’eliminazione della sintomatologia urinaria. I soggetti sono stati assegnati in modalità random a 2 gruppi: al gruppo-A, sono state assegnate 100 donne, che hanno assunto una bustina di integratore al giorno durante i primi 10 giorni di ogni mese, per 3 mesi; nel gruppo B, sono confluite 50 donne, che non hanno ricevuto nessun trattamento (gruppo di controllo). I risultati dello studio mostrano una remissione completa della sintomatologia urinaria in 92 donne/100 e una lieve diminuzione dei sintomi urinari in 5 soggetti/100, mentre 3 donne, che avevano interrotto il trattamento dopo il primo ciclo, sono state considerate ritirate. Lo studio ha dimostrato l’efficacia e la tollerabilità dell’associazione nel trattamento e nella prevenzione dei disturbi urinari in donne in peri-/post-menopausa (6).

Microalghe e morbo di Alzheimer

Da anni la ricerca è orientata alla scoperta di nuovi principi attivi dotati di potenziale neuroprotettivo e pochi, o poco importanti, effetti collaterali rispetto ai farmaci di sintesi. L’impegno della ricerca nella cura/controllo di gravi patologie neurodegenerative, accomunate da un processo cronico e selettivo di morte neuronale (Parkinson, Alzheimer, corea di Huntington, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, ecc.), non ha sortito finora i risultati sperati. Anche il mondo della ricerca sugli integratori alimentari di origine naturale ha dato il suo contributo in questo settore della scienza medica. Una recentissima review (7) fornisce un panorama completo e aggiornato dell’attuale stato dell’arte riguardo le potenzialità di estratti e composti biologicamente attivi, derivati dalla biomassa di microalghe, per la gestione del morbo di Alzheimer (MA). Le microalghe sono tra gli esseri viventi più antichi. La loro fotosintesi è simile a quella delle piante superiori, ma esse sono, generalmente, più efficienti nel convertire l’energia solare. Producono una vasta gamma di molecole interessanti, dai trigliceridi per la produzione di biodiesel, a molecole con azione nutraceutica. Inoltre, possono essere ingegnerizzate per produrre farmaci. L’elevata produttività, la crescita in terreni di coltura sterili, i costi decrescenti di produzione, la domanda crescente per alcune di queste molecole, rendono le microalghe molto interessanti per applicazioni nel campo della chimica fine, della nutraceutica e della produzione di farmaci. Recentemente, la ricerca sulle microalghe è balzata agli onori della cronaca grazie al contributo dato alla produzione di carburanti rinnovabili e alla capacità delle cellule algali di produrre vari metaboliti secondari, come carotenoidi, polifenoli, steroli, acidi grassi poli-insaturi e polisaccaridi. Questi composti hanno varie attività farmacologiche, oltre a esser dotati di un potenziale neuroprotettivo. Complessi sono i meccanismi coinvolti nella patogenesi del MA, associati allo stress ossidativo, alla disfunzione del sistema colinergico, al danno neuronale, al misfolding delle proteine e all’aggregazione di proteine in complessi insolubili. Nella review sono trattate ampiamente attività antiossidanti e anticolinesterasiche, gli effetti inibitori di alcuni composti bioattivi ottenuti dagli estratti di microalghe sull’aggregazione del peptide β-amiloide (il principale costituente delle placche amiloidi) e la morte neuronale. Composti fitochimici ottenuti dalle microalghe sono usati come farmaci, nutraceutici e integratori alimentari e potrebbero essere dotati di potenziali neuroprotettivi importanti per la gestione e/o il trattamento del MA (7).

Olio di Rosa mosqueta nella steatosi epatica

Schermata 2017-10-31 alle 12.27.17La steatosi epatica, patologia cellulare legata all’accumulo di trigliceridi (steatosi) negli epatociti, è un processo degenerativo che può comportare una serie di gravi danni fino alla necrosi del parenchima epatico e all’insufficienza epatica. Ci sono evidenze scientifiche che la somministrazione di olio di Rosa mosqueta (RM) (Fig.3) prevenga la steatosi epatica. L’olio di questa rosa selvatica è ricco di acido α-linolenico (ALA), precursore degli acidi eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA), mentre l’elevato contenuto in tocoferoli gli conferisce una forte attività antiossidante. Allo scopo di dimostrare il meccanismo antilipogenico indotto dalla somministrazione di olio di RM, in un modello murino alimentato con dieta ad alto contenuto di grassi, è stato fatto uno studio di valutazione dei marker associati alla regolazione del metabolismo delle lipid droplet protein (Plin2 (adipose differentiation-related protein), Plin5 (myocardial lipid droplet protein) e PPAR-γ (peroxisome proliferator-activated receptor gamma)) e delle proteine associate alla lipogenesi: fatty acid synthetase (FAS) e sterol regulatory element binding protein-1c (SREBP-1c). I topi sono stati alimentati, per 12 settimane, con dieta di controllo (CON) o con dieta a elevato contenuto di grassi (HFD), con e senza supplementazione di olio di RM (4 gruppi sperimentali). I risultati dimostrano che l’integrazione di olio di RM diminuisce l’espressione epatica dell’mRNA di PLIN2 e PPAR-γ e i livelli delle proteine SREBP-1c, FAS e PLIN2, mentre non indicano cambiamenti dei livelli di PLIN5 nei 4 gruppi di topi. Questi risultati permettono di ipotizzare che la modulazione dei marker lipogenici potrebbe essere uno dei meccanismi attraverso i quali l’integrazione con olio di RM previene, in un modello murino, la steatosi epatica indotta dal consumo di una dieta ricca di grassi (8).

Quercetina e conversione di acido alfa-linolenico

È ormai ampiamente dimostrato che l’assunzione con la dieta di acidi grassi poli-insaturi a catena lunga omega-3 (n-3 PUFA) – eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA) – ha effetti benefici per il sistema cardiovascolare. Meno chiaro è invece il contributo alla quota di EPA e DHA derivante dalla conversione del precursore, acido alfa-linolenico. L’efficienza della conversione sembra essere molto bassa, tuttavia studi epidemiologici e in modelli animali suggeriscono che l’assunzione contemporanea di flavonoidi possa aumentare la conversione di acido α-linolenico (ALA, catena di 18 C) negli acidi grassi a catena più lunga EPA (catena di 20 C) e DHA (catena di 22 C). In un trial clinico in uomini e donne metabolicamente sani (9) sono stati valutati gli effetti dell’assunzione controllata di ALA con la dieta (3,3 g/giorno, circa 2-3 volte l’apporto medio con una dieta di tipo occidentale), sulla composizione in acidi grassi dei fosfolipidi serici e degli eritrociti, e verificato l’effetto della regolare assunzione di quercetina (una capsula da 190 mg/giorno) sulla conversione di ALA. Lo studio, in doppio cieco, controllato con placebo, cross-over, con periodi di intervento di 8 settimane, separati da un wash-out di 8 settimane, ha arruolato 74 uomini e donne, randomizzati in modo da ricevere ALA+quercetina o ALA+placebo. Sette soggetti hanno abbandonato lo studio per ragioni personali. L’analisi dei dati ha riguardato i risultati ottenuti nei 67 soggetti (34 uomini e 33 donne) che hanno terminato lo studio.
L’assunzione di acido alfa-linolenico è risultata in un significativo aumento dei livelli sia dello stesso acido alfa-linolenico, sia di EPA, ma non di DHA, misurati nei globuli rossi e nei fosfolipidi serici (ALA: +69,3%, EPA: +37,3%). L’aggiunta di quercetina non ha influenzato in alcun modo la conversione dell’alfa-linolenico negli omega-3 a più lunga catena (ALA: +55,8%, EPA: +25,5%).
Non sono state registrate differenze imputabili al sesso nella composizione degli acidi grassi. In conclusione, lo studio conferma che un’adeguata assunzione di acido alfa-linolenico con la dieta è sufficiente per soddisfare il fabbisogno di questo acido grasso polinsaturo essenziale e contribuisce ai livelli endogeni di EPA, ma non di DHA. L’assenza di effetti attribuibili alla quercetina e i bassi livelli del flavonoide determinati nel plasma dei soggetti in studio ha portato gli autori a sottolineare la limitata biodisponibilità di questi composti (9).

Omega-3 e funzione cognitiva nell’adulto anziano con declino cognitivo

Non sono disponibili in letteratura trial clinici di larga scala per valutare l’efficacia di una terapia per la prevenzione del declino cognitivo, basata sulla combinazione di un composto specifico, con vari interventi (multidominio) sullo stile di vita, in confronto al placebo. Per cercare di colmare questa lacuna, è stato testato l’effetto, sul declino cognitivo, della supplementazione della dieta con acidi grassi poli-insaturi omega-3 associati o meno a un intervento multidominio (attività fisica, training cognitivo, indicazioni nutrizionali), in confronto con placebo (10). Il Multidomain Alzheimer Preventive Trial (NCT00672685) è un trial clinico di superiorità, della durata di 3 anni, randomizzato, controllato con placebo, multicentrico (ha coinvolto 13 centri in Francia e a Monaco), con 4 gruppi paralleli. I partecipanti (n=1680, assegnati in modalità random tra il 30/3/2008 e il 24/2/2011) non erano affetti da demenza, avevano 70 o più anni, erano ospitati in comunità e avevano denunciato spontaneamente, ai medici curanti, disturbi della memoria e limiti/impedimenti nel portare a termine un’attività fondamentale della vita quotidiana, oltre ad avere un’andatura rallentata. I pazienti sono stati assegnati, in modo casuale (1:1:1:1) ai gruppi sperimentali. Gruppo 1: intervento multidominio (43 sessioni di gruppo, per integrare training cognitivo, attività fisica, alimentazione e 3 visite preventive) + acidi grassi poli-insaturi omega-3 (2 capsule/giorno pari a una dose giornaliera totale di 800 mg di acido docosaesaneoico + 225 mg di acido eicosapentaneoico); Gruppo 2: intervento multidominio + placebo; Gruppo 3: somministrazione di acidi grassi da soli; Gruppo 4: placebo somministrato da solo. Tutti i pazienti e i membri dello staff coinvolti nello studio non erano a conoscenza dell’assegnazione al Gruppo acidi grassi poli-insaturi e placebo, ma erano al corrente dell’intervento multidominio. La valutazione dei risultati cognitivi è stata effettuata da neuropsicologi non informati dei gruppi di appartenenza. Il risultato primario era il cambiamento dai valori di base ai valori dopo 36 mesi, valutato in base a uno score Z composito, che combinava 4 test cognitivi. Nella popolazione modified intention-to-treat (n=1525), non sono state rilevate differenze significative nel declino cognitivo durante i 3 anni, tra nessuno dei 3 gruppi di intervento vs il gruppo placebo. Almeno un grave evento avverso emergente è stato registrato nei partecipanti dei gruppi sperimentali: intervento multidominio + acidi grassi poli-insaturi (n=146, 36%); intervento multidominio + placebo (n=142, 34%); acidi grassi poli-insaturi (n=134, 33%) e placebo (n=133, 32%). Sono stati registrati 4 decessi correlati al trattamento: 2 nel gruppo intervento multidominio + placebo e 2 nel gruppo placebo. Gli interventi non hanno riscontrato nessun problema relativo alla sicurezza e non sono emerse differenze tra gruppi in eventi avversi seri o di altro tipo. In conclusione l’intervento multidominio e la supplementazione con acidi grassi poli-insaturi, da soli o in combinazione, non hanno fatto registrare effetti significativi sul declino cognitivo durante i 3 anni dello studio, nelle persone anziane arruolate affette da disturbi della memoria. Resta da identificare una strategia di intervento multidominio per prevenire/ritardare, il decadimento cognitivo e individuare la popolazione target, in particolare nelle situazioni della realtà quotidiana (10).

Luteina e zeaxantina nei disturbi visivi e nelle patologie cognitive

Schermata 2017-10-31 alle 12.27.36Luteina (LU) e zeaxantina (ZE) sono carotenoidi alimentari con effetti salutistici in alcuni disturbi visivi e cognitivi. La LU (Fig.4) è una xantofilla corrispondente al β-carotene, con due gruppi ossidrilici negli anelli terminali. I petali dei fiori di Tagetes erecta sono la fonte principale di LU. La ZE, xantofilla (Fig.5) isomero della luteina, si trova nel mais, nel tuorlo d’uovo, nel peperone rosso, nel mango e nell’arancia. Ambedue le xantine, presenti anche in vegetali a foglia verde scura, formano il pigmento naturale dell’occhio umano. Una review recente (11) fa il punto sulle conoscenze relative agli effetti farmacologici indotti dalla supplementazione della dieta con questi due integratori naturali. Si è ipotizzato che LU e ZE esercitino un’azione protettiva in patologie della vista, quali la degenerazione maculare senile (DMS), la cataratta senile (CS), la retinopatia indotta da ipossia ischemica, leggeri danni della retina, la retinite pigmentosa, il distacco retinico, l’uveite e la retinopatia diabetica, e nelle patologie cognitive. Il/i meccanismo/i, grazie al/i quale/i questi carotenoidi sono coinvolti nella prevenzione delle patologie oculari, può essere in qualche modo legato alle loro proprietà di filtrazione della luce blu e ad attività antiossidante locale. Oltre al loro ruolo protettivo dal danno ossidativo indotto dalla luce, evidenze sempre più numerose indicano che LU e ZE possano anche migliorare la normale funzione visiva, aumentando la sensibilità al contrasto di luce e riducendo la disabilità da abbagliamento. Valutazioni sulla supplementazione con LU e ZE indicano che assunzioni moderate di queste sostanze sono associate a un ridotto rischio di DMS e a un minore danno visivo. Questa review prende in esame le quantità più appropriate di consumo, la sicurezza dell’assunzione di LU, i relativi effetti collaterali oltre alle future linee di ricerca (11).

Bibliografia

1. Sterzi S, Giordani L, Morrone M, Lena E, Magrone G et al (2016) The efficacy and safety of a combination of glucosamine hydrochloride, chondroitin sulfate and bio-curcumin with exercise in the treatment of knee osteoarthritis: a randomized, double-blind, placebo-controlled study. Eur J Phys Rehabil Med 52:321-330
2. Macdonald-Clarke CJ, Martin BR, McCabe LD, McCabe GP, Lachcik PJ et al (2016) Bioavailability of potassium from potatoes and potassium gluconate: a randomized dose response trial. Am J Clin Nutr 104:346-353
3. Micka A, Siepelmeyer A, Holz A, Theis S, Schön C (2017) Effect of consumption of chicory inulin on bowel function in healthy subjects with constipation: a randomized, double-blind, placebo-controlled trial. Int J Food Sci Nutr 68:82-89
4. Panahi Y, Khalili N, Sahebi E, Namazi S, Karimian MS et al (2017). Antioxidant effects of curcuminoids in patients with type 2 diabetes mellitus: a randomized controlled trial. Inflammopharmacol 25:25-31
5. Jakeman SA, Henry CN, Martin BR, McCabe GP, McCabe LD et al (2016) Soluble corn fiber increases bone calcium retention in postmenopausal women in a dose-dependent manner: a randomized crossover trial. Am J Clin Nutr 104:837-843
6. De Leo V, Cappelli V, Massaro MG, Tosti C, Morgante G (2017) Evaluation of the effects of a natural dietary supplement with cranberry, Noxamicina® and D-mannose in recurrent urinary infections in perimenopausal women. Minerva Ginecol 69:336-341
7. Olasehinde TA, Olaniran AO, Okoh AI (2017) Therapeutic Potentials of Microalgae in the Treatment of Alzheimer’s Disease. Molecules 2017 22(3):pii 480
8. Dossi CG, Cadagan C, San Martín M, Espinosa A, González-Mañán D et al (2017) Effects of Rosa mosqueta oil supplementation in lipogenic markers associated with prevention of liver steatosis. Food Funct 8:832-841
9. Burak C, Wolffram S, Zur B, Langguth P, Fimmers R et al (2017) Effects of the Flavonol Quercetin and α-Linolenic Acid on N-3 PUFA Status in Metabolically Healthy Men and Women: A Randomised, Double-Blinded, Placebo-Controlled, Crossover Trial. Br J Nutr 117:698-711
10. Andrieu S, Guyonnet S, Coley N, Cantet C, Bonnefoy M et al MAPT Study Group (2017) Effect of long-term omega 3 polyunsaturated fatty acid supplementation with or without multidomain intervention on cognitive function in elderly adults with memory complaints (MAPT): a randomised, placebo-controlled trial. Lancet Neurol 16:377-389
11. Jia YP, Sun L, Yu HS, Liang LP, Li W et al (2017) The Pharmacological Effects of Lutein and Zeaxanthin on Visual Disorders and Cognition Diseases. Molecules 22 (4):pii:E610

Ribodiet®

I nucleotidi sono composti intracellulari a basso peso molecolare e costituiscono le unità di base degli acidi nucleici DNA e RNA, oltre a essere coinvolti in molti processi biochimici. Sono esteri fosforici dei nucleosidi, formati da tre componenti: un composto azotato purinico o pirimidinico, uno zucchero pentoso e uno o più gruppi fosfato. I più importanti sono adenosina, guanosina, inosina, citidina e uridina monofosfato.

I nucleotidi sono da considerarsi come nutrienti “semi-essenziali”. Ciò significa che, in condizioni di mantenimento, la produzione endogena soddisfa i fabbisogni, mentre nelle prime fasi di vita e in condizioni di stress o di danneggiamento di alcuni tessuti, è necessaria la somministrazione esogena (1).

Ogni nuova cellula richiede circa 1 miliardo di nucleotidi per costituirsi e alcuni tessuti hanno limitata capacità di sintesi ex novo, richiedendo così basi di origine esogena che possano essere utilizzate attraverso una via di recupero. Ad esempio, la mucosa intestinale, le cellule ematopoietiche del midollo osseo, i leucociti, gli eritrociti e i linfociti sono incapaci di sintesi ex novo e quindi, per queste cellule, è importante un apporto esogeno di nucleotidi attraverso la dieta (2).

Da oltre 15 anni Prosol è punto di riferimento per le miscele di nucleotidi, commercializzate con il marchio Ribocare®, destinate ai latti formulati per l’infanzia. Sulla scia di questo marchio di successo, l’azienda ha deciso di mettere in campo la profonda conoscenza dei processi estrattivi applicati alle cellule di lievito e, dopo anni di sperimentazioni, ha lanciato sul mercato Ribodiet®, un pool di ingredienti nutritivi di origine non sintetica, che, nel loro complesso, possono apportare effetti benefici all’organismo.

Composizione e Specifiche tecniche

Ribodiet® è un prodotto naturale ottenuto da cellule di lievito grazie a un processo estrattivo controllato, rispettoso della materia prima e che prevede l’utilizzo di acqua, senza l’impiego di solventi organici. Ribodiet® apporta nucleotidi liberi, nucleosidi, oligonucleotidi, frammenti di acidi nucleici, amminoacidi, sali minerali e vitamine del gruppo B (Tab.1).

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I ceppi di lievito utilizzati per ottenere Ribodiet® sono Kluyveromyces fragilis o Saccharomyces cerevisiae.

La separazione e la concentrazione di RNA avviene esclusivamente grazie a trattamenti di tipo fisico ed enzimatico e, con una successiva fase di idrolisi enzimatica, si ottengono i nucleotidi liberi. Nella fase finale il prodotto viene disidratato mediante tecnologia spray-dry. La standardizzazione assoluta del processo di concentrazione e idrolisi degli acidi nucleici permette a Prosol di ottenere un ingrediente con un elevato tenore in nucleotidi liberi (>40%) qualitativamente e quantitativamente garantito.

Ribodiet® è un prodotto gluten free, adatto ai vegani, certificato Halal e Kosher.

La Tabella 2 riporta le caratteristiche tecniche di Ribodiet®.

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Meccanismo d’azione

Nell’alimentazione umana, la maggiore applicazione dei nucleotidi ricade nel settore dei latti formulati per la prima infanzia e della nutrizione parenterale, in quanto numerose ricerche hanno dimostrato che l’inclusione di nucleotidi in tali prodotti può migliorare la salute intestinale e lo sviluppo del sistema immunitario nei lattanti (3).

Sebbene tutti i nucleotidi non sembrino avere lo stesso effetto, una miscela di essi sembra fornire la risposta più completa. Molti studi condotti in neonati a termine hanno dimostrato che un’integrazione di nucleotidi può ridurre il rischio di diarrea di circa il 24,5%, in quanto migliorano la maturazione del sistema immunitario intestinale (2).

I nucleotidi mostrano anche un effetto diretto sul mantenimento dell’integrità della mucosa intestinale. È stato infatti dimostrato che l’integrazione di nucleotidi in giovani ratti aumenta il peso della mucosa intestinale, l’altezza dei villi (aumento superiore al 25%) e l’attività degli enzimi situati al livello dell’orletto a spazzola (maltasi, saccarasi e lattasi). Ciò suggerisce un’accelerazione della crescita e differenziazione delle cellule intestinali (3). È interessante sottolineare che l’integrazione con una miscela nucleosidi-nucleotidi accelera il recupero dopo privazione di cibo, infezioni o carenza di proteine. Infatti, l’atrofia del piccolo intestino e la ridotta attività degli enzimi dell’orletto a spazzola nei ratti si risolvono rapidamente con la loro integrazione (4).

Relativamente alla salute del microbiota, alcune pubblicazioni affermano che l’integrazione alimentare di nucleotidi migliora la flora microbica intestinale, stimolando la crescita dei Bifidobatteri in vivo (5). I nucleotidi alimentari favoriscono inoltre lo sviluppo della flora intestinale con una predominanza di Bifidobatteri e Lattobacilli e una bassa percentuale di Enterobatteri Gram negativi.

Infine, in merito alla modulazione del sistema immunitario, i nucleotidi hanno dimostrato attività sia sull’immunità umorale sia su quella cellulo-mediata, accelerano la produzione di anticorpi cellule T-dipendenti e sembrano esercitare azioni sulle cellule T-helper in fase di presentazione dell’antigene durante le interazioni cellula-cellula. Una miscela nucleoside-nucleotide (NNM) stimola la proliferazione, la differenziazione e la maturazione dei neutrofili (3). I nucleotidi provocano un aumento transitorio della citotossicità delle cellule natural killer, della produzione dell’interleuchina-2, delle secrezioni di interferone-gamma e riducono il livello di attivazione macrofagica (6). L’integrazione di nucleotidi alimentari aumenta, pertanto, la resistenza alle infezioni batteriche.

Efficacia

Sono stati condotti (presso il laboratorio di Chimica degli Alimenti e Nutraceutica – Dipartimento di Scienze del Farmaco – Università di Pavia) due studi pre-clinici su Ribodiet® per valutare la sua efficacia nella modulazione di alcuni parametri coinvolti nella risposta immunitaria.

È stata utilizzata la linea cellulare THP1, monociti umani, incubata in un terreno di coltura per 24 ore con una concentrazione non citotossica di Ribodiet® (1,25 mg/ml) e, successivamente trattata con lipopolisaccaride ottenuto da Escherichia coli O55:B5 (LPS) per indurre uno stato infiammatorio. Sono stati quindi registrati i livelli di espressione di:

Tumor necrosis factor-α (TNF-α), citochina coinvolta nella prima risposta immunitaria e comunemente utilizzata come marker di un processo infiammatorio in corso;

– Interleuchina-10 (IL-10), altra citochina che si esprime a distanza di alcune ore dall’insorgenza dell’infiammazione e ha il compito di diminuire la produzione di citochine pro-infiammatorie;

– Ossido nitrico (NO), composto secreto come mediatore dell’infiammazione utile nel contrasto di batteri e virus;

– Specie reattive dell’ossigeno (ROS), composti che vengono rilasciati a seguito dell’attivazione dei macrofagi, quale meccanismo di difesa, e sono coinvolti nello stress ossidativo.

I risultati sono riportati in Figura 1.

Fig1

Il trattamento con Ribodiet® ha indotto una riduzione significativa di oltre il 90% dei livelli di espressione di TNF-α rispetto al controllo. L’estratto di lievito ha modulato anche i parametri marker dei processi ossidativi; infatti, dopo l’induzione dell’infiammazione, la presenza del complesso nucleotidico ha ridotto del 22,5% NO e del 55% i ROS. Diversamente, l’espressione della citochina IL-10, ad azione anti-infiammatoria, è risultata significativamente aumentata del 23,5% rispetto al controllo.

I risultati suggeriscono che, nelle condizioni sperimentali impiegate, Ribodiet® esercita una azione anti-infiammatoria, anti-ossidante e immuno-modulante a seguito dell’induzione di un processo infiammatorio.

Un secondo studio è stato condotto per valutare l’efficacia di Ribodiet® in associazione o meno con una fonte di zinco, ingrediente che vanta claim sul sistema immunitario tra quelli ammessi dalla legislazione europea (Regolamento (UE) n.432/2012).

La linea cellulare prescelta è stata sempre la THP1, monociti umani, a cui è stata indotta una infiammazione attraverso LPS poco prima che terminassero le 24 ore di incubazione nel terreno di coltura. Il parametro monitorato è stato TNF-α. La fonte di zinco (0,039 mg/ml, titolo 20%) da sola ha effettivamente un’azione efficace nella riduzione di TNF-α (-16,8%). In associazione a Ribodiet® (1,25 mg/ml) si osserva un forte potenziamento dell’effetto dello zinco che, in combinazione con Ribodiet®, porta a una riduzione dell’espressione del marker del processo infiammatorio del 91,6% rispetto al controllo. I risultati, infatti, indicano che Ribodiet® rafforza significativamente l’azione anti-infiammatoria della fonte di zinco riducendo l’espressione di TNF-α indotta da LPS.

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Sicurezza

I nucleotidi sono generalmente riconosciuti come una materia prima sicura. L’uso di nucleotidi in alimenti per lattanti non sembra causare un aumento delle intolleranze gastro-intestinali. Relativamente ai prodotti per la nutrizione medica per adulti, studi su pazienti anziani nutriti per via orale per 12 settimane con una formula ad azione immuno-modulante che conteneva 1,3 g/L di nucleotidi da RNA di lievito, non hanno evidenziato alcuna alterazione dei parametri nutrizionali o metabolici tra il gruppo trattato e il gruppo di controllo.

Applicazioni e Modalità d’uso

Lo studio riportato suggerisce che Ribodiet® è un ingrediente interessante per formulati destinati alla funzionalità del sistema immunitario e che contribuiscono alle naturali difese dell’organismo.

Altre possibili applicazioni di Ribodiet® possono essere:

• Benessere della barriera intestinale

Sport nutrition (fase di recupero dopo la prestazione)

• Cognizione/Concentrazione (carenza di sintesi di nucleotidi a livello cerebrale)

• Assorbimento del ferro.

I dosaggi giornalieri consigliati di Ribodiet® vanno dai 50 ai 350 mg. L’ingrediente può essere utilizzato sia in forme solide sia in forme liquide.

I nucleotidi sono inseriti nell’elenco “altre sostanze ad effetto nutritivo o fisiologico” rilasciato dal Ministero della Salute e utilizzabili in integratori alimentari, ma ne è ammesso l’uso anche per gli alimenti dietetici, alimenti a fini medici speciali, alimenti per lattanti e di proseguimento.

Bibliografia

1. Sánchez-Pozo A, Gil A (2002) Nucleotides as semiessential nutritional components. Br J Nutr 87 Suppl 1:S135-137

2. Koletzko B, Baker S, Cleghorn G et al (2005) Global Standard for the Composition of Infant formula: Recommendations of an ESPGHAN Coordinated International Expert Group. J Pediatr Gastroenterol Nutr 41:584–599

3. Jyonouchi H (1994) Nucleotide actions on the humoral immune response. J Nutr 124, Suppl 138S-143S

4. Belo A, Marchbank T, Fitzgerald AJ et al (2006) Gastroprotective effects of oral nucleotide administration. Gut 55(2):165–171

5. Uauy R (1990) Dietary nucleotides and requirements in early life. Textbook of gastroenterology and nutrition in infancy, E. Lebenthal ed, Raven Press, Ltd, New York, USA: 265-280.

6. Matsumoto Y, Adjei AA, Yamauchi K et al (1995) Nucleoside-nucleotide mixture increases peripheral neutrophils in cyclophosphamide-induced neutropenic mice. Nutrition 11(3):296-299

7. Hess JR, Greenberg NA (2012) The Role of Nucleotides in the Immune and Gastrointestinal Systems: Potential Clinical Applications. Nutr Clin Pract 27(2) 281-294

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da L’Integratore Nutrizionale 3 – 2017

Food Supplement Forum

L’appuntamento annuale per l’aggiornamento professionale di chi opera nel settore dei Food Supplements è rappresentato dal Food Supplement Forum in programma per il prossimo mese di ottobre.

La giornata viene organizzata da Pharma Education Center, per l’approfondimento di temi attuali. I partecipanti
avranno la possibilità di confrontarsi, nello spirito del Forum, con un panel di autorevoli esperti relatori, provenienti dal mondo delle Istituzioni, delle Associazioni, dell’Università e delle Aziende del settore.

I temi trattati saranno i seguenti:

Integratori, Prodotti per Gruppi specifici, Novel Food: aggiornamenti normativi con Sessione Q&A alle Istituzioni;

Botanicals: normativa, tradizione d’uso, dossier tecnico – Tavola rotonda con gli esperti;

Ricerca & Sviluppo di un integratore – case study;

Health Claim e comunicazione

Il seminario è rivolto a tutti coloro che sono coinvolti nelle attività di sviluppo, produzione e commercializzazione degli integratori; in particolare, sono coinvolte le figure di Direzione Affari Regolatori, Direzione Medica, Area Sviluppo-Marketing, Quality e Manufacturing.

Per informazioni

Ente Organizzatore PEC – Pharma Education Center

tel +39 055 7224076 – info@pharmaeducationcenter.it – www.foodsupplementsforum.it

Una svolta nel dibattito sull’olio di palma

Ferrero vince la battaglia legale contro Delhaize per Nutella. La Corte d’appello di Bruxelles ha dato ragione al gruppo di Alba, capovolgendo la sentenza di primo grado del 2015, ed ha ordinato al gruppo della grande distribuzione belga di cessare la campagna sulla cioccolata spalmabile certificata “senza olio di palma”, fissando un plafond di penalità di un milione di euro. Ferrero accusava la campagna della società belga di essere “menzognera, ingannevole, e denigratoria” verso Nutella.

Secondo i giudici, Delhaize facendo credere che la propria cioccolata spalmabile fosse migliore per la salute poiché priva di olio di palma, ha alterato il comportamento del consumatore.

In una lettera al quotidiano la Repubblica, Giuseppe Allocca, Presidente Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, dichiara:

…..Ritengo doveroso segnalare che nessun Istituto o Ente o Organizzazione nazionale o internazionale ha mai ritenuto di vietare l’uso dell’olio di palma o raccomandato di eliminare questo ingrediente dalla alimentazione. Lo stesso parere dell’EFSA, che peraltro si riferisce a contaminanti di processo che si formano nella lavorazione di tutti i grassi, e non al solo olio di palma afferma che “Non sono stati identificati dati rilevanti relativi alla tossicità di questo ingrediente” (pag. 92). Inoltre, la stessa EFSA sta rivedendo il suo studio alla luce delle più recenti e più rassicuranti indicazioni fornite in merito da FAO e OMS. Ad oggi la comunità medico-scientifica concorda nell’affermare che l’olio di palma può fare parte a pieno titolo della nostra alimentazione e non presenta rischi per la salute in una dieta bilanciata – come si legge peraltro dal recente parere pubblicato sull’International Journal of Food Sciences and Nutrition sottoscritto da 24 esperti italiani……. La sentenza sul caso Ferrero vs Delhaize, si aggiunge alla decisione dell’AGCM presa pochi mesi fa di dichiarare infondate le accuse contro le comunicazioni e la campagna a favore dell’olio di palma sostenibile promosse dall’Unione da me presieduta. In quella occasione, in particolare, erano stati ritenuti corretti i claim che citavano “la sua coltivazione sostenibile aiuta a rispettare la natura” e “non presenta rischi per la salute in una dieta bilanciata”. I due provvedimenti, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, rappresentano una vera e propria “svolta” nel dibattito in corso sull’olio di palma e, speriamo, che sempre più realtà si attivino per chiarire una volta per tutte che i prodotti con olio di palma sono a norma e, quindi, sicuri”.

Per informazioni  www.ferrero.itwww.oliodipalmasostenibile.it

Biosfered

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D. Come è nata l’idea di questo nuovo spin-off e qual è la mission di Biosfered?

Risposta: da oltre trent’anni mi occupo di estrazione, isolamento e caratterizzazione di molecole bioattive vegetali formando laureati e dottori di ricerca. Nel 2013 abbiamo partecipato e vinto il Made in Research, un’iniziativa promossa dall’Incubatore d’Impresa dell’Università degli Studi di Torino 2i3T. Abbiamo partecipato alla Start Cup del Piemonte e Valle d’Aosta (classificandoci al terzo posto) e poi al Premio Nazionale dell’Innovazione (accedendo alla finale fra le quattro migliori idee innovative in campo Cleantech). Nel 2013 abbiamo fondato Biosfered Srl. La mission è produrre estratti da piante medicinali con un elevato livello qualitativo e di standardizzare i principi bioattivi supportandoli con studi clinici e pilota. La nostra filosofia è espressamente Cleantech (Biosferd è socio del Cluster Tecnologico Nazionale della “Chimica Verde” SPRING http://www.clusterspring.it/).

D. Quali tipi di estratti produce Biosfered?

Risposta: per le proprietà analgesiche estraiamo i furanodieni bioattivi dalle gommoresine di mirra (Commiphora myrrha) (1) e dalle gommoresine di Boswellia serrata e B. sacra (syn B. carteri) estraiamo sia gli acidi boswellici (AKBA) che i cembreni (serratolo e incensolo) (2). Ma il nostro prodotto di punta è un estratto di cramberry (Vaccinium macrocarpon) che vanta il più alto contenuto al mondo di proantocianidine dimere e trimere di tipo A (PAC-A, valutato con DMAC e LC-MS/MS) efficace nel controllo delle infezioni delle vie urinarie (3). Produciamo antiossidanti con una formula brevettata che lega le antocianine di mirtillo alle proteine di Spirulina. Infine, produciamo un estratto di pepe nero con un elevato contenuto standardizzato di β-cariofillene, un endo-cannabinoide agonista del recettore CB2.

D. Quali sono le caratteristiche degli estratti di Biosfered?

Risposta: con tecnologie innovative nel campo dell’estrazione (a temperatura ambiente) e analisi (GC-MS e LC-MS) produciamo estratti vegetali di elevata purezza, caratterizzazione e standardizzazione, indipendentemente dalla normale variabilità della materia prima di origine. Estraiamo le materie prime con etanolo (Direttiva 2009/32/CE).

L’esperienza accademica e la collaborazione costante con l’Università di Torino ci permettono di utilizzare le più avanzate tecniche per il controllo qualità delle materie prime, delle lavorazioni intermedie e dei prodotti finali e di pubblicare i risultati sulle più prestigiose riviste internazionali o di settore.

D. Qual è il mercato di riferimento e l’offerta di Biosfered?

Risposta: il mercato di riferimento è rappresentato da industrie: farmaceutica, degli integratori alimentari, alimentare, cosmetica e pet-care. L’offerta proposta si basa sulla garanzia di qualità del prodotto, con elevati gradi di purezza e un basso impatto ambientale.

D. Ci sono già molte realtà consolidate nel mercato degli estratti vegetali. Quali sono gli obiettivi che Biosfered si propone per differenziarsi e come può emergere nella competizione?

Risposta: Biosfered ha brevettato un sistema innovativo per l’estrazione e la polverizzazione a bassa temperatura che consente di mantenere le caratteristiche tipiche e naturali della materia prima senza alterarne le qualità. La ricerca universitaria, la pubblicazione su riviste scientifiche internazionali, la sperimentazione clinica, l’innovazione tecnologica nelle tecniche estrattive e la produzione di brevetti su processi e prodotti sono i punti di forza di Biosfered.

D. A quasi quattro anni dalla fondazione, quale è la capacità produttiva di Biosfered?

Risposta: oltre al centro all’avanguardia di R&D abbiamo creato una nuova unità di produzione che ci ha consentito di ampliare la nostra capacità a numerose tonnellate di prodotto/anno.

D. Biosfered è conosciuta anche all’estero?

Risposta: oltre al distributore francese Unipex, abbiamo agenti e distributori in Polonia, Sud America, Germania, Malesia, Australia e Nuova Zelanda. Biosfered è accreditata presso la FDA e uno dei nostri prodotti è registrato presso la FDA come New Dietary Ingredient.

D. Anche se si tratta di un’azienda giovane, quali sono le prospettive per il futuro?

Risposta: abbiamo una solida base scientifica e di ricerca e una capacità produttiva che intendiamo impiegare per dare forza ai nostri prodotti e infondere fiducia nei clienti che apprezzano sempre di più la qualità e la standardizzazione. Abbiamo nel “cassetto” nuove versioni migliorate di estratti di piante molto note che stiamo perfezionando e che presto metteremo sul mercato.

Bibliografia

1. Maffei M (2017) Proprietà analgesiche dei furanodieni della mirra, Commiphora myrrha (Nees) Engl. Studio pilota con MyrLiq®, un estratto di mirra ad elevato contenuto di furanodieni. L’Integratore Nutrizionale 20(3) 16-23

2. Maffei M (2017) BosLiq®-AKBA e BosLiq®-BA. Estratti di Boswellia sacra e Boswellia serrata con un alto contenuto di acidi boswellici e diterpeni. L’Integratore Nutrizionale 20(1):87-89

3. Maffei M (2016) Oximacro®, a natural cranberry extract with a very high content of proanthocyanidin A. Prevention of urinary tract infections and antiviral activity. Nutrafoods 15:N1-N4

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α-Galattoligosaccaridi di origine vegetale

Riassunto
Gli α-Galattoligosaccaridi (α-GOS) sono una fibra solubile innovativa ottenuta dai piselli, costituita da unità saccaridiche connesse da legami α e che si differenzia dai GOS tradizionali per l’origine vegetale e per l’assenza di allergeni del latte. Questo ingrediente, il cui processo di produzione è brevettato, è stato valutato in studi pre-clinici e clinici sia per il potenziale bifidogenico, sia per un altro effetto salutistico, ovvero la capacità di indurre sensazione di sazietà attraverso meccanismi diversi da quelli caratteristici delle fibre insolubili. Il quadro emergente è di un prodotto sicuro, dal chiaro carattere prebiotico e con interessanti prospettive nell’ambito del controllo dell’appetito e del weight management.

Introduzione
I galattoligosaccaridi (GOS) sono oligosaccaridi (polisaccaridi a corta catena) costituiti da unità di glucosio e galattosio, solitamente caratteristici del latte e da cui vengono anche usualmente ottenuti per produzione industriale. In ambito nutraceutico appartengono alla categoria delle fibre solubili ovvero fibre che, al contrario delle comuni fibre alimentari, è possibile sciogliere completamente in acqua. I GOS non vengono degradati dagli enzimi digestivi dell’intestino e giungono indigeriti nel colon dove vengono fermentati dal microbiota residente, principalmente dalla popolazione di bifidobatteri, che li utilizza come fonte di carbonio.
Attraverso questa funzione bifidogenica i GOS svolgono un’attività prebiotica e trofica della flora batterica residente, promuovendone uno stato normale, incrementando la massa fecale e stimolando quindi la regolare funzione intestinale (1).
Recentemente è stata sviluppata una versione innovativa di GOS: tale versione consiste nei cosiddetti α-GOS ed è costituita da galattoligosaccaridi a 2, 3 e 4 unità (un glucosio legato a 1, 2 o 3 molecole di galattosio, rispettivamente denominati melibiosio, manninotriosio e verbascotetraosio) in cui le unità costitutive sono connesse tra loro da legami di tipo alfa-glicosidico. Gli α-GOS sono ottenuti mediante un processo brevettato da una fonte interamente vegetale, ovvero i comuni piselli di campo (Pisum sativum L.), dall’azienda francese Olygose, e distribuiti in Italia da C.F.M. Co. Farmaceutica Milanese. Gli α-GOS rappresentano quindi un’alternativa vegetale ai comuni GOS largamente diffusi sul mercato, vantando assenza di allergeni e possibilità di essere consumati anche dalla popolazione vegana. Con i GOS tradizionali, gli α-galattoligosaccaridi condividono invece l’ottima solubilità in acqua, l’indigeribilità da parte dell’intestino umano e quindi la fermentabilità da parte del microbiota intestinale e la funzione bifidogenica; come la versione di origine lattica possono quindi essere utilizzati come fibra solubile in un’ampia gamma di formulazioni prebiotiche e simbiotiche.
Oltre a dette caratteristiche, vi sono evidenze che le fibre solubili, analogamente a quelle insolubili, siano in grado di influire sul senso di sazietà e di conseguenza sull’introito calorico; un tale effetto si configura potenzialmente come un importante contributo nel controllo del peso corporeo in un contesto di penetrazione sempre più diffusa dell’obesità, sia nei paesi sviluppati sia in paesi in via di sviluppo.
Diversamente dalle fibre insolubili, che concorrono ad un aumento della sensazione di sazietà attraverso diversi meccanismi, quali una ridotta densità energetica degli alimenti che le contengono, una maggiore necessità di masticazione e una maggiore distensione gastrica e attraverso un prolungamento del tempo di svuotamento dello stomaco, l’interazione tra fibre solubili e senso dell’appetito non sarebbe spiegabile allo stesso modo, bensì sarebbe mediato dall’azione del microbiota intestinale. Recentemente si sta investigando la relazione tra la flora intestinale e l’obesità; in particolare la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA) sembra poter influenzare la secrezione di ormoni peptidici da parte dell’apparato gastrointestinale (2), responsabili poi della regolazione dell’appetito.
Nella presente pubblicazione vengono quindi valutati il potenziale bifidogenico, l’interazione con il microbiota e i possibili effetti di moderazione dell’appetito degli α-galattoligosaccaridi, sia in esperimenti pre-clinici in vitro e in modelli animali, sia in test nell’uomo per somministrazione di α-GOS* come integratore alimentare a soggetti volontari.

Materiali e metodi
Studi pre-clinici
Gli esperimenti di coincubazione con fibre prebiotiche sono stati effettuati aggiungendo le diverse fibre a microbiota fecale umano (di soggetti adulti, obesi e magri in tre ripetizioni o di neonati, in 6 ripetizioni) ad una concentrazione di 4mg/mL per un tempo di coltura di 24 ore. Il DNA batterico è stato isolato ed estratto attraverso un kit commerciale di purificazione (AGOWA mag Mini DNA Isolation Kit AGOWA, LGC genomics, Germany) e successivamente sottoposto ad amplificazione per qPCR e sequenziamento per quantificare e identificare la popolazione microbica. Il medium di co-incubazione è stato anche sottoposto ad analisi HPLC per l’identificazione e la quantificazione di acidi grassi a corta catena (SCFA, acetato, propionato, butirrato, isobutirrato). I campioni di microbiota infantile sono anche stati sottoposti a spiking con Clostridium difficile per valutare un eventuale effetto inibitorio sul batterio da parte delle fibre prebiotiche: clostridio e fibre/controllo sono stati co-incubati con il microbiota fecale per 24 ore (6 ripetizioni per ciascuna condizione) e al termine dell’incubazione le copie di genoma batterico del clostridio sono state enumerate, sempre mediante tecnica qPCR.
La sicurezza e il potenziale bifidogenico degli α-GOS sono stati confermati in un test in vivo condotto in maialini da latte, un modello animale utilizzato per la valutazione di alimenti nella popolazione neonatale: a 2 gruppi da 12 animali pre-svezzamento è stata somministrata quotidianamente una formula contenente 8 g/L di α-GOS o un controllo. Il trattamento, condotto in condizioni di stabulazione controllate, ha avuto una durata di 3 settimane a partire dal momento in cui gli animali hanno raggiunto 1,5 kg di peso. Durante il periodo di trattamento gli animali sono stati monitorati per crescita, consumo di cibo, mortalità e segnali clinici anormali. Alla fine del trattamento è stata valutata la popolazione microbica fecale, misurando attraverso qPCR il contenuto di bifidobatteri e lattobacilli in campioni di feci e le eventuali differenze tra popolazione trattata e di controllo. Gli animali sono stati infine sacrificati e il sangue e i tessuti raccolti e valutati per eventuali anomalie cliniche.

Studi clinici
La caratterizzazione della popolazione di bifidobatteri fecali nello studio nell’uomo è stata effettuata come descritto altrove (3). In breve è stato prima estratto il DNA batterico attraverso kit commerciale (Stool Mini Kit, Qiagen) a seguito di preparazione chimica e meccanica dei campioni; la quantificazione è stata effettuata mediante PCR real-time quantitativa, attraverso l’uso di primer specifici per il genus dei Bifidi.
Per lo studio sulla relazione tra assunzione di α-GOS e appetito, 88 volontari in lieve sovrappeso sono stati divisi in 4 gruppi. Ciascun gruppo ha ricevuto due volte al giorno per due settimane una bevanda non zuccherata contenente un placebo o 3, 6 o 9 g di α-GOS disciolti, per un totale di 6, 12 o 18 g/die.
L’endpoint primario dello studio è stata la valutazione dell’appetito sulla base di 5 parametri: fame, sensazione di pienezza, sazietà, consumo potenziale e desiderio di mangiare. Le sensazioni sono state valutate e confrontate tra loro attraverso scale VAS (Visual Analog Scales) nel contesto di due momenti di test distinti, al giorno 0 e alla fine del periodo di somministrazione al giorno 15. Ciascun test della durata complessiva di 480 minuti ha previsto la valutazione di ciascuna sensazione ogni 60 minuti; al t0 e al t=240 minuti sono stati consumati rispettivamente una colazione e un pasto standard. La curva di percezione nel tempo di ciascuna sensazione è stata quantificata calcolandone l’Area sotto la Curva (AUC); l’area della curva al giorno 0 è stata poi confrontata con quella al giorno 15 per valutare l’impatto sull’appetito del trattamento di 15 giorni con α-GOS. L’introito di cibo e calorie è stato calcolato conteggiando con precisione il cibo effettivamente assunto nel pasto standard di ciascuno dei due giorni di test.
Per la valutazione dei livelli di lipopolisaccaride (LPS) plasmatico, è stato condotto un prelievo sanguigno a digiuno al giorno 0 e 15 in provette apirogene con EDTA; dopo la conservazione a -70°C la misura è stata effettuata con kit cromogenico Limulus Amebocyte Lysate HIT302 (Hycult).

Risultati
Studi pre-clinici
La quantificazione (espressa in copie di DNA/g misurate attraverso PCR quantitativa) dei bifidobatteri nel microbiota di neonati (ottenuto da campioni fecali) incubato con α-GOS, beta-GOS, 2-fucosil-lattosio, inulina e con un controllo negativo (Fig.1), ha evidenziato per incubazione con α-GOS un incremento rispetto al trattamento con il controllo e livelli paragonabili con quelli ottenuti con beta-GOS, fibra prebiotica comunemente utilizzata. È anche interessante osservare che il potenziale bifidogenico e l’incremento dell’abbondanza relativa dei bifidi, ascrivibile al trattamento con α-GOS e altri prebiotici, ha anche provocato un’inibizione della crescita di C. difficile (noto agente causativo di fenomeni diarroici soprattutto nei neonati) quando co-incubato nelle stesse colture in vitro. Simili esperimenti sono stati condotti co-incubando microbiota ottenuto da campioni fecali di soggetti adulti, sia magri che obesi (dati non mostrati); in questo esperimento si è osservato un comparabile incremento di circa due logaritmi della conta di bifidi ad opera di α-GOS e beta-GOS (circa 106 copie DNA/mL) rispetto al controllo (circa 104 copie DNA/mL). Inoltre la misurazione cromatografica dei livelli di acidi grassi a catena corta negli stessi campioni di feci precedentemente co-incubate con diversi tipi di fibre alimentari ha mostrato che acetato e butirrato erano quelli alle concentrazioni mediamente più elevate. Sia in soggetti magri che in soggetti obesi l’incubazione con α-GOS ha sempre determinato un incremento significativo di acetato e butirrato rispetto al controllo non incubato, evidenziando effetti paragonabili a quelli ottenuti con un oligosaccaride di riferimento come beta-GOS.

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Gli α-GOS sono stati anche valutati in un test in vivo in maialini da latte pre-svezzamento. Gli endpoint principali dello studio sono stati l’esame della sicurezza del trattamento per gli animali, ovvero eventuali differenze in termini di crescita e di incidenza di fenomeni clinici anomali tra animali trattati e non, e la valutazione del potenziale bifidogenico e l’effetto sull’apparato gastrointestinale. Il consumo di α-GOS con formula non ha provocato differenze significative nel peso corporeo e nel tasso di aumento dello stesso e nell’assunzione di cibo rispetto al controllo; anche la feed efficiency, ovvero la misura dell’efficienza in accrescimento dell’animale in base alla quantità di cibo consumato, è risultata paragonabile (16% per α-GOS contro 15,1% controllo, differenza non significativa). È stato riportato un numero superiore di casi di diarrea in animali alimentati con formula addizionata (11 contro 3, nelle tre settimane), ma la maggior parte dei casi si è verificata nella prima settimana. In Figura 2 si può osservare come il trattamento con α-GOS abbia incrementato significativamente la popolazione di bifidi rispetto al controllo, a fronte di un sostanziale bilanciamento dei gruppi al t0, mentre non vi è stato effetto sulla frazione di lattobacilli. Si è anche osservato un incremento significativo del microbiota totale nei trattati rispetto al controllo, oltre ad un pH inferiore, un peso superiore del cieco-colon e un livello più elevato di acetato e propionato nel colon (dati non mostrati).

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Studi clinici
L’effetto bifidogenico degli α-GOS è stato anche valutato nell’uomo: un primo test è stato condotto su un totale di 88 soggetti, volto a rilevare eventuali differenze tra oligosaccaridi a crescente grado di polimerizzazione (2, 3 o 4 unità saccaridiche) in relazione all’effetto sull’organismo. Dopo due settimane di somministrazione quotidiana di 12 g di ciascun tipo di fibra, tutte e tre le formulazioni hanno provocato nei soggetti un incremento significativo della conta di bifidobatteri fecali rispetto al t0 (circa +8,5%), al contrario del ramo del placebo che è risultato indistinguibile (differenza significativa tra ramo placebo e ciascuno dei tre trattamenti a t=15d, p<0,05). Le tre formulazioni non hanno invece evidenziato differenze significative tra loro; le quattro coorti dello studio non erano distinguibili al t0. Al contrario di quanto osservato nella popolazione di bifidobatteri, la conta complessiva batterica fecale non ha mostrato differenze al termine dello studio. Si segnala che anche al termine di un altro studio interventistico nell’uomo, condotto per somministrazione di α-GOS (12 g/die) o di un placebo ad un totale di 98 persone per 4 settimane, si è osservato un arricchimento significativo della popolazione di bifidi del microbiota.

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In una diversa valutazione clinica, anch’essa condotta su 88 soggetti divisi in quattro rami, un placebo e tre dosi crescenti di α-GOS (dose giornaliera di 6, 12 o 18 g disciolti in una bevanda non zuccherata in due somministrazioni) sono state somministrate a volontari sani, questa volta con lo scopo di valutare l’impatto di questa fibra prebiotica solubile sull’appetito. La misura è stata fatta confrontando i dati al t0 e al t=15d dopo due settimane di somministrazione, come valutazione di 5 differenti sensazioni secondo una scala VAS (Visual Analogue Scale). La Figura 3 mostra la differenza tra t0 e t= 15d della misura delle 5 sensazioni in un arco temporale di 480 minuti (area sotto la curva); è possibile osservare come il placebo non abbia mai prodotto differenze mentre, al contrario, per i soggetti che sono strati integrati con α-GOS si sono rilevati aumenti significativi delle sensazioni di sazietà e pienezza e delle riduzioni significative delle sensazioni di fame, consumo potenziale e desiderio di mangiare; per le variazioni rilevate si è anche osservato un interessante trend dose/risposta, ove il dosaggio ottimale appare essere rappresentato da 12 g/die.

In Figura 4 è illustrato come l’assunzione per due settimane di α-GOS possa anche essere correlata con una riduzione della quantità di cibo e di calorie assunti durante un pasto test. La figura mostra il delta di introito di diversi alimenti e calorie tra due pasti standard consumati a t0 e t=15d; ancora una volta il controllo con placebo non risulta influenzato positivamente, mentre il trattamento con prebiotico mostra una riduzione significativa di assunzione di alcuni nutrienti e calorie, con un interessante trend dose/risposta.
Nello stesso studio è stato misurato anche il lipopolisaccaride (LPS) plasmatico, un’endotossina indicatrice di uno stato infiammatorio sistemico. In accordo con altri studi in merito al ruolo modulatorio dell’infiammazione da parte dei prebiotici (4,5), il trattamento per due settimane con α-GOS ha comportato una riduzione significativa dei livelli di LPS plasmatico, con un effetto più marcato alle dosi più elevate (approssimativamente -50% tra controllo e trattamento con 12 g/die, dati non mostrati) mentre i gruppi non differivano significativamente alla baseline.

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Discussione e Conclusioni

Le fibre sono un alimento importante nel contesto di una corretta alimentazione per l’uomo; le fibre insolubili contribuiscono a incrementare la massa fecale e a regolarizzare l’alvo, ma un ruolo importante è riconosciuto anche alle fibre solubili, che si distinguono per la loro attività prebiotica, ovvero di sostegno della crescita del microbiota residente nell’intestino. Un corretto apporto di prebiotici è necessario e benefico negli adulti ed è anche pratica comune nei neonati, in particolare come complemento in caso di alimentazione con formule artificiali, per simulare gli oligosaccaridi naturalmente presenti nel latte materno. Gli α-GOS sono una fibra alimentare innovativa, recentemente ottenuta attraverso un procedimento produttivo brevettato; rappresentano un’alternativa ai comuni GOS (beta-GOS) ottenuti a partire dal latte e offrono il vantaggio di avere origine vegetale poiché ottenuti dai piselli per separazione dal cosiddetto pea-whey, la componente da cui è anche estratta la frazione proteica per altre applicazioni nutraceutiche.
Diversi esperimenti in vitro sono stati dedicati alla valutazione del potenziale di stimolazione della flora microbica, in particolare del genere Bifidobacterium, da parte degli α-GOS; i test sono stati condotti su microbiota ottenuto da campioni fecali sia di adulti che di neonati, co-incubando la flora batterica con diverse fibre prebiotiche ed in entrambi i casi si è osservata una stimolazione significativa del pool di bifidi, in termini paragonabili o superiori all’effetto ottenuto con altre fibre solubili, in particolare con beta-GOS tradizionali. Si riscontra quindi che i bifidobatteri sono in grado di fermentare gli α-GOS e questo è stato anche confermato nello studio con microbiota di adulti, monitorando i livelli di produzione degli acidi grassi a corta catena (SCFA), principali by-products degli eventi fermentativi e considerati molecole importanti anche per il benessere dell’apparato gastrointestinale, del sistema immunitario e dell’organismo nel suo complesso (6,7). Nello studio in vitro condotto su microbiota di neonati si è anche riscontrato un interessante effetto di inibizione della crescita del clostridio dopo spiking dello stesso nella co-coltura, probabilmente per competizione con le specie microbiche benefiche.
Lo studio in maialini da latte pre-svezzamento, volto a confermare la sicurezza degli α-GOS anche in un modello animale che simula l’utilizzo dei nutrienti nella sotto-popolazione umana dei neonati, ha offerto un quadro di sostanziale efficacia e sicurezza in tre contesti importanti: gli animali sono andati incontro ad uno sviluppo del tutto paragonabile a quello degli animali di controllo, alimentandosi adeguatamente; non si sono osservati eventi clinici di rilievo, né una maggiore incidenza di eventi avversi che destassero preoccupazione; è stato confermato il ruolo di stimolazione della sotto-popolazione di bifidi dell’intestino, per analisi del microbiota fecale. I dati preclinici evidenziano quindi per gli α-GOS un potenziale benefico, che posiziona questa fibra solubile prebiotica innovativa ad un livello comparabile con la controparte tradizionale di origine lattica, aprendo le porte per un utilizzo come agente prebiotico, sia in integrazione per adulti, sia come complemento in formule infant. Anche lo studio condotto nell’uomo ha permesso di riscontrare un significativo effetto bifidogenico come conseguenza della somministrazione di α-GOS come integrazione della dieta quotidiana. L’endpoint principale dello studio era tuttavia l’investigazione di un altro possibile effetto, ovvero la regolazione dell’appetito, coerentemente con simili evidenze disponibili in letteratura (8): la somministrazione per due settimane di fibre solubili α-GOS ha permesso di osservare una riduzione dell’appetito secondo una relazione dose risposta, oltre ad una diminuzione dell’introito calorico e di alimenti in corrispondenza di un pasto standard. La regolazione dell’appetito da parte di alimenti specifici, qui misurata valutando 5 distinte sensazioni secondo una metodologia largamente utilizzata, potrebbe rappresentare un interessante approccio anche per aumentare la probabilità di ottenere risultati positivi nel contesto di programmi di riduzione controllata del peso. Il meccanismo proposto per questo effetto è che sia l’interazione tra flora intestinale e tessuti, mediata in particolare dai metaboliti fermentativi batterici quali gli acidi grassi a corta catena (SCFA), a influire sull’appetito, modulando la secrezione di peptidi ormonali come grelina (oressigenico) e GLP-1/PYY (anoressizzanti) da parte dell’apparato gastrointestinale (9). Inoltre la riduzione dell’infiammazione sistemica rappresenta un potenziale beneficio rilevante per l’organismo, anche in relazione alla nutrizione e alle problematiche correlate (es. sindrome metabolica); quanto osservato nello studio, ovvero una diminuzione significativa dell’endotossina sistemica plasmatica LPS, può essere un ulteriore risultato indirettamente riconducibile al ruolo del microbiota attraverso la normalizzazione dell’effetto barriera promosso e supportato da un migliore stato di salute della flora microbica intestinale.
Sempre in relazione al potenziale salutistico degli α-GOS, l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare EFSA ha approvato due rivendicazioni che riguardano i GOS: (i) contribuiscono alla corretta mineralizzazione dei denti e (ii) utilizzati in alimenti in sostituzione di carboidrati digeribili, contribuiscono ad una riduzione della glicemia post-prandiale, rispetto al consumo di alimenti contenenti zucchero. Gli α-GOS, in quanto galactoligosaccaridi non digeribili, possono vantare le stesse rivendicazioni, come concluso da specifiche opinoni di EFSA dedicate all’argomento (10,11). In conclusione, grazie al potere bifidogenico e al potenziale di regolazione dell’appetito, entrambi effetti documentati dai dati scientifici presentati, gli α-galattoligosaccaridi rappresentano un’interessante nuova frontiera nel campo dell’integrazione con fibre prebiotiche solubili.

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10. EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies (2014) Scientific Opinion on the substantiation of a health claim related to AlphaGOS® and a reduction of post-prandial glycaemic responses pursuant to Article 13(5) of Regulation (EC) No 1924/2006. EFSA J 12(10):3838, 10 pp
11. EFSA Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies (2013) Scientific Opinion on the substantiation of a health claim related to “non-fermentable”carbohydrates and maintenance of tooth mineralisation by decreasing tooth demineralisation pursuant to Article 13(5) of Regulation (EC) No 1924/2006. EFSA J 11(7):3329, 13 pp


*AlphaGOS®, prodotto da Olygose e distribuito in Italia da C.F.M. Co.Farmaceutica Milanese • francesco.zerilli@cofamispa.it