Innovatec

Attiva nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, Innovatec fornisce una vasta gamma di servizi tecnologicamente avanzati nel campo della sostenibilità ambientale.
 L’azienda è infatti il primo player privato italiano che copre l’intera catena del valore, grazie alla capacità di esplorare nuove formule di integrazione dei servizi dedicati a tutte le direttrici della sostenibilità ambientale (aria, acqua, materia, rifiuti, emissioni, mobilità ed efficienza energetica); e lo fa proponendo un modello di fare impresa perfettamente in sintonia con i principi dello sviluppo sostenibile: creare valore nel tempo per soddisfare i bisogni delle generazioni presenti, senza compromettere le possibilità di quelle future.
Per saperne di più abbiamo intervistato Roberto Maggio, Presidente di Innovatec.


• Energia e molto altro: qual è l’identikit del Gruppo?
È proprio così: Innovatec è una holding quotata sul Mercato AIM di Borsa Italiana e certificata ESCO UNI CEI 11352. Ha un portafoglio attivo di centinaia di imprese ed è capogruppo di diverse aziende che operano in settori che vanno dall’efficienza energetica alla gestione delle risorse idriche, dalla valorizzazione dei materiali di scarto al loro reimpiego nel processo industriale. Come si può facilmente immaginare, questa caratteristica costituisce un grande valore in termini di competenze che siamo in grado di offrire in maniera integrata ai nostri clienti per sviluppare le soluzioni a loro più adatte, cucite su misura. Riusciamo ad accompagnare le aziende clienti a diminuire il loro impatto ambientale e contemporaneamente ad aumentare l’EBITDA, perché crediamo che la sostenibilità deve sempre essere anche economica.
In questo momento stiamo supportando decine di realtà nella loro transizione verso il processo di decarbonizzazione. Lo possiamo fare in modo efficace perché, grazie alle diverse aziende controllate e a partner consolidati, abbiamo le competenze per analizzare e ottimizzare tutte le grandezze che impattano nel calcolo del bilancio delle emissioni di gas a effetto serra.
Gli scenari di intervento possono essere di tre tipi: diretti in azienda, diretti fuori dall’azienda oppure indiretti. Tra gli interventi diretti in azienda ci sono quelli legati all’efficienza e al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili, alla mobilità sostenibile e alla riduzione delle emissioni di processo. Tra gli interventi diretti fuori dall’azienda la realizzazione di un impianto da fonti rinnovabili, un intervento di risparmio energetico o un intervento di forestazione. Infine, tra gli interventi indiretti ci sono gli acquisti verdi (green procurement, ad esempio materiali provenienti da riciclo, energia verde, ecc.) oppure azioni di compensazione (progetti esistenti a livello nazionale o internazionale).
Un percorso di decarbonizzazione o carbon neutrality è spesso un mix di interventi diretti e indiretti.

• L’efficienza energetica è diventato un tema molto popolare con l’approvazione dell’Ecobonus 110%. Come vi state muovendo in questo ambito?
Nella seconda metà del mese di giugno abbiamo lanciato il progetto Houseverde per la riqualificazione energetica sostenibile del patrimonio immobiliare italiano e la sua messa in sicurezza grazie alla ristrutturazione antisismica.
Il progetto Houseverde sarà sviluppato da Innovatec Power e sarà rivolto a famiglie e condomini che possono beneficiare delle agevolazioni previste dal recente Decreto Rilancio (D.L. 34 del 19 maggio 2020) chiamate Ecobonus 110%.
L’obiettivo è offrire alla clientela interventi di efficientamento energetico degli edifici, da effettuarsi in modo integrato attraverso lo studio attento degli elementi architettonici, strutturali e impiantistici. Le scelte progettuali terranno in debito conto l’innovazione tecnologica individuando le tecniche costruttive, i materiali più innovativi e meno impattanti dal punto di vista ambientale, le tecnologie impiantistiche più evolute per garantire l’efficienza e la sicurezza dell’edificio, adeguati livelli di comfort abitativo e il rispetto dell’ambiente sia in termini di emissioni sia di consumo di risorse. Ogni cantiere sarà gestito per migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto delle abitazioni con la massima attenzione al recupero dei materiali nel pieno rispetto dei principi dell’economia circolare.

• Cosa significa?
Il progetto Houseverde esemplifica bene come le diverse competenze delle aziende che fanno parte della holding si integrino a beneficio del cliente, dell’efficienza e della tutela dell’ambiente in un’ottica di sostenibilità. Ogni progetto di Houseverde sarà infatti inserito e geolocalizzato sulla piattaforma Circularity (https://circularity.com/#home), società benefit partecipata al 20% da Innovatec. Attraverso la piattaforma per il calcolo del percorso circolare di Circularity, le imprese industriali (e in questo caso i progetti Houseverde) possono entrare in rete e sviluppare percorsi di economia circolare. In ultima analisi, questo significa gestire i rifiuti come una risorsa e non soltanto come un costo.
Oltre alla valenza energetica dell’intervento, verranno quindi quantificati e monitorati i parametri ambientali e di rispondenza ai migliori criteri di economia circolare. Una volta calcolato l’impatto ambientale del progetto, sarà valutato un meccanismo di compensazione che permetterà di contribuire positivamente al miglioramento dell’impatto ambientale degli edifici, non solo grazie alla riqualificazione ma anche alla misurazione dell’impatto e alla compensazione, ove possibile, degli interventi collegati.

• Il core business di Innovatec Power è l’energia: cos’ha di speciale la vostra offerta?
I nostri punti di forza sono l’efficienza energetica, il servizio su misura e il supporto per l’ottenimento degli incentivi italiani ed europei applicabili grazie alle competenze di un’altra società collegata al gruppo, Exalto. Innovatec si occupa della progettazione, della fornitura, della realizzazione e della successiva manutenzione di soluzioni impiantistiche e tecnologiche con formula “chiavi in mano”. Disponendo di un’offerta multibrand, a seconda delle esigenze energetiche del cliente individuiamo la soluzione più performante. Insieme a Exalto, società di Ricerca e Sviluppo in ambito di efficientamento energetico, Innovatec fornisce al cliente tutto il supporto nella ricerca, nell’ottenimento e nella gestione degli incentivi, oltre che dei certificati bianchi, cioè i titoli di efficienza energetica che attestano il risparmio energetico conseguito realizzando uno specifico intervento.
Crediamo che con un approccio più efficiente alla gestione dell’energia sia possibile migliorare le performance aziendali, ridurre sprechi e costi operativi, e rendere l’impresa più sostenibile rispetto all’impatto ambientale che si produce. Lavoriamo per creare cultura nei clienti perché vogliamo aiutarli nella loro transizione verso la decarbonizzazione.

• Come si integrano in questo contesto le altre linee di business?
Siamo il primo player italiano che copre l’intera catena del valore grazie alla capacità di esplorare nuove formule di integrazione dei servizi dedicati alla sostenibilità ambientale e all’efficienza energetica. Questo è possibile proprio grazie alle sinergie di Gruppo che riusciamo a mettere in campo e che ci permettono di presentarci ai clienti non solo come fornitori, ma anche come consulenti a tutto tondo. Oltre all’energia lavoriamo nel campo dell’efficienza idrica, della gestione dei rifiuti e della sostenibilità in generale.
L’acqua, come sapete, viene usata in molti processi industriali, nella maggior parte dei quali deve subire una serie di trattamenti preliminari; per questo, insieme ai nostri partner, lavoriamo per mettere a punto un ciclo idrico ottimizzato, sia in termini di costi sia in termini di qualità dell’acqua finale e di preservamento dell’ecosistema.
Offriamo servizi di sanificazione, filtrazione, trattamento biologico e chimico-fisico, processi di evaporazione, essiccazione e cristallizzazione. Presidiamo il settore rifiuti grazie alla controllata Sostenya Green, società specializzata nella gestione integrata dei rifiuti industriali, che si rivolge a clienti che operano in tutti i settori merceologici e hanno la necessità di coprire l’intera filiera dei rifiuti. Anche in questo ambito abbiamo una mentalità orientata all’efficienza e alla valorizzazione degli scarti che, una volta raccolti, vengono avviati a selezione e ai migliori processi di valorizzazione. Applichiamo un approccio che amplia il concetto di recupero dei rifiuti anche al loro utilizzo come fonte di energia, sfruttando i sottoprodotti della loro decomposizione (biogas e Combustibile Solido Secondario, CSS).
Infine, nell’ambito della sostenibilità e dell’economia circolare, ci avvaliamo della consulenza di Circularity, di cui siamo investor. Circularity, che come dicevo ci supporta anche per il progetto Houseverde, ha sviluppato la prima piattaforma digitale per il calcolo del percorso circolare e offre servizi di consulenza per aiutare le imprese a integrare l’economia circolare all’interno del proprio modello di business.

• Sostenibilità e responsabilità sociale hanno un ruolo importante in Innovatec. Cosa sono per voi?
Si tratta di due valori che si intrecciano di continuo e che costituiscono le fondamenta del nostro modo di fare business. La sostenibilità ambientale è un valore che anima non solo il nostro modello che segue le logiche della Corporate Social Responsibility, improntato all’efficienza e alla diminuzione di impatto verso i nostri stakeholder, ma anche le nostre scelte strategiche. In questo campo il nostro intento consiste nel creare valore con ricadute positive sul territorio in cui operiamo. Facciamo attività di divulgazione e formazione sul tema dei cambiamenti climatici e sulla tutela dell’ambiente per promuovere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto. In ambito sociale sosteniamo progetti specifici, come abbiamo fatto per esempio con il progetto Scuole che, attraverso la rappresentazione teatrale ideata per i bambini delle elementari, permette di riflettere sui temi del consumo energetico e dell’uso consapevole delle risorse.

Per informazioni
Camilla Natalini • cosmeticandnutrition@innovatec.it • www.innovatec.it

Intervista pubblicata su L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

Botanicals per contrastare la depressione

Domenico Barone
Biotecnologie Industriali – Università degli Studi di Torino – domenico.barone@libero.it


I principi attivi presenti negli integratori di origine botanica appartengono a una classe molto vasta, comprendendo prodotti diversissimi tra loro sia per origine sia per struttura chimica e attività biologica. Per questo, nella scelta dell’integratore, la qualità diventa un criterio dirimente per medici, farmacisti e consumatori, ed è un requisito imprescindibile dell’informazione e della trasparenza.
Varie sono le iniziative, promosse dalle associazioni di categoria, società scientifiche e aziende, che sottolineano la necessità di fare chiarezza su questi temi e propongono documenti di consenso, quali ad esempio il Consensus Paper Integratori di origine botanica: approccio multidisciplinare alla qualità, di cui abbiamo parlato sul numero 1 della nostra rivista (1).
In questa rubrica, anziché presentare nuovi ingredienti di origine botanica disponibili nella letteratura scientifica (sarebbe stata difficile una selezione, visto che in PubMed abbiamo trovato più di 300 voci solo negli ultimi 5 anni!), vi proponiamo delle nuove strategie di ricerca che possono offrire originali sviluppi futuri. Abbiamo selezionato, come esempio, l’applicazione di principi botanici per contrastare la depressione.

Dalla medicina tradizionale cinese alla biologia dei sistemi

La depressione (DP) è tra i disturbi psichici più devastanti e invalidanti. Una grave perdita, realmente subita o percepita come tale, è spesso l’evento scatenante. La percentuale di pazienti depressi è in continuo aumento: non a caso, l’OMS prevede che, nel giro di pochi anni, la DP sarà la seconda causa di invalidità per malattia, subito dopo le patologie cardiovascolari. La DP è caratterizzata da perdita di interesse, ansia, disturbi del sonno, mancanza di energia e pensieri suicidi. A differenza delle terapie convenzionali a base di farmaci di sintesi (antidepressivi) che hanno limiti intrinseci, i principi fitoterapici con effetto antidepressivo hanno meccanismi d’azione unici e spesso non noti. Ricercatori universitari cinesi presentano e discutono in una review le basi farmacologiche e i meccanismi biologici su cui si basano gli antidepressivi di origine botanica, e propongono la recensione di un aggiornamento sistematico degli ultimi 5 anni di ricerca su questi antidepressivi, in base alla patogenesi e ai potenziali bersagli terapeutici della DP (2). La DP è stata collegata chimicamente a problemi o squilibri dei neurotrasmettitori cerebrali serotonina (5-HT), noradrenalina (NE) e dopamina (DA): la sua patogenesi è l’espressione anomala delle monoammine 5-HT, adrenalina (EP), NE e DA o dei loro recettori. Altri fattori scatenanti sono la disfunzione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), lo squilibrio delle citochine infiammatorie, lo stress ossidativo e la compromissione della plasticità sinaptica. Inoltre, importanti fattori determinanti per i sintomi della DP sono anomalie della flora intestinale e alterazione epigenetica dei geni.
Gli antidepressivi di sintesi si limitano alla regolazione dei neurotrasmettitori, tra i quali gli inibitori selettivi del re-uptake della 5-HT, gli inibitori del re-uptake di 5-HT/NE, gli antidepressivi atipici, gli antidepressivi triciclici e gli inibitori delle monoammino-ossidasi (I-MAO).
Gli autori della review discutono possibili approcci terapeutici alla flora intestinale e alla neurogenesi e, in base alla complessa patogenesi della DP, suggeriscono che l’assunzione mista di prodotti vegetali sia la strategia più adatta al trattamento antidepressivo. Forniscono, inoltre, elenchi di integratori consigliati per la cura delle varie manifestazioni della DP, corredati dai rispettivi meccanismi di azione. Tossicità ed effetti collaterali degli integratori botanici con attività antidepressiva sono relativamente lievi.
La Figura 1 riporta schematicamente alcuni principi botanici attivi con attività antidepressiva che agiscono sui neurotrasmettitori: Cistanche tubulosa e silimarina ne influenzano la sintesi; iperforina, adiperforina e zafferano riducono il re-uptake della serotonina; Viburnum bracteatum antagonizza i recettori serotoninergici; rodiola e curcumina modulano i neurotrasmettitori eccitatori e inibitori. L’effetto antidepressivo dello zafferano è attribuito alle attività di safranale (aldeide aromatica, in natura sotto forma di glicoside (picrocrocina) dello zafferano) e crocina attraverso il riassorbimento di DA, 5-HT e NE; la crocina è un inibitore non competitivo delle MAO-A e MAO-B; la curcumina ha effetti antidepressivi che possono essere correlati all’inibizione delle MAO e al potenziamento dei neurotrasmettitori monoamminici.
In Figura 2 è schematizzata l’interazione di stress ossidativo, HPA e infiammazione attraverso cui alcuni principi botanici esercitano un’attività antidepressiva.
Prodotti botanici e loro componenti attivi, ampiamente studiati e segnalati per il loro ruolo nella regolazione e normalizzazione dell’asse HPA nella DP, sono: EGb 761 (estratto di foglie di Ginkgo biloba, antiossidante, scavenger di radicali liberi), catalpolo, geniposide e Rehmannia glutinosa.
Tra i prodotti botanici dotati di attività antinfiammatoria, nella DP troviamo: astragaloside IV, ginsenosidi, quercetina, naringenina, saicosaponina A, EGb 761, resveratrolo, Thymelaea lythroides, Polygala japonica, curcumina e rizoma di Gastrodia elata. Poiché lo stress ossidativo svolge un ruolo cruciale nello sviluppo del processo infiammatorio, gli antiossidanti potrebbero bloccare l’infiammazione; viceversa, l’infiammazione potrebbe innescare uno stress ossidativo. Il rapporto tra infiammazione e stress ossidativo spiega come la maggior parte dei prodotti botanici che esercitano un’azione antidepressiva inibiscano infiammazione e stress ossidativo.
È anche possibile che prodotti botanici e loro componenti attivi inibiscano l’infiammazione, che successivamente elimina l’iperattivazione dell’asse HPA, la cui compromissione potrebbe danneggiare anche la trasmissione sinaptica neuronale e la neurogenesi, contribuendo a comportamenti depressivi.
Componenti botanici attivi che aumentano l’espressione del Brain-Derived Neurotrophic Factor (BDNF), attivano successivamente BDNF/TrkB (cruciale regolatore sinaptico)-ERK/Akt per regolare l’apoptosi neuronale. Potenti antiossidanti, in grado di prevenire comportamenti simili alla DP aumentando l’espressione del BDNF, sono: geniposide, saicosaponina D, resveratrolo, quercetina, naringenina, Thymelaea lythroides, Polygala japonica, Rhizoma gastrodiae, silimarina, paeonol (fenolo), ginsenosidi, olio di semi di Perilla frutescens, estratto acquoso di zafferano, catalpolo, estratto di Cistanche tubulosa e Rehmannia glutinosa. La saicosaponina D contrasta i comportamenti depressivi in un modello animale aumentando la fosforilazione di CREB (cAMP response element binding protein) e promuovendo l’espressione di BDNF mediata dal miglioramento della funzione dell’asse HPA e dal consolidamento della neurogenesi ippocampale. Tuttavia, i meccanismi esatti alla base del recupero dell’asse HPA da parte di integratori botanici devono ancora essere chiariti.
La plasticità sinaptica è stata proposta come nuovo meccanismo d’azione per lo screening di antidepressivi, in particolare di quelli ad azione rapida. Regolatori sinaptici come TrkB (BDNF/Tropomyosin receptor kinase B), N-metil-d-aspartato, acido glutammico, estrogeni e insulina o loro vie di segnalazione a valle come PI3K/AKT/mTor (pathway coinvolta nella regolazione di diverse funzioni cellulari) sono obiettivi terapeutici cruciali per la DP. Gli effetti antidepressivi del ginsenoside Rg1 (saponina triterpenica) sono dovuti al miglioramento dei livelli di corticosterone e testosterone modulando i livelli proteici del recettore dei glucocorticoidi (GR) e di quello degli androgeni (AR), e mediando il recupero dell’asse HPA.
La flora intestinale non è solo correlata alla digestione degli alimenti e alle patologie gastrointestinali, ma modula anche una varietà di malattie, disturbi psichiatrici inclusi. Recenti progressi indicano che prodotti botanici e loro componenti attivi come berberina, resveratrolo e l’estratto di Cistanche tubulosa migliorano comportamenti depressivo-simili regolando la flora intestinale. Metaboliti intestinali tra cui l-treonina, isoleucina, alanina, serina, tirosina e prolina ossidata sono considerati la causa principale di comportamenti depressivo-simili.
La neurogenesi è un fenomeno importante per il recupero dalle malattie neurodegenerative ed è stata anche proposta come via da seguire per alleviare i sintomi depressivi usando integratori di origine botanica.
La saicosaponina D può contrastare i comportamenti depressivi indotti nei ratti promuovendo la neurogenesi dell’ippocampo. L’estratto acquoso di Paeonia japonica può alleviare comportamenti simili alla DP, stimolando la neurogenesi nel giro dentato dell’adulto.
La silimarina può promuovere la neurogenesi nell’ippocampo e nella corteccia cerebrale di topi con comportamento depressivo-simile. L’asse intestino-cervello è stato anche pensato come uno dei possibili meccanismi depressivi.
La flora intestinale è un meccanismo avanzato e di grande attualità per il trattamento di patologie cerebrali. In conclusione, in futuro, con l’applicazione di tecniche di indagine a livello del genoma e la biologia dei sistemi sarà possibile identificare nuovi obiettivi e meccanismi per il trattamento della DP, verificando percorsi e target diversi e rivelando le basi biologiche di questa condizione patologica (2). […]

L’intero approfondimento è pubblicato su L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

Valutazione dell’efficacia di un simbiotico commerciale in corso di diarrea acuta nel cane

Pietro Ruggiero1, Enrico Bottero1, Elena Benvenuti1, Alessandra Olivieri1, Alessio Pierini2
1Gruppo EndoVet Italia, Roma
2Università di Pisa, Pisa
ruggendo@gmail.com


Riassunto

Il presente lavoro ha lo scopo di valutare l’efficacia di una formulazione simbiotica (Nucron® Aurora Biofarma, Milano) costituita da Enterococcus faecium 3,5 x 1010 UFC/g, e da MOS, FOS e Monobutirrina® in corso di diarrea acuta nel cane.

Introduzione

La diarrea è un segno clinico comunemente riscontrato nella pratica clinica veterinaria, che può avere caratteristiche differenti a seconda della durata (acuta o cronica), gravità, localizzazione (piccolo o grosso intestino) ed eziologia. La diarrea viene definita acuta quando è presente per un periodo inferiore alle 3 settimane; pur essendo un sintomo frequente, non è facile stabilirne la reale prevalenza nella pratica clinica, a causa della comparsa di episodi che spesso sono di lieve entità e autolimitanti, e pertanto destano scarsa preoccupazione nel proprietario e spesso nessuna necessità di visita veterinaria (1). La prevalenza della diarrea è stata valutata in diversi lavori ottenendo dati discordanti che riportano valori dal 14,9% (1) al 28,6% (2) a seconda della popolazione valutata. L’incidenza sembra essere maggiore, tuttavia, negli animali giovani entro il primo anno di età, probabilmente dovuta a una minore efficienza del sistema immunitario e ad una maggiore suscettibilità a eventi stressanti (svezzamento, trasporto). I fattori causativi di diarrea acuta nel cane sono molteplici e alcune volte non identificabili considerando il decorso autolimitante (3), tuttavia le cause più frequenti riguardano disordini alimentari. Stavisky et al (4) hanno valutato un numero elevato di cani riferiti per diarrea, nella cui anamnesi erano riportati cambi dietetici repentini, ingestione di rifiuti alimentari e coprofagia, sottolineando come queste condizioni possano essere considerate potenziali fattori causativi. Agenti infettivi parassitari (protozoi ed elminti), batterici (Campylobacter app., Clostridium difficile, Clostridium perfringens) e virali (Parvovirus, Coronavirus) sono responsabili di diarrea acuta nel cane.
Pur trattandosi spesso di una presentazione clinica di lieve entità, anche in corso di diarrea acuta non complicata i cani possono sviluppare disbiosi, intesa come variazione quali-quantitativa della composizione del microbiota intestinale, mostrando differenze significative rispetto ai cani sani, come riportato in un recente lavoro (5). In particolare, la valutazione del microbiota intestinale tramite tecniche di pirosequenziamento ha evidenziato che in corso di diarrea acuta si può riscontrare un aumento delle conte batteriche del genere Clostridium e una diminuzione delle classi batteriche come Blautia spp., Ruminococcus spp., Faecalibacterium praunitzii e Turicibacter spp., produttrici di acidi grassi a corta catena (SCFA) essenziali per il metabolismo, differenziazione e proliferazione dei colonociti (6) (Rondeau). A tal proposito, sono stati numerosi gli studi che hanno valutato il ruolo benefico dell’integrazione di probiotici e prebiotici in corso di diarrea acuta e cronica del cane, evidenziandone il beneficio nel miglioramento clinico dei pazienti e nel ridurre la durata della sintomatologia (7,8).
I probiotici sono microrganismi vivi che, se somministrati in quantità adeguate, conferiscono un beneficio alla salute dell’ospite grazie alla loro capacità di aderire alla mucosa intestinale, proliferare e colonizzare il colon, entrare in competizione nei confronti di microrganismi patogeni e modulare l’attività del sistema immunitario (9).
I prebiotici sono sostanze alimentari non digeribili utilizzate selettivamente nel tratto gastrointestinale, in grado di favorire l’espansione di batteri benefici già residenti, contribuendo così al benessere e alla salute dell’ospite. Il simbiotico è quindi una combinazione di un probiotico e un prebiotico, al fine di sfruttare la loro relazione sinergica (10).
Il nostro studio ha lo scopo di valutare l’efficacia di una formulazione simbiotica (Nucron®, Aurorabiofarma, Milano) costituita da Enterococcus faecium 3,5 x 1010 UFC /g, e da MOS, FOS e Monobutirrina® in corso di diarrea acuta nel cane. […]

Per leggere l’intero approfondimento, acquista il singolo numero o abbonati alla rivista L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

 

Prodotti solari ed ecosistema marino

Laura Busata, Stefano Francescato, Gianni Baratto
Unifarco, Santa Giustina (Belluno) – laura.busata@unifarco.it


Suncare products and marine ecosystem
Environmental impact studies and formulation’s tips

Climate change is the defining global challenge of our time. Rapid changes to the global climate over the past several decades, have already resulted in widespread impacts across human societies and natural ecosystems, including marine environment.
One of the main goals for a formulator is understanding how to develop safe and effective sun care products, considering the great consumer’s attention and awareness about their environmental impact, especially on the marine ecosystem.
Many studies have been carried out to investigate this topic, focalizing the attention on UV filters negative impact on corals. The experiments carried out so far have used concentrations of sunscreens and sunscreen components significantly higher than what is generally found in the marine environment. Further research is thus needed before firm conclusions can be reached.
However, considering the studies main results, a proactive approach in formulation is required and the removal of some specific chemicals should be positively beneficial to the ocean, without detracting from educating the public on the importance of photoprotection.

Il cambiamento climatico è la principale sfida globale del nostro tempo.
I rapidi cambiamenti del clima nel corso degli ultimi decenni hanno già provocato impatti diffusi nella società e negli ecosistemi naturali, compreso l’ambiente marino. Uno degli obiettivi principali di un formulatore è capire come sviluppare prodotti solari sicuri ed efficaci, considerando la crescente attenzione e la consapevolezza del consumatore riguardo al loro impatto ambientale, in particolare sull’ecosistema marino.
Sono stati condotti numerosi studi per indagare su questo argomento, focalizzando l’attenzione sull’impatto negativo che i filtri UV possono avere, in particolare nei confronti dei coralli. Gli esperimenti finora realizzati hanno utilizzato concentrazioni di filtri UV significativamente superiori alle quantità generalmente riscontrate nell’ambiente marino. Sono quindi necessari ulteriori studi prima di poter trarre conclusioni definitive. Tuttavia, considerando i principali risultati emersi, è necessario un approccio proattivo nella formulazione e rimozione di alcune sostanze chimiche specifiche che dovrebbe avere un impatto positivo sugli oceani, senza compromettere l’educazione del pubblico sull’importanza della fotoprotezione. […]

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Green label

Gabriella Ferraris • Avvocato in Milano – avv.gabriella.ferraris@gmail.com


Oggetto di un’ingiunzione di desistenza di qualche anno fa del Comitato di Controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria fu un claim riportato nella pubblicità di un cosmetico che affermava “la prima colorazione con etichetta ambientale, buona con te, buona con l’ambiente”, fondato su uno studio LCA di due diverse tinture per capelli.
Nel provvedimento si dichiarava che il claim in questione contravveniva la ratio e il disposto dell’art.12 del Codice di Autodisciplina che vieta il ricorso a claim generici, sostenendo che una comunicazione commerciale che intendesse prospettare un beneficio ambientale avrebbe dovuto “consentire di comprendere chiaramente a quale aspetto del prodotto o dell’attività pubblicizzati i benefici vantati si riferiscono”.
Nell’ingiunzione si metteva anche in evidenza il fatto che “la sensibilità verso i problemi ambientali è oggi molto elevata e le virtù ecologiche decantate da un’impresa o da un prodotto possono influenzare le scelte di acquisto del consumatore medio. Ne consegue che non è conforme a un’esigenza di effettiva tutela dell’ambiente che i vanti ambientali divengano frasi di uso comune, prive di concreto significato ai fini della caratterizzazione e della differenziazione dei prodotti”.
Aggiungo che il metodo LCA, utilizzato per la valutazione ambientale del prodotto reclamizzato (con LCA si intende Life-Cycle Assessment, metodo strutturato e standardizzato a livello internazionale che permette di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente e sulla salute umana associati a un bene o servizio, a partire dal rispettivo consumo di risorse e dalle emissioni di due prodotti), è un metodo e non “Il metodo”, e che quindi, anche se i claim relativi ai cosmetici pubblicizzati fossero stati più circonstanziati, l’informazione fornita al consumatore non sarebbe stata davvero utile perché non avrebbe potuto essere posta alla base di una seria comparazione rispetto a informazioni fornite su altri prodotti ottenute applicando diverse metodologie.
Esistono infatti tanti diversi metodi per valutare l’impatto ambientale di un prodotto e tanti tipi di dichiarazioni rilasciate da organizzazioni diverse, alcune riconosciute in certi stati e altre ammesse da altri. Insomma, una situazione molto eterogenea e confusa.
Si è ripresa questa decisione, pur non molto recente, perché tratta una questione che oggi è di grande attualità ed è oggetto di un’iniziativa intesa a proporre un regolamento europeo denominato Legislative proposal on substantiating green claims, attualmente in fase di pubblica consultazione.
Questo provvedimento si inserisce nel piano europeo chiamato European Green Deal, il cui ambizioso obiettivo è che l’Europa diventi il leader del sistema di economia circolare e che entro il 2050 il territorio europeo diventi neutrale dal punto di vista dell’impatto sul clima.
Per raggiungere il risultato sono stati identificati diversi tipi di iniziative: da un lato cercare di promuovere la messa sul mercato di prodotti sostenibili, cioè prodotti adatti a un’economia circolare neutra ed efficiente dal punto di vista delle risorse; dall’altro dare ai consumatori, attraverso una revisione dei diritti dei consumatori previsti dalla normativa europea, strumenti per partecipare attivamente alla transizione verde.
In questo contesto, poiché da un lato c’è un grande interesse all’ingresso sul mercato di prodotti e servizi davvero “verdi”, e dall’altro c’è la possibilità che i consumatori, che basano le loro scelte d’acquisto dei prodotti e servizi sulle informazioni fornite dal produttore, possano avere un peso non indifferente nel promuovere la diffusione di prodotti sostenibili, è stato ritenuto fondamentale che tutte le informazioni ambientali fornite sui prodotti debbano essere affidabili, comparabili e verificabili.
Il procedimento è stato lungo; la Commissione si è mossa con una serie di iniziative a partire dal 2013, per giungere oggi a una proposta di regolamento che ha lo scopo di consentire alle aziende che vogliano utilizzare dichiarazioni riguardo l’impatto ambientale dei loro prodotti di utilizzare metodologie standard. In altre parole, con la nuova proposta di regolamento la Commissione chiede alle aziende di fondare i claim verdi relativi all’impronta ambientale su criteri uniformi.
Questi metodi sono diretti a misurare le prestazioni ambientali di un prodotto o di un’organizzazione lungo tutta la catena del valore, dall’estrazione delle materie prime fino alla fine della vita, utilizzando precise categorie di impatto ambientale.
La metodologia proposta è denominata Product Environmental Footprint (PEF) ed è stata sviluppata dal Joint Research Centre dell’Unione europea sulla base di metodi esistenti e ampiamente testati e utilizzati, con l’obiettivo di definire una metodologia comune a livello europeo per il calcolo degli impatti ambientali di un prodotto o per categorie di prodotti (Product Environmental Footprint Category Rules, PEFCR).
Si tratta di un cambio sostanziale di prospettiva; fino ad oggi le dichiarazioni ecologiche utilizzate dai vari produttori hanno potuto essere valutate solo sotto l’aspetto della loro ingannevolezza e vietate solo quando ritenute in grado di indurre in errore i consumatori.
Secondo gli studi effettuati dalla Commissione, un regolamento di questo tipo potrebbe avere riflessi favorevoli sull’ambiente, sui consumatori, sull’economia, dal punto di vista sociale e della semplificazione amministrativa.
Come anticipato, la proposta di regolamento è attualmente in fase di pubblica consultazione, ciò significa che gli operatori dei settori interessati possono far sentire la loro voce ed esprimere una valutazione sull’opportunità o meno della disciplina.
Si tratta di una disciplina ad applicazione orizzontale e cioè che non riguarda solo i cosmetici, ma ritengo che potrebbe avere un grande impatto in questo settore, dove il ricorso alle dichiarazioni green è molto diffuso. Dover fare riferimento a un metodo specifico può essere un vincolo “pesante”, ma certo può garantire un confronto concorrenziale più leale. Non si vuol dire che le dichiarazioni cui attualmente si fa ricorso per certificare il proprio grado di impronta ecologica siano meno affidabili, è però certo che il confronto tra dichiarazioni che si basano su criteri diversi non è agevole.

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020

 

La cura della pelle al di là dei geni

Daniele VasconcelosEuropean Master in Translational Cosmetic and Dermatological Sciences, Novara – dscalcov@gmail.com
Federica PollastroDipartimento di Scienze del Farmaco, Novara – federica.pollastro@uniupo.it


Che cos’è l’epigenetica?

Siamo DNA: ciò che avviene biologicamente nel nostro organismo è determinato dal codice genetico individuale. Tuttavia, è errato pensare che il genoma, seppur definito, non possa essere influenzato nella sua espressione fenotipica, per cui sarebbe più corretto affermare che noi siamo fenotipo. Questo è esattamente il campo in cui si muove l’epigenetica, una scienza recente che si occupa dei cambiamenti fenotipici: variazioni del grado di attivazione dei geni senza che questi ultimi varino la loro sequenza, quindi senza modificare il DNA. Il particolare fenomeno biologico determina ciò che è definito “epimutazione”, che comprende una serie di fattori non-genomici dati da legami covalenti della cromatina a livello del materiale genetico e delle proteine. L’epimutazione genera dei cambiamenti che sono dei segnali fissi molecolari lasciati sul genotipo in modo permanente e ciascuno dei quali può servire per leggere (esprimere) o silenziare (non esprimere) uno o più geni.
Le epimutazioni costituiscono l’epigenoma che non solo è ereditabile, ma è alla base della maggior parte dei processi di differenziamento cellulare, purtroppo anche patologico, e cambia durante la vita di un organismo rispondendo rapidamente a fattori ambientali.
In definitiva il destino biologico non è immutabile, poiché l’espressione del genotipo è modulato da ciò che ci circonda, da ciò a cui siamo esposti volontariamente o involontariamente e se si considera la trasmissibilità delle variazioni si giustifica il crescente interesse di settori scientifici eterogenei per l’epigenetica, inclusa la dermocosmesi (1,2).
I meccanismi che influenzano il delicato e complesso determinarsi del fenotipo (la lettura o la mancata espressione genica) possono essere suddivisi in tre tipologie:
– marcatori chimici del DNA che determinano in che misura una specifica sequenza genica sia attiva grazie alla variazione del loro binding e dei relativi fenomeni transcrizionali;
– modificazioni post-traduzionali agli istoni: il livello di condensazione di queste specifiche proteine basiche legate al DNA ne determinano la condensazione influenzando direttamente l’espressione genica;
– micro-RNA non codificanti in grado di guidare i fenomeni descritti prima e di legarsi a mRNA bloccandone la traduzione (3,4).
Tutti e tre i meccanismi giocano un ruolo fondamentale per la regolazione dei processi biochimici; possono essere reversibili e si innescano a causa di numerosi fattori di natura ambientale ed esogena (esposizione a raggi solari, stress, fumo, attività fisica, alimentazione, assunzione di anitossidanti) oppure di natura endogena (meccanismi intracellulari). L’aspetto sorprendente è che alcuni degli stessi fattori sono controllabili, soprattutto se di natura esogena, e siamo noi stessi a decidere come. In definitiva, il controllo del fenotipo dipende in parte dal nostro stesso lifestyle, quasi come se fosse un interruttore on-off (Fig.1) (5).
L’attività dei geni può essere modulata attraverso quei segnali lasciati sul DNA che svolgono il ruolo di marcatori. Ad esempio, potrebbe essere possibile silenziare la trascrizione di geni responsabili dell’invecchiamento cellulare, di processi neoplastici o di altre patologie degenerative oppure mantenere attivi alcuni geni con effetti benefici nei confronti del nostro organismo. L’idea di utilizzare l’epigenetica in terapie e prodotti è coerente con questa linea di azione: la possibilità di marcare sequenze di DNA in modo tale da silenziare la trascrizione di geni indesiderati e lasciare spazio a quelli desiderati (6).

La riprogrammazione fisiologica della pelle

Sebbene lo studio delle implicazioni dell’epigenetica in medicina, ragionevolmente promettente, sia ancora all’inizio, il coinvolgimento di questa scienza a livello dermocosmetico risulta essere molto importante, poiché strettamente implicata in fenomeni di senescenza cellulare e invecchiamento cutaneo. Infatti, la cromatina nei soggetti anziani può comparire modificata attraverso la perdita, l’incorporazione di varianti e la modificazione di istoni da DNA alterato, dalla sua metilazione o da profili di trascrizione di quest’ultimo alterati o disfunzionali. L’epigenetica potrebbe essere utile in questi casi, al fine di stabilire una specie di riprogrammazione fisiologica della pelle. I modelli d’azione potrebbero essere multipli, ad esempio influenzando la formazione di micro-RNA per incrementare la produzione di collagene o elastina, stimolare recettori che sono naturalmente presenti nel derma e attivare processi rigenerativi. I passi fino ad ora eseguiti in questa direzione non sono da sottovalutare: l’epigenetica trova già applicazione non solo contro l’insorgere dell’invitabile invecchiamento cutaneo, ma anche per far regredire gli effetti di tale processo. Infatti, molti prodotti attualmente in commercio (citiamo a titolo di esempio: R3 cell matrix mask, La Grande Crème, Pro 60+ extra nourishing cream, RoyalEpigen P5) hanno lo scopo di ritardare il più possibile l’insorgere dei fenomeni di invecchiamento cutaneo. Non è da sottovalutare che i principi attivi di alcuni prodotti sono di origine naturale e in grado di riattivare geni silenti capaci di donare alla pelle un aspetto giovanile (7).

Un approccio personalizzato

Tuttavia, è doveroso sollevare alcune considerazioni: è necessaria una conoscenza più che approfondita dei meccanismi epigenetici e soprattutto gli stessi meccanismi devono essere espressi continuamente per avere l’effetto desiderato, non deve esserci transitorietà. Per quanto riguarda l’ereditarietà caratteristica dell’epigenetica, è lecito chiedersi come sia possibile stabilire se l’espressione fenotipica indotta potrà essere tramandata alla futura generazione. La considerazione più rilevante riguarda la specificità dei prodotti: noi siamo organismi complessi, quanta sicurezza abbiamo che l’azione sia limitata al target desiderato? Quanto può essere essenziale, mirata e sicura l’applicazione o l’utilizzo del prodotto? Esiste una considerevole variabilità in tipo, quantità e attività genetica? Abbiamo la certezza di un’efficacia in tutti i soggetti esposti?
Un metodo per ovviare a quest’ultima incertezza consiste nell’approccio personalizzato tramite il quale si valuta il profilo epigenetico cutaneo, in modo da consigliare un prodotto adeguato (Skitinelli kit di EpigenCare). È quindi evidente che lo sviluppo e l’utilizzo di prodotti basati su tecniche epigenetiche necessita ulteriori studi cautelativi. Non mancano i vantaggi in questi approfondimenti: l’epigenetica è un mezzo “potente” e promettente; il genoma non ha il completo potere nel determinare i nostri tratti, ma la sua espressione può essere regolata entro un certo campo d’azione e questo è di fondamentale importanza per la nostra pelle, del resto l’organo maggiormente esposto a molti fattori ambientali (8).

Cosmetico o non cosmetico: questo è il problema

L’ultima osservazione è una questione di “identità”: se le scoperte in ambito epigenetico stanno portando a nuove sfide anche nel mondo dermatologico, un prodotto che contenga una sostanza in grado di modificare l’espressione genica può essere considerato cosmetico? È di fondamentale importanza tenere in considerazione i meccanismi epigenetici nella dermocosmesi e utilizzare prodotti cosmetici come idratanti, nutrienti o che proteggano dai raggi UV, in grado di limitare o ritardare il più possibile la manifestazione dei cambiamenti epigenetici responsabili dell’invecchiamento cutaneo.

Bibliografia
1. Van Der L (2018) Epigenetic skincare: the creams switching off ageing genes.
FT, December 28
2. Cheng JB, Cho RJ (2012) Genetics and epigenetics of the skin meet deep sequence.
J Invest Dermatol 132(3 Pt 2):923-932
3. Belser BE (2017) Epigenetics: a new way to rejuvenate skin.
Euro cosmetics 5:16-20
4. Yan M S-C, Matouk CC, Marsden PA (2010) Epigenetics of the vascular endothelium.
J Appl Physiol 109(3):916-926
5. DeSanctis M (2018) Can the Genes Responsible for Aging Be Altered by a Face Cream? These Skin-Care Companies Say Yes.
Vogue
6. Dupont C, Armant DR, Brenner CA (2009) Epigenetics: Definition, Mechanism and Clinical Perspective.
Semin Reprod Med 27(5):351-357
7. Grönniger E, Weber B, Heil O et al (2010) Aging and chronic sun exposure cause distinct epigenetic changes in human skin.
PLoS Genet 6(5):e1000971
8. Konstantinov NK, Ulff-Møller CJ, Dimitrov S et al (2015) Epigenetics and Aging: A New Player in Skin Care.
Cosm & Toil, November 20

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020

L’attitudine eco della cosmetica

Giuseppina ViscardiCreative Cosmetic Consultant – giuseppinaviscardi@tiscali.it
Valentina StradaChemist research – valentinairene.strada@gmail.com


Da diversi anni il trend del naturale domina le richieste dei consumatori e nel tempo la necessità di rispettare determinati standard di qualità si è fatta via via più forte. Una prassi ormai consueta nello sviluppo di cosmetici green è il ricorso a materie prime elencate da enti certificatori che, come nel caso di COSMOS, definiscono e valutano in modo rigoroso diversi aspetti della filiera di produzione. Tuttavia, “naturalità” non è sempre sinonimo di performance, di seguito quindi troverete alcune proposte di prodotti “COSMOS approved” che coniugano la filosofia green a elevate prestazioni cosmetiche.

Hydrolyzed Corn Starch
Questo polimero, derivato dal mais, si presenta come una polvere disperdibile in acqua (sia a freddo sia a caldo) e conferisce un’elevata resistenza all’umidità e all’effetto crespo. Ideale sia per i prodotti di styling sia come film former nei prodotti di makeup, la sua capacità di fissaggio si mantiene fino a 8 ore. La percentuale di utilizzo consigliata va da 1 a 5% ed è compatibile con una vasta gamma di agenti gelificanti.

Mica (and) Tin Oxide (and) Titanium Dioxide (and) Caesalpinia Sappan Bark Extract
Perla dal colore rosa che offre un’alternativa naturale e vegana alle perle contenenti il carminio. La colorazione rosata viene conferita dall’estratto della corteccia di Caesalpinia sappan L., un albero appartenete alla famiglia delle Fabaceae originario del Sud Est asiatico. Per questa serie di perle sono disponibili anche i colori nero, giallo e blu.
Il prodotto è stabile alla luce ed è disponibile in 2 diverse granulometrie: 5-27 µm e 8-50 µm.
Il range di utilizzo è strettamente legato all’effetto finale (visivo e di coprenza) che si intende ottenere.

Lysolecithin (and) Sclerotium Gum (and) Xantham Gum (and) Pullulan
Combinazione brevettata di ingredienti di origine naturale derivati da processi ecosostenibili. Questa polvere permette di gelificare la fase acquosa ottenendo dei gel dal tocco molto fresco e leggero, con un finish silicon-like. La presenza di Lysolecithin permette, inoltre, l’incorporazione di piccole quantità di olio senza l’aggiunta di ulteriori emulsionanti. La materia prima è stabile in un ampio range di pH (3-10) e supporta fino al 2% di elettroliti. La percentuale di utilizzo consigliata arriva al 2%.

Vegetable Oil (and) Oryza Sativa (Rice) Bran Oil (and) Oryza Sativa (Rice) Bran Wax (and) Rhus Succedanea Fruit Wax (and) Helianthus Annuus (Sunflower) Seed Wax
Questo blend di cere naturali, palm oil free, permette di ottenere prodotti dal tocco setoso e dall’elevato pay-off.
Ideale per formulazioni anidre ed emulsioni, la cera si caratterizza per un punto di fusione compreso tra i 65 e i 75°C e una colorazione che va dal giallo al marrone chiaro. Utilizzata in combinazione con altri agenti strutturanti, permette di modulare la durezza e la rigidità dei prodotti in stick.
La percentuale di utilizzo è dipendente dal grado di struttura che si vuole dare al prodotto finito e naturalmente dalla sua tipologia.

C15-19 Alkane
Alcano biodegradabile e di elevata purezza. Questo prodotto offre una valida alternativa ai siliconi volatili e consente di ottenere texture evanescenti e dal tocco polveroso.
Il suo utilizzo coniuga elevate performance sensoriali, tipiche dei siliconi, all’utilizzo di prodotti green ed ecosostenibili. L’elevata scorrevolezza permette inoltre di ottenere un finish confortevole mantenendo una sensazione di nutrimento e idratazione maggiore rispetto alla controparte sintetica.
La percentuale d’uso è estremamente variabile in base al tocco finale che si vuole ottenere ed è dipendente anche dalla tipologia di materie prime che vengono abbinate.

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4 chiacchiere con… Euro Cosmetic

Intervista a Daniela Maffoni e Cinzia Benigni

I dati relativi a indagini di mercato del comparto cosmetico effettuate durante i primi mesi dell’anno in piena emergenza COVID-19 hanno evidenziato gli effetti inevitabili del blocco di molte attività, a seguito delle misure attuate per contrastare il contagio, oppure di chiusure volontarie, insieme a una frenata dei consumi in generale e il conseguente adeguamento delle attività produttive. A livello mondiale si stima nell’anno un calo della domanda di cosmetici superiore al 25%. Sono stati segnalati importanti casi di riconversione produttiva. Sarà necessario fronteggiare le modificate abitudini di consumo con inevitabili effetti sulle tipologie di distribuzione. Questi sono solo alcuni degli effetti che sono stati riportati nello scenario illustrato in un’indagine flash condotta da Cosmetica Italia riferita al periodo marzo-aprile 2020.
Abbiamo incontrato Daniela Maffoni e Cinzia Benigni, rispettivamente Amministratore delegato e Direttore tecnico di Euro Cosmetic, per rivolgere loro alcune domande relative al comparto cosmetico nelle varie fasi dell’emergenza.


D. Questa emergenza ha avuto un impatto particolarmente significativo sul territorio del bresciano e sul vostro settore di riferimento. Quali necessità avete dovuto fronteggiare nell’immediato?
R Daniela Maffoni (DM). Dalle nostre pianificazioni di sviluppo del business e di crescita aziendale, per il 2020 avevamo già previsto un lavoro intenso e ricco di avvenimenti. Il fenomeno della pandemia si è inserito in questo contesto già animato e far fronte in modo rapido al cambiamento non è stato semplice.
In particolare, la nostra azienda, che si occupa di prodotti cosmetici per l’igiene della persona, ha dovuto affrontare un’emergenza sanitaria senza precedenti. Uno dei nostri prodotti è diventato fondamentale per la comunità: mi riferisco al gel igienizzante mani. Da poche migliaia di pezzi all’anno a oltre 5 milioni di pezzi con 1000 tonnellate di bulk/formula da fabbricare in pochissimi mesi. Ma non solo, anche le quote di prodotti per la detergenza del corpo hanno stravolto le previsioni.

D. Per Euro Cosmetic quella del lockdown è stata una fase di accelerazione e di cambiamento, sia a livello di produzione sia a livello di organizzazione. Che ruolo ha avuto la digitalizzazione nella capacità di rispondere all’emergenza?
R (DM). Euro Cosmetic è nota per la sua flessibilità e capacità di essere reattiva di fronte alle richieste, spesso complesse, dei clienti; in questo frangente, uno strumento di efficienza e qualità è stato sicuramente rappresentato da un buon sistema informativo e gestionale sul quale ci appoggiamo.
A livello direzionale lo scopo è un risultato di analisi del business rapido che consente una rilevazione dei valori commerciali attraverso un monitoraggio costante degli andamenti delle vendite, la rotazione delle famiglie dei prodotti e la lavorazione dei budget. Per il reparto di pianificazione e produzione, l’obiettivo è conoscere il dato certo delle giacenze: un sistema di controllo e qualità che illustra la fotografia reale è fondamentale per consentire alla direzione di stabilimento di pianificare e intervenire prontamente sulle emergenze. In continua evoluzione, ci stiamo abilitando per la fabbricazione 4.0; questo è l’obiettivo per consolidare i clienti attraverso un servizio di domanda e risposta che tempo fa avrebbe richiesto diversi giorni.

D. Siete ricorsi al lavoro a distanza? Siete riusciti a organizzarlo in tempi record?
R (DM). In verità eravamo già pronti ad affrontare il lavoro a distanza. Per la tipologia di attività da noi svolta, appartenendo alla “categoria chimica”, durante la “fase 1” dell’emergenza non abbiamo mai chiuso l’azienda e alcune persone hanno potuto intraprendere questo processo di lavoro in modalità smart working. Tutto ciò che viene svolto con relazioni digitali, ad esempio marketing e acquisti, è stato gestito in periferico da casa.
La parte più complessa, che prevede la presenza in azienda del personale per motivi pratici e di processo di fabbricazione e confezionamento, è stata gestito in conformità alle norme imposte dai vari decreti. Le nostre procedure e l’attività di monitoraggio continuo attraverso il sistema gestionale hanno continuato a funzionare con l’alternanza di personale in sede.

D. Passiamo a parlare di filiera cosmetica e in particolare di materie prime cosmetiche: secondo voi l’emergenza COVID-19 come ha impattato e impatterà sulla filiera, soprattutto in riferimento alle materie prime cosmetiche?
R (DM). Indubbiamente l’emergenza COVID ha avuto un impatto molto forte sia nell’ambito della Ricerca & Sviluppo sia in quello della pianificazione della produzione. Le aziende cosmetiche hanno voluto, ma soprattutto dovuto, intraprendere una decisa manovra per rispondere all’impennata richiesta di prodotti per la pulizia e la detergenza, sia di saponi liquidi, bagno e docciaschiuma, shampoo, sia di prodotti più specifici come i gel igienizzanti a base alcolica usati per consentire l’igiene delle mani, anche in assenza di acqua.
Per le materie prime, in un brevissimo lasso di tempo si è manifestata una grande difficoltà di approvvigionamento di alcol, l’ingrediente principe di questa tipologia di gel igienizzanti, tant’è che è stato contingentato. Fortunatamente, le Autorità hanno adottato una serie di “concessioni” che, pur salvaguardando la sicurezza del prodotto, hanno aumentato le possibilità di approvvigionamento di alcol. Tuttavia, la disponibilità inadeguata di alcol rispetto alla domanda sussiste.
Un analogo problema di approvvigionamento è stato riscontrato per gli altri componenti tipici di questi prodotti, come gli addensanti, e persino per il packaging.

D. A vostro parere, nota la difficoltà di approvvigionamento, le formule potrebbero cambiare?
R Cinzia Benigni (CB). Questa prima ondata di gel igienizzanti è stata caratterizzata dal fatto che erano (e sono) prodotti piuttosto simili tra di loro, accomunati da un’elevata concentrazione di alcol al quale sono affidati l’attività igienizzante e la praticità nell’utilizzo del prodotto che non necessità di acqua e si asciuga rapidamente sulle mani. Con il passare del tempo le proposte potrebbero diversificarsi presentando degli ingredienti aggiuntivi caratterizzanti come oli dalle riconosciute proprietà antimicrobiche (ad esempio Tea tree oil), estratti vegetali dalle proprietà lenitive (ad esempio Aloe, Camomilla e Calendula) oppure con ingredienti legati alla protezione e all’idratazione della pelle (glicerina, pantenolo, ecc.).

D. Come si potrebbe valutare questo particolare momento in termini di… opportunità?
R (DM). Questo momento difficile e drammatico rappresenta per le aziende cosmetiche di detergenza un’indubbia opportunità da cogliere a livello di volumi prodotti, ma anche dal punto vista del know-how ha portato e continuerà a portare allo sviluppo di nuove formulazioni, e pertanto ad avere a disposizione un parco di proposte più ampio.

D. Restando in tema di ingredienti, spostiamo l’attenzione ai conservanti che negli anni sono sempre stati oggetto di dibattiti e polemiche: una recente indagine condotta in Europa da Mintel indica che quanto accaduto ha modificato i criteri di scelta anche per la categoria cosmetica e al primo posto c’è la sicurezza. Cosa ne pensate?
R (CB). Di questo argomento ne potremmo parlare per ore, in quanto lo affrontiamo quotidianamente, ma cerchiamo di condensare il pensiero in poche righe. Accanto a un regolamento europeo sempre in evoluzione sull’uso dei conservanti, che deriva da studi attenti e scrupolosi da parte del comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori, purtroppo si è introdotta in modo sempre più insidioso una “normativa”, chiamiamola così, di marketing che riesce comunque a imporre i suoi divieti e a diventare vincolante per le case cosmetiche che vogliono e devono giustamente vendere, e di conseguenza per i cosmetologi che sviluppano le formule. Purtroppo blogger, influencer, siti e giornali di varia estrazione decretano ciò che fa bene e ciò che fa male in modo svincolato dagli studi del Comitato, dalla letteratura scientifica e dalla scienza cosmetologica. Credo che ognuno di noi sia stato investito dalla fobia nei confronti dei parabeni. Questa situazione può creare parecchi problemi sia a livello di formulazione sia a livello di stabilità microbiologica, che deve essere sempre garantita, soprattutto in prodotti ricchi di estratti e sostanze naturali che possono costituire un substrato di crescita per i microrganismi. Bisogna tenere ben presente che il consumatore va salvaguardato sia dall’esposizione chimica sia dalla contaminazione microbica; non solo, riducendo il parco di conservanti disponibili si ottiene come risultato un’esposizione del consumatore a poche sostanze, ma in quantità maggiore e più frequentemente, aumentando il rischio di fenomeni di sensibilizzazione. Per cui ben venga un ripensamento a livello mediatico, perché per gli addetti ai lavori, dal Comitato ai produttori finali, la sicurezza del consumatore è al primo posto.

D. Riprendo un breve estratto della ricerca: “Il trend intravede un aumento di prodotti beauty senza acqua nelle formule, per ridurre a zero la contaminazione anche dovuta a errori di utilizzo da parte dei consumatori e gli sprechi ambientali”. Che ne pensate di questa affermazione? Anche voi avete monitorato una tendenza verso formule senz’acqua?
R (CB). Abbiamo ricevuto alcune richieste per lo sviluppo di prodotti di questo tipo. L’impressione allo stato attuale è che restino prodotti di nicchia, ma il mercato riesce sempre a sorprendere. Al nostro interno abbiamo messo a punto diversi prodotti in stick che sposano questo concetto. Crediamo che questa tipologia di cosmetico possa essere valida per certe applicazioni (ad esempio le maschere); tuttavia, laddove si intende ottenere un’azione di idratazione, ritengo che l’assenza di acqua limiti parecchio l’efficacia, riconducendola soltanto a un effetto di riduzione dell’evaporazione transepidermica dai nostri tessuti all’esterno, senza che ci sia l’apporto di acqua dall’esterno verso l’interno.

Pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020

Biossido di titanio (TiO2)

Arianna Brunoro • Biologa ed esperta in tossicologia regolatoria, Toxicon, Pavia – arianna.brunoro@toxicon.it


Classificazione ed etichettatura armonizzata del biossido di titanio (TiO2)

Il biossido di titanio (TiO2) è una sostanza utilizzata in un’ampia gamma di settori, come i cosmetici, i medicinali, gli alimenti, nella ceramica, negli imballaggi, nell’edilizia, nelle componenti automobilistiche e nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche. In particolare, grazie alla sua capacità di dispersione e di assorbimento della luce ultravioletta, da oltre un secolo viene ampiamente utilizzato come colorante e il mercato globale dovrebbe superare il valore di 25 miliardi di euro nel 2025.
Considerato l’ampio utilizzo del biossido di titanio in relazione ad alcuni elementi di preoccupazione messi in evidenza dalla comunità scientifica, il TiO2 è stato oggetto di particolare attenzione in riferimento alla sua azione come cancerogeno. In particolare, nel 2016 la Francia ha presentato una proposta di classificazione ed etichettatura armonizzata (CLH) per il TiO2 come cancerogeno 1B per inalazione (Carc. 1B H350i – Può provocare il cancro se inalato). Tuttavia, il comitato per la valutazione dei rischi (Risk Assessment Committee, RAC) non ha confermato la classificazione inizialmente proposta, in quanto sembrerebbe non essere supportata dai dati attualmente disponibili e in particolare relativi al meccanismo di tossicità con cui il TiO2 agisce a livello polmonare. È così che nel 2017 è stato adottato il parere del RAC al fine di stabilire una CLH per il TiO2: la sostanza è classificata come cancerogeno 2 per inalazione (Carc. 2 H351i – Sospettato di provocare il cancro se inalato) (1,2).
Considerando il parere adottato sulla proposta di CLH, il Regolamento CLP è stato modificato dalla Commissione con il Regolamento delegato (UE) n.2020/217 che costituisce il 14° adeguamento al progresso tecnico e scientifico (ATP). Il presente Regolamento si applica a decorrere dal 1° ottobre 2021. Da ricordare che, prima di tale data, la sostanza potrà ancora essere classificata, etichettata e imballata a norma del Regolamento (CE) n.1272/2008 modificato (3,4).

Tossicologia del TiO2

L’azione cancerogena sul polmone a seguito di esposizioni per via inalatoria al TiO2 costituisce da diversi anni un elemento di criticità, nonché oggetto di attenzione da parte della comunità scientifica. Attualmente non sono disponibili dati sperimentali sulla cancerogenicità del TiO2 per via orale o per via cutanea. Per contro, negli studi condotti per via inalatoria o per somministrazione per via intratracheale del TiO2 negli animali sono stati riportati tumori polmonari associati a un meccanismo da sovraccarico, con una compromissione della normale eliminazione delle particelle a livello polmonare. Pertanto, lo sviluppo del tumore indotto dal TiO2 non è determinato dal contatto diretto delle particelle di TiO2 con le cellule polmonari epiteliali, ma dall’elevato carico di particelle di TiO2 da parte dei macrofagi che, modificando la loro normale funzione e attività, attivano una marcata risposta infiammatoria a livello polmonare che determina il successivo sviluppo tumorale. Il meccanismo d’azione alla base della cancerogenicità polmonare osservata non può essere considerato un meccanismo di tossicità intrinseca; si tratta piuttosto di un meccanismo di azione comune a una più ampia classe di particelle note come “particelle scarsamente solubili a bassa tossicità” (Poorly Soluble particles of Low Toxicity, PSLT).
Nel suo parere scientifico, il RAC ha proposto di classificare tale sostanza come cancerogena di categoria 2 per inalazione, ritenendo che: “Dato che la cancerogenicità polmonare indotta dal TiO2 è associata all’inalazione di particelle di biossido di titanio respirabili, alla ritenzione e alla scarsa solubilità delle particelle nei polmoni, nella voce relativa al biossido di titanio è opportuno includere la definizione delle particelle di biossido di titanio respirabili. Si ritiene che le particelle depositate, ma non i soluti di biossido di titanio, siano responsabili della tossicità osservata nei polmoni e del successivo sviluppo tumorale. Al fine di evitare la classificazione ingiustificata di forme non pericolose della sostanza, è opportuno stilare note specifiche per la classificazione ed etichettatura della sostanza e delle miscele che la contengono. Inoltre, poiché in caso di uso di miscele contenenti biossido di titanio si potrebbero formare polveri o goccioline pericolose, è necessario informare gli utilizzatori in merito alle misure di precauzione da adottare per ridurre al minimo il rischio per la salute umana” (2,3).

La nuova classificazione armonizzata del TiO2: novità e ricadute operative

Le novità introdotte a seguito della CLH del TiO2 porteranno numerosi cambiamenti che riguarderanno:
• il profilo di pericolosità;
• la classificazione delle miscele contenenti TiO2;
• l’eventuale etichettatura di pericolo per la sostanza e per alcune miscele contenenti TiO2 (3).

Profilo di pericolosità del TiO2
La classificazione e l’etichettatura del TiO2, che è stata di recente introdotta nell’Allegato VI del Regolamento CLP, è riportata in Tabella 1.
Elemento fondamentale per la corretta definizione della classificazione è la descrizione di particelle di biossido di titanio respirabili; in particolare, il Regolamento stabilisce che il TiO2 deve essere classificato come Carc. 2 H351i quando è in polvere e contiene particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm in quantitativi ≥1%.
Inoltre, considerando il meccanismo d’azione con cui il TiO2 determina lo sviluppo del tumore a livello polmonare, basato sull’inalazione di particelle respirabili di TiO2, sono state introdotte le note V, W e 10 che devono necessariamente essere prese in considerazione quando si valuta il TiO2 sia come sostanza tal quale sia quando presente in miscela.
• Nota V: quando la sostanza deve essere immessa sul mercato in forma di fibre (diametro <3 μm, lunghezza >5 μm e rapporto d’aspetto ≥3:1) o particelle che soddisfano i criteri relativi alle fibre dell’OMS o in forma di particelle aventi una chimica della superficie modificata, le proprietà pericolose devono essere valutate a norma del titolo II del presente Regolamento (CLP), per accertare se debbano essere applicate una categoria superiore (Carc. 1B o 1A) e/o vie aggiuntive di esposizione (via orale o cutanea).
• Nota W: è stato osservato che il pericolo di cancerogenicità della sostanza sorge quando il quantitativo di polveri respirabili inalato è tale da compromettere in misura significativa i meccanismi polmonari di espulsione delle particelle. La presente nota mira a descrivere la particolare tossicità della sostanza e non costituisce un criterio di classificazione a norma del presente Regolamento (CLP).
• Nota 10: la classificazione come cancerogeno per inalazione si applica unicamente alle miscele sotto forma di polveri contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio sotto forma di, o incorporato in, particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm.

Pertanto, la sostanza TiO2 è classificata come Carc. 2 H351i se:
• è in forma di polvere;
• contiene l’1% o più di particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm. Per contro, se le particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm sono inferiori all’1%, la classificazione come Carc. 2 H351 non si applica (3,4).

Classificazione ed etichettatura delle miscele contenenti TiO2
Secondo la Nota 10, una miscela contenente TiO2 è classificata come Carc. 2 H351i se è in polvere e contiene l’1% o più di biossido di titanio che è sotto forma o incorporato in particelle, con un diametro aerodinamico ≤10 μm. Se la miscela in polvere contiene meno dell’1% di particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm, non è necessaria alcuna classificazione di pericolo.
Sono state stabilite, inoltre, nuove regole di etichettatura per le miscele contenenti TiO2, in base allo stato fisico della miscela.
In particolare, l’etichetta dell’imballaggio delle miscele liquide contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio di diametro aerodinamico pari o inferiore a 10 μm deve recare la seguente indicazione:
• EUH211: Attenzione! In caso di vaporizzazione possono formarsi goccioline respirabili pericolose. Non respirare i vapori o le nebbie.

L’etichetta dell’imballaggio delle miscele solide contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio deve recare la seguente indicazione:
• EUH212: Attenzione! In caso di utilizzo possono formarsi polveri respirabili pericolose. Non respirare le polveri.

Inoltre, l’etichetta dell’imballaggio delle miscele liquide e solide non destinate alla vendita al pubblico e non classificate come pericolose, che sono etichettate con l’indicazione EUH211 o EUH212, deve recare l’indicazione EUH210 (Scheda dati di sicurezza disponibile su richiesta) (3,4).

Regolamento CLP e prodotti cosmetici

L’art.1.5 del Regolamento CLP stabilisce che il Regolamento non si applica alle sostanze e alle miscele che sono prodotti cosmetici, come definiti nella Direttiva 76/768/CEE (abrogata dal Regolamento (CE) n.1223/2009), allo stato finito, destinati all’utilizzatore finale (5).
Per contro, le sostanze o le miscele utilizzate in cosmetici, ma che non sono ancora allo stato finito destinate all’utente finale, devono rispettare le disposizioni del Regolamento CLP. Questo significa che i fornitori di questi prodotti devono classificarli, etichettarli e imballarli in conformità al Regolamento CLP. Inoltre, questi produttori o importatori sono tenuti a notificare le sostanze pertinenti in linea con le disposizioni sulla notifica all’inventario C&L, a meno che non abbiano già registrato la sostanza ai sensi del Regolamento REACH (6).
A fronte della nuova classificazione del TiO2, sarà necessario verificare e, se opportuno aggiornare la classificazione e l’etichettatura del TiO2, sia come materia prima tal quale sia quando utilizzato in miscele successivamente impiegate nella formulazione di cosmetici finiti.
Il Regolamento cosmetici stabilisce all’art.15 (Sostanze classificate come sostanze CMR) che: “L’utilizzo, nei prodotti cosmetici, di sostanze classificate come sostanze CMR di categoria 2, ai sensi dell’Allegato VI, parte 3 del Regolamento (CE) n.1272/2008 è vietato. Tuttavia, una sostanza classificata nella categoria 2 può essere utilizzata nei prodotti cosmetici se è stata sottoposta alla valutazione del SCCS e dichiarata sicura per l’utilizzo nei prodotti cosmetici. A tal fine, la Commissione adotta le misure necessarie secondo la procedura di regolamentazione con controllo, di cui all’art.32, paragrafo 3 del presente Regolamento” (5).
Sulla base di tale disposizione, una sostanza CMR di categoria 2 è automaticamente vietata dall’uso nei cosmetici, a meno che non si applichi un’esenzione.
Attualmente, ai sensi del Regolamento sui prodotti cosmetici dell’UE, il TiO2 è autorizzato per l’uso in due applicazioni specifiche: (i) come colorante (Allegato IV voce 143); (ii) come filtro UV con una concentrazione fino al 25% (Allegato VI voce 27). Il TiO2 viene anche utilizzato come filler nei cosmetici, ma quest’uso non è soggetto a restrizioni specifiche ai sensi del Regolamento cosmetici.

Tuttavia, le attuali applicazioni si basano sul fatto che il TiO2 non era considerato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione. Gli esperti della Commissione europea riconsidereranno la sicurezza del TiO2 nei cosmetici, alla luce della classificazione della sostanza come cancerogena.
Nel gennaio 2020, l’industria ha presentato un dossier a sostegno della sicurezza del TiO2 ai sensi dell’art.15.1. Poiché la forma nano del TiO2 è già soggetta a restrizioni, come stabilito alla voce 27bis dell’Allegato VI del Regolamento (CE) n.1223/2009 (ovvero non deve essere utilizzato nelle applicazioni che possano comportare un’esposizione dei polmoni dell’utilizzatore finale per inalazione), il nuovo dossier copre solo la forma non nano del TiO2. Più specificamente, questo dossier è limitato agli usi del TiO2 (non nano) nei prodotti cosmetici che possono provocare l’esposizione del consumatore per via inalatoria (ovvero in forma di aerosol, spray e prodotti in polvere). Il comitato scientifico CSSC ha approvato il mandato della Commissione per valutare la sicurezza del TiO2 il 5 febbraio (7). SCCS valuterà se, alla luce della nuova classificazione come cancerogeno di categoria 2, il TiO2 è sicuro per l’uso nei prodotti cosmetici:
• se usato come filtro UV nei prodotti cosmetici fino a una concentrazione massima del 25%, secondo l’attuale voce 27 dell’Allegato VI;
• come colorante, secondo la voce 143 dell’Allegato IV;
• come ingrediente in tutti gli altri prodotti cosmetici.

Inoltre il Comitato, nel caso in cui consideri una concentrazione massima del 25% non sicura, dovrà determinare anche quale concentrazione è considerata sicura per l’uso nei prodotti cosmetici. L’SCCS dovrà valutare ulteriori preoccupazioni riguardo all’uso del biossido di titanio nei prodotti cosmetici e avrà sei mesi di tempo per preparare il suo parere.

Conclusioni

Alla luce della nuova classificazione del TiO2 come cancerogeno 2 per inalazione, le aziende dovranno concentrarsi e porre particolare attenzione:
• sia agli aspetti inerenti agli obblighi stabiliti dal Regolamento CLP, quindi all’eventuale necessità di classificazione ed etichettatura del TiO2, sia come sostanza sia per le miscele che lo contengono;
• alle ripercussioni sugli usi che questa classificazione di pericolo potrebbe avere. In particolare, occorrerà attendere le conclusioni dell’SCCS per capire quali saranno le disposizioni specifiche per la forma non nano del TiO2 e se nuove considerazioni o criticità emergeranno sull’utilizzo del TiO2 nei prodotti cosmetici.

Bibliografia
1. Website ECHA. Ricerca come titanium dioxide, echa.europa.eu/it/registry-of-clh-intentions-until-outcome/-/dislist/details/0b0236e18075daff
2. RAC Opinion (2017) Proposing harmonised classification and labelling at EU level of Titanium dioxide.
3. Regolamento delegato (UE) 2020/217 della Commissione del 4 ottobre 2019 che modifica, ai fini dell’adeguamento al progresso tecnico e scientifico, il Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele, e che rettifica lo stesso Regolamento.
4. Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele che modifica e abroga le Direttive 67/548/CEE e 1999/45/CE e che reca modifica al Regolamento (CE) n.1907/2006.
5. Regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici.
6. Website ECHA. Scope and exemptions under CLP. Question and answer.
7. Scientific Committee On Consumer Safety (SCCS). Request for a scientific opinion on Titanium dioxide (TiO2) (CAS/EC numbers 13463-67-7/236-675-5, 1317-70-0/215-280-1, 1317-80-2/215-282-2) used in cosmetic products.

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 3, 2020

Prodotti solari ed ecosistema marino

Laura Busata, Stefano Francescato, Gianni BarattoUnifarco, Santa Giustina (Belluno), laura.busata@unifarco.it


Il cambiamento climatico è la principale sfida globale del nostro tempo.
I rapidi cambiamenti del clima nel corso degli ultimi decenni hanno già provocato impatti diffusi nella società e negli ecosistemi naturali, compreso l’ambiente marino. Uno degli obiettivi principali di un formulatore è capire come sviluppare prodotti solari sicuri ed efficaci, considerando la crescente attenzione e la consapevolezza del consumatore riguardo al loro impatto ambientale, in particolare sull’ecosistema marino.
Sono stati condotti numerosi studi per indagare su questo argomento, focalizzando l’attenzione sull’impatto negativo che i filtri UV possono avere, in particolare nei confronti dei coralli. Gli esperimenti finora realizzati hanno utilizzato concentrazioni di filtri UV significativamente superiori alle quantità generalmente riscontrate nell’ambiente marino. Sono quindi necessari ulteriori studi prima di poter trarre conclusioni definitive. Tuttavia, considerando i principali risultati emersi, è necessario un approccio proattivo nella formulazione e rimozione di alcune sostanze chimiche specifiche che dovrebbe avere un impatto positivo sugli oceani, senza compromettere l’educazione del pubblico sull’importanza della fotoprotezione.

Suncare products and marine ecosystem
Environmental impact studies and formulation’s tips
Climate change is the defining global challenge of our time. Rapid changes to the global climate over the past several decades, have already resulted in widespread impacts across human societies and natural ecosystems, including marine environment.

One of the main goals for a formulator is understanding how to develop safe and effective sun care products, considering the great consumer’s attention and awareness about their environmental impact, especially on the marine ecosystem.
Many studies have been carried out to investigate this topic, focalizing the attention on UV filters negative impact on corals. The experiments carried out so far have used concentrations of sunscreens and sunscreen components significantly higher than what is generally found in the marine environment. Further research is thus needed before firm conclusions can be reached.
However, considering the studies main results, a proactive approach in formulation is required and the removal of some specific chemicals should be positively beneficial to the ocean, without detracting from educating the public on the importance of photoprotection.

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