Il digitale al servizio della persona

Il digitale al servizio della persona

L’e-recruitment dedicato al mondo della cosmetica

L’avanzata della digitalizzazione

Oggi più che mai, a seguito degli ultimi eventi che hanno modificato le nostre vite, non solo da un punto di vista personale ma anche lavorativo, il digitale è diventato un alleato di cui non si può e non si potrà più fare a meno.
Pertanto, se ancora prima che si verificasse questa situazione la trasformazione digitale era un processo inevitabile per le imprese, ora è divenuta una realtà imprescindibile se si vuole rimanere competitivi sul mercato.
Per trasformazione digitale si intende un radicale cambiamento nell’organizzazione aziendale, nei processi e nelle attività che costituiscono l’ecosistema di una società.
L’introduzione del digitale comporta una riduzione delle mansioni più ripetitive, inserendo l’automazione di determinati processi volti a migliorare e velocizzare non solo il sistema produttivo ma tutte le aree coinvolte nel business, dalle funzioni aziendali (quali, ad esempio, marketing, risorse umane, amministrazione) ai modelli di business, di partnership e così via.
C’era un tempo in cui si temeva che la macchina industriale avrebbe “rubato” lavoro all’uomo sostituendolo nelle sue mansioni. Tale previsione non si è avverata, anzi, all’opposto, l’industrializzazione ha sgravato l’uomo dai lavori più pesanti, consentendogli di concentrarsi maggiormente sulle attività intellettuali, e ha contribuito alla creazione di un nuovo mercato del lavoro, nel quale nuove professioni prendono forma e altre svaniscono. Il digitale deve essere inteso come un’opportunità di crescita attraverso uno strumento che accelera determinati meccanismi, consente l’ottimizzazione dei processi e quindi la possibilità di concentrarsi sul proprio core business.
La tecnologia, dunque, come importante opportunità di miglioramento in tutti i settori, ma anche come possibile fonte di rischio per la privacy. Non si possono infatti dimenticare i problemi connessi alla gestione dei dati personali che sorgono in particolari processi aziendali. Il General Data Protection Regulation (GDPR) è nato proprio per regolamentare la protezione di tali informazioni, coniugando tutela personale e sviluppo tecnologico. Non è questa la sede per discutere di sicurezza dei dati, ma il principio non può essere trascurato; non a caso, la sicurezza è diventata l’elemento cardine in materia di protezione dei dati, senza il rispetto della quale il trattamento degli stessi non può essere effettuato.

La digitalizzazione nel comparto cosmetico
Anche nella beauty industry il processo di digitalizzazione è in fase di forte crescita e sviluppo. Dal report di Cosmetica Italia del 2019 è emerso che le imprese cosmetiche hanno e stanno tuttora reagendo al tema dell’informatizzazione, non solo investendo maggiormente nell’e-commerce, ma anche impegnandosi a progettare e realizzare un piano destinato a trasformare l’intera organizzazione aziendale.
Nel mondo cosmetico l’e-commerce ha comportato una parte di disinvestimento nei confronti dell’intermediazione tradizionale, tuttavia rimane affiancato ad altri canali di vendita attraverso intermediari esterni e interni all’azienda. Le imprese interpellate sul punto hanno riconosciuto la fondamentale importanza dell’investimento nell’e-commerce, poiché esso offre enormi potenzialità commerciali. Non per niente, dall’indagine effettuata da Ermeneia è emerso che nel 2019 il 40% delle imprese cosmetiche ha venduto online rispetto al 9% del 2011.
Sul piano della progettazione e della realizzazione effettiva, invece, il report di Cosmetica Italia sostiene che il 60% degli imprenditori intervistati ha dichiarato di essere già impegnato in un processo di digitalizzazione, seppure a livelli e intensità differenti. La maggior parte degli imprenditori che ha partecipato all’indagine riconosce l’opportunità e il beneficio dietro al digitale, non solo all’interno della propria azienda, ma anche nei rapporti con la lunga filiera che costituisce l’impresa cosmetica, sia a monte con la produzione sia a valle con la rete di vendita. L’interconnessione tra i vari e numerosi attori deve essere facilitata e velocizzata attraverso la circolazione fluida delle informazioni, in modo tale da instaurare un dialogo costante e continuo tra i soggetti coinvolti.
Nel microcosmo aziendale, però, il 78% degli intervistati ha sostenuto che tale rivoluzione digitale è stata frammentaria, ovvero è avvenuta in modo discontinuo, solo in alcuni reparti. Per trarre il beneficio digitale è invece necessario coinvolgere tutto il sistema organizzativo, nel suo complesso e nelle singole funzioni, considerando sempre le caratteristiche e le specificità della singola impresa (1,2).

La digitalizzazione e il recruitment del personale

Anche nel settore della ricerca e selezione e formazione del personale esistono realtà che si sono distinte grazie alla tecnologia, non sottovalutando il concetto di e-recruitment ma, al contrario, implementando strumenti digitali innovativi volti a facilitare il flusso delle informazioni tra i vari attori interessati. Alcune società hanno addirittura utilizzato sistemi in grado di fornire un servizio di ricerca e selezione del personale in modalità “self-service”, offrendo al cliente la possibilità di trovare il proprio candidato ideale in modo autonomo e indipendente, senza interferenza da parte del recruiter, se non specificatamente richiesta.
Tuttavia, se nell’era del digitale la tecnologia è fondamentale per raggiungere ottimi risultati in tempi ridotti, soprattutto in un ambito quale quello del recruitment, la componente umana rimane parte integrante dell’attività, anzi, al centro della selezione.
La tecnologia non è tutto: il focus rimane sulla persona.
In un mondo dove il digitale e i social la fanno da padroni nelle relazioni, un’efficiente ed efficace società di recruitment non può prescindere dalla competenza umana. Sono le persone giuste al posto giusto a fare la differenza e per trovare il candidato ideale occorrono competenza, specializzazione, innovazione e collaborazione.
Il vero tratto distintivo di una selezione adeguata e soddisfacente presuppone, infatti, una serie di competenze e soft skills che non possono essere fornite dall’automazione, ma devono essere affidate a risorse valide, capaci e altamente qualificate. Una volta che il candidato ha compilato la parte digitale con l’inserimento dei propri dati, esperienze e qualifiche professionali, la selezione deve essere completata attraverso un’intervista o un incontro con un team di professionisti. Tale modo di operare evidenzia l’importanza della relazione e della collaborazione, considerando l’elemento umano quale strumento indispensabile al raggiungimento dell’obiettivo.
Soprattutto nei settori come quello del recruitment, in cui la persona deve rimanere l’attore protagonista, oggi la vera sfida è quella di riuscire a sfruttare i vantaggi forniti dalla digitalizzazione integrando il processo nell’unico modo possibile per superare i limiti che la tecnologia comporta: con la componente umana.

MAKEUP TECHNOLOGY

Webinar

Giorgia Lanza
HR Business Partner,
Job On Beauty, Milano

giorgia.lanza@jobonbeauty.com

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JOB ON BEAUTY

Prenditi cura del tuo recruitment

Il nuovo alleato del benessere di cani e gatti

Il nuovo alleato del benessere

di cani e gatti

ELANCO

Il nuovo mangime complementare dietetico a particolari fini nutrizionali, FormaLIFE da Elanco, ha una formula unica ed elevata appetibilità. La sua formula contiene un’azione combinata di due ceppi probiotici vivi, due prebiotici FOS e MOS, vitamine, oligoelementi ed elementi adsorbenti per rimettere in forma l’intestino di cani e gatti.

Indicazioni

Riduzione dei disturbi acuti dell’assorbimento intestinale; durante le diarree acute e i periodi di convalescenza successivi.
FormaLIFE contiene l’esclusivo ceppo vivo di Lactobacillus acidophilus ed Enterococcus faecium.
In particolare, il Lactobacillus acidophilus è uno dei probiotici più studiati per i suoi effetti sul benessere intestinale per cani e gatti. Inoltre, il mangime è arricchito con alcune vitamine utili in caso di disturbi intestinali e di terapie con antibiotici: vitamina A ad azione epitelio protettiva, vitamina B12 ad azione antianemica, vitamina E e zinco chelato che aiutano a supportare un sano sistema immunitario. Altre sostanze che completano FormaLIFE sono l’acido tannico e i tannini, ad azione adsorbente sui liquidi in eccesso. 

Composizione

Fruttoligosaccaridi (35%) (ingredienti ad alta digeribilità), estratto di fegato, prodotti del lievito (mannanoligosaccaridi) (5%), maltodestrina, mono-digliceridi degli acidi grassi esterificati con acidi organici (gliceril dibehenato), sali di acidi organici di magnesio, cloruro di sodio, solfato di potassio, fosfato dicalcico, ossido di magnesio.

Modalità d’uso

FormaLIFE è indicato sia per cani sia per gatti ed è adatto durante le diarree acute e i periodi di convalescenza successivi. Si raccomanda di chiedere il parere del veterinario prima dell’uso del prodotto e di tenere abbondante acqua a disposizione dell’animale.
Il periodo di impiego raccomandato va da 1 a 2 settimane e le compresse possono essere miscelate al cibo o introdotte direttamente nella bocca dell’animale. Il dosaggio è di 1 compressa per il gatto e 1 compressa ogni 8 kg per il cane (per i cani >32 kg 5/6 cpr).
Di solito problemi intestinali acuti si risolvono nell’arco di 7 giorni, tuttavia il trattamento con Formalife può essere prolungato senza rischi per la salute dell’animale. La quantità giornaliera viene suddivisa in due somministrazioni, al mattino e alla sera. Chiedere il parere di un veterinario prima dell’uso.
Il barattolo da 30 compresse può essere richiesto in farmacia.

L’INTEGRATORE NUTRIZIONALE

Giulia Vilotti
tel 02 360211664
giulia.vilotti@elancoah.com
www.mypetandme.it

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MY PET AND ME • ELANCO

FormaLIFE - Fermenti lattici vivi per cani e gatti

Notte dei ricercatori

Dai vasetti ai sacchetti

Un nuovo modo di concepire il packaging cosmetico

Università: mai stata così vicina

In quest’anno profondamente segnato dalla pandemia è emersa ancora di più la necessità di instaurare un dialogo costruttivo tra scienza e popolazione. La scienza, infatti, si interroga da decenni su come coinvolgere e interessare i cittadini alle sue scoperte. A tal fine, ogni anno dal 2005 viene organizzata in diverse città europee la notte delle ricercatrici e dei ricercatori, che nel caso degli atenei di Padova, Venezia e Verona prende il nome di Venetonight. A causa della pandemia, quest’anno è stata organizzata un’edizione interamente online che ha visto la realizzazione di webinar, esperimenti di laboratorio online e video informativi su domande che posso sorgere spontanee a chiunque, ad esempio come nasce un vaccino, come avviene l’effetto serra o che cosa sono e a che cosa servono le emozioni.
Scopo dell’iniziativa è quello di portare fuori dai laboratori la ricerca accademica, mostrando alla popolazione quanto la ricerca affronti ogni giorno problemi che interessano tutti noi, ma soprattutto quanto questa possa offrire soluzioni che hanno una ricaduta pratica nella società. Quest’ultimo aspetto in particolare è parte della mission degli spin-off universitari che si pongono come veri e propri luoghi di incontro tra accademia e impresa, al fine di favorire il trasferimento tecnologico della ricerca.
Ne è un esempio il video realizzato da Unired, spin-off dell’Università degli Studi di Padova, che da più di otto anni collabora con aziende del settore cosmetico e nutraceutico con lo scopo di favorire l’innovazione di prodotto e la crescita del know-how. Il video in questione  riguarda il frutto dell’ultimo anno di ricerca di Unired sulla sostenibilità dei packaging cosmetici. Tale ricerca ha portato recentemente allo sviluppo di ECO PIPING BAGS, un packaging cosmetico dal design innovativo e in materiale completamente biodegradabile e compostabile.

Quanti contenitori di plastica abbiamo in casa? L’industria cosmetica da anni predilige questo tipo di vasetti e flaconi che rendono facile l’utilizzo del prodotto e la conservazione. Ma un’ottima alternativa che guarda al nostro pianeta in un’ottica ecologica e sostenibile c’è!

La rivoluzione del packaging in un sacchetto

La maggior parte dei prodotti cosmetici è contenuta in vasetti, flaconi o tubetti di plastica, i quali hanno un ruolo fondamentale nel garantire la corretta conservazione del prodotto, proteggendolo efficacemente dagli agenti esterni, oltre che a permettere il giusto dosaggio e una consona applicazione. I classici contenitori cosmetici sono però voluminosi, aumentano notevolmente la produzione di rifiuti e spesso non possono essere inclusi nella filiera del riciclaggio.
In un mondo in cui l’attenzione all’ambiente è sempre più impellente e una delle tematiche più dibattute è come ridurre i rifiuti, è necessario cercare soluzioni sostenibili. Proprio in quest’ottica è nato il progetto ECO PIPING BAGS.
Esso sostituisce il classico flacone o vasetto di plastica con un sacchetto sottile, leggero e dal design unico, realizzato in materiale completamente biodegradabile e compostabile. Il nuovo contenitore per prodotti per la pelle, innovativo e sostenibile, mira a cambiare l’idea del cosmetico e il suo impiego, richiamando il mondo della pasticceria. L’innovazione di questo imballaggio consiste, infatti, nel trasferire e adattare al mondo cosmetico un contenitore come la sac à poche, che è proprio di una realtà, la pasticceria, altrettanto costellata di creme.

Come si presenta il sacchetto e da cosa è composto

Il contenitore a sacchetto (Fig.1A) è realizzato con polimeri biobased, biodegradabili e compostabili provenienti dal mondo dell’agricoltura, ed è avvolto da carta biodegradabile che ne favorisce la presa e garantisce una sensazione tattile piacevole, aspetto fondamentale della gestualità cosmetica (Fig.1B). Il corretto svuotamento della confezione viene favorito dall’impugnatura “da pasticceria”, evitando così il contatto diretto del dito con il prodotto, come avviene ad esempio con i vasetti, e riducendo quindi la possibile contaminazione.
L’erogazione del prodotto dal “contenitore a sacchetto” avviene grazie a un dispositivo di erogazione anch’esso biodegradabile e compostabile, dal design ideato su misura e dotato di tappo richiudibile. Questo sistema “apri e chiudi” permette di dosare facilmente il prodotto. Infine il sacchetto viene riposto in un contenitore di carta rettangolare che permette di metterlo a scaffale. Anche tale contenitore è stato realizzato ad hoc per assicurare la funzionalità, riducendo al minimo il materiale che lo compone.
La realizzazione di un sacchetto rispetto a un flacone si traduce in una riduzione di oltre il 90% della quantità di plastica utilizzata per produrlo, abbattendo drasticamente gli spazi necessari per stoccare i pezzi nei magazzini e l’inquinamento derivante dal loro trasporto.
Il progetto ha partecipato al Best Packaging 2020, contest promosso dall’Istituto Italiano di Imballaggio volto a premiare i migliori packaging in relazione a innovazione e sostenibilità, aggiudicandosi il premio Quality Design con la seguente motivazione: “Il prototipo introduce una nuova visione e una nuova concezione del flacone per skin care. Il trasferimento tecnologico della forma, che ricorda una sac à poche da pasticceria, afferma nuove coordinate espressive e propone al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo”.
Come sottolinea anche la motivazione, oltre a essere sostenibile introduce una nuova gestualità e fa da apripista a nuovi modi di concepire il packaging cosmetico e non solo.
L’esperienza data dalla realizzazione di questo progetto mostra, ancora una volta, come la sinergia tra ricerca accademica e impresa porti allo sviluppo di modelli virtuosi che possono essere adottati anche da altre industrie, non solo cosmetiche.

COSMETIC TECHNOLOGY

Vasetti flaconi e contenitori
ci sommergeranno?
speciale video

Alessandra Semenzato
Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova

Alessia Costantini,
Marco Scatto, Gianni Baratto

Unired, Spin-off Università di Padova, Padova

alessandra.semenzato@unipd.it

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unired - università di padova, dipartimento del farmaco

Vasetti flaconi e contenitori ci sommergeranno?

Bag on Valve

BAG ON VALVE

Tecnologia per la produzione di farmaci, dispositivi medici e cosmetici,
sia in forma di creme e gel sia in forma liquida

AlessandroDiMartino_IBSA

La scelta di tecnologie avanzate e innovative, lo sviluppo di un solido know-how tecnico dei collaboratori e l’effettuazione di investimenti nell’ottica di immettere sul mercato prodotti farmaceutici, sicuri, pratici ed efficaci a garanzia dell’utilizzatore finale rappresentano i criteri con cui IBSA Farmaceutici persegue costantemente il miglioramento della qualità e dell’affidabilità dei suoi prodotti. Il motto “Farmaci nella forma migliore” è diventato il cardine della filosofia aziendale di IBSA.
Abbiamo incontrato il Dott. Alessandro Di Martino, Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici, al quale abbiamo posto una serie di domande per approfondire insieme quali sono state le motivazioni che hanno spinto IBSA Farmaceutici a introdurre nei propri stabilimenti la tecnologia di confezionamento Bag on Valve (BoV).

Alessandro di Martino
Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici

D. Come si è sviluppato il progetto?

R. Già nella prima metà degli anni 2000 la società iniziò a produrre per una consociata francese un antinfiammatorio a uso topico sotto forma di gel, commercializzato nel classico tubetto di alluminio da 100 g, la cui produzione ammontava ad alcune centinaia di migliaia di pezzi/anno.
La linea di confezionamento era costituita da una riempitrice di tubi di alluminio con una capacità produttiva di circa 3000 pz/ora e di una linea di confezionamento secondaria.
Tuttavia, l’evidenza di alcuni aspetti ritenuti poco “farmaceutici” e legati esclusivamente al tipo di confezionamento primario, e cioè la difficoltà di recuperare il totale del contenuto dichiarato sulla confezione (causa le pieghe del tubo di alluminio una volta spremuto) e in secondo luogo il fatto che dopo l’utilizzo sul bocchello del tubetto in alluminio rimane sempre un residuo di crema che si ossida, indurisce e cambia colore), fummo spinti a ricercare un confezionamento che risultasse più idoneo, che mitigasse questi difetti e contemporaneamente fosse, se non del tutto inedito, almeno poco diffuso nell’industria farmaceutica per poterci così distinguere dalla concorrenza.
Una ricerca di mercato consentì di identificare due aziende, una svizzera e una italiana, che allora utilizzavano per il mercato della grande distribuzione (schiume per l’igiene personale, food, ecc.) una particolare tecnologia in grado di minimizzare i suddetti difetti.

D. Quali sono i principi cardine della tecnologia?

R. Il principio di tale tecnologia consiste sostanzialmente nel dosare il prodotto da erogare in un sacchetto multistrato saldato su valvola per aerosol, il tutto contenuto in una bomboletta di alluminio in cui lo spazio tra sacchetto e bomboletta viene pressurizzato con aria oppure azoto. Risulta quindi del tutto eliminato qualsiasi contatto tra prodotto e propellente.  Nel momento in cui l’utilizzatore aziona la valvola premendo su un apposito tasto erogatore, la pressione gravante sul sacchetto permette la fuoriuscita del prodotto attraverso lo stelo valvola ottenendone l’erogazione.
In buona sostanza, la pressione che preme sul sacchetto svolge la stessa funzione della mano dell’utilizzatore che schiaccia il tubetto di alluminio.
In verità già da tempo esistevano anche in ambito farmaceutico (ed esistono ancora oggi) tecnologie similari utilizzate per la preparazione di schiume, salvo il fatto che l’azione propellente in questo caso è svolta da un gas sotto pressione (in genere protossido di azoto) direttamente mescolato al prodotto stesso. Tuttavia, ricorrere a questa tecnologia a posteriori comporta la messa a punto di una nuova formulazione che va registrata e l’esecuzione di prove di stabilità a lungo termine; un iter che appare sicuramente lungo e complesso.
Al contrario, ciò che si rende necessario realizzare se si decide di cambiare imballaggio è solo la valutazione dell’interazione del prodotto a contatto con materiali “inerti” sia del sacchetto (polietilene) sia della valvola.

IBSA FARMACEUTICI ITALIA

Sostenibilità ambientale e packaging: i vincitori del Best Packaging 2020

Come discusso nel primo webinar promosso da FederSalus, dal titolo Sostenibilità. Quali sono le opportunità per gli integratori alimentari?, si registra una crescente consapevolezza, nel mondo aziendale, dell’impatto che le strategie green possono avere sulla crescita del proprio business. Da qui la necessità di adottare pratiche di sostenibilità ambientale che si traducano in progetti di sostenibilità del packaging e in pratiche commerciali corrette.

Proprio in questo ambito Montefarmaco e Unifarco sono state tra le aziende premiate dal recente Best Packaging 2020, promosso dall’Istituto Italiano Imballaggio e patrocinato da CONAI, per aver proposto alcuni tra i migliori esempi di innovazione sotto l’aspetto del design e della prevenzione in termini di impatto ambientale. Al riguardo, queste realtà aziendali hanno illustrato l’importanza della sostenibilità nel proprio modello di business.

 

Montefarmaco OTC

D. La grande attenzione di Montefarmaco OTC all’innovazione si estende anche alle tecnologie di produzione e confezionamento, riconosciuta anche da questa premiazione. Quali esigenze hanno portato allo sviluppo della soluzione vincitrice e quali sono i vantaggi per l’azienda e in termini di sostenibilità?

R. Montefarmaco è leader nel mercato degli integratori alimentari confezionati in flaconcino con tappo separatore, che permette di ricreare in soluzione estemporanea i prodotti, mantenendo gli ingredienti solidi e liquidi stabili e attivi. Da attenti conoscitori del mercato e dei nostri consumatori abbiamo intercettato l’esigenza di migliorare il nostro precedente packaging per venire incontro alle esigenze di maggior usabilità e sostenibilità del nostro confezionamento. Abbiamo quindi creato un team interfunzionale in collaborazione con la società Biofarma per sviluppare, produrre e brevettare il nostro sistema di confezionamento MCap System®.
La tecnologia che abbiamo progettato, industrializzato e che per il momento stiamo commercializzando con il nostro prodotto Lactoflorene® Plus, è tra le più complete e avanzate disponibili sul mercato, in quanto costituita da 4 elementi fondamentali:
i) il tappo, appositamente progettato per essere più facile da premere grazie a dei pre-tagli sulla corona;
ii) la capsula, composta da un particolare materiale tristrato che garantisce elevati livelli di stabilità degli ingredienti attivi e che contiene la permeabilità nei confronti dei liquidi sottostanti;
iii) la guarnizione, progettata per separare ermeticamente polvere e liquido;
iv) il flacone, che contiene il liquido e che si avvita in modo perfetto al tappo evitando travasamenti di liquidi, ma al contempo permettendo uno svitamento agevole per tutti i consumatori.
Il nostro sistema presenta molti vantaggi per il consumatore sia in termini di usabilità (infatti la pressione necessaria per sfondare la cialdina e la forza di torsione per aprire il confezionamento sono inferiori rispetto alle tecnologie precedenti) sia in termini di sostenibilità ambientale, in quanto tutti i componenti sono riciclabili al 100%. Inoltre il nostro MCap System® è un’innovazione completamente realizzata in Italia dall’idea alla produzione. Possiamo quindi parlare anche di sostenibilità economica per il sistema Italia e promozione del Made in Italy.

D. Quale importanza ha la sostenibilità nel modello aziendale di Montefarmaco OTC? E come è nato il progetto di un packaging sostenibile?

R. Montefarmaco ha abbracciato da tempo i valori della sostenibilità ambientale che considera asset strategici e driver di crescita. Interpretiamo il concetto di “sostenibilità” in modo ampio, come ricerca di benessere per tutti i nostri stakeholder legati al successo di un’azienda, alla sua performance e alla sua crescita. Abbiamo quindi intrapreso nel tempo, all’interno delle diverse aree aziendali, una serie di attività che vanno in questa direzione, con l’obiettivo di generare valore in una prospettiva di lungo periodo, iniziando con piccoli passi ma con grande consapevolezza. Per Montefarmaco la sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la sostenibilità economica, perché solo le aziende solide possono creare reale valore nella società.
MCap System® nasce dalla consapevolezza che un’azienda solida deve crescere e portare innovazione sul mercato preservando le risorse naturali e ambientali, senza precludere al suo consumatore delle esperienze di acquisti e consumo che soddisfino le sue esigenze. MCap System® nasce con l’idea di permettere a tutti di prendersi cura del proprio benessere attraverso un rito quotidiano (push, shake and drink) semplice, divertente, sostenibile e soprattutto efficace, perché tutti gli ingredienti conservano le loro caratteristiche attive.

D. Quali sono gli elementi che un’azienda deve considerare e implementare per adottare un reale approccio orientato alla sostenibilità?

R. Premettendo che ogni azienda ha una storia a parte, Montefarmaco ha deciso di implementare la sostenibilità ambientale con piccoli ma concreti passi, iniziando dai suoi due asset più importanti: i collaboratori e i prodotti.
Per quanto riguarda i prodotti, Montefarmaco pone grande attenzione alla scelta dei fornitori e delle materie prime di origine vegetale, prediligendo metodi e processi produttivi a basso impatto ambientale senza rinunciare alla qualità: per esempio, abbiamo quindi scelto il D-mannosio da betulla invece che chimico per il nostro prodotto Lactoflorene® Cist; abbiamo prodotti oftlamici senza conservanti come Iridina® Gocce Lubrificanti oppure alternative naturali ai farmaci come Dentinale® Natura.
Nelle scelte interne, per il benessere dei nostri collaboratori abbiamo deciso di avere uffici ampi e luminosi con due giardini e spazi aperti (nonostante siamo ubicati in un contesto industriale della periferia di Milano), dedicare degli spazi al fitness, implementare degli erogatori di acqua purificata e digitalizzare i processi interni per ridurre i consumi di plastica e di carta.
A livello societario abbiamo accolto nel gruppo la società Dermophisiologique SB, la prima azienda di cosmetica professionale in Italia ad avere acquisito la certificazione B Corp® nel 2016. Con Dermophisiologique e il loro marchio Ontherapy®, Montefarmaco porta avanti una campagna di sensibilizzazione sulle disreattività cutanee indotte da cure oncologiche; un problema che può essere gestito con prodotti cosmetici, aumentando significativamente il benessere e la qualità di vita di pazienti oncologici.
Come titolare di Montefarmaco sono fortemente convinto che le aziende debbano avere un ruolo sempre più di guida all’interno della nostra società, che sta perdendo i tradizionali punti di riferimento (Politica, Religione e Scuola), proponendo modelli etici e sostenibili da un punto di vista sia ambientale sia economico.

 

UNIFARCO

D. Si registra una crescente consapevolezza, anche nel mondo aziendale, della necessità di adottare pratiche di sostenibilità ambientale per la crescita del business. Quale ruolo ha la sostenibilità nel modello aziendale di Unifarco?

R. Sicuramente un ruolo essenziale, tanto da rappresentare un driver imprescindibile nel modello di gestione e di sviluppo aziendale, a 360°.
In particolare, il tema della sostenibilità ambientale viene considerato in Unifarco sotto ogni punto di vista: dall’individuazione e approvvigionamento delle diverse materie prime utilizzate per i nostri prodotti all’impatto dei processi di produzione e di stabilimento, dall’attenzione alle qualità intrinseche del packaging fino ai progetti per il suo recupero in un’ottica di utilizzo circolare.
Siamo consci e lieti che la nostra consapevolezza e perseveranza nell’adottare pratiche di produzione industriale sempre meno impattanti sotto il profilo ambientale trovi, giorno dopo giorno, una sempre più larga condivisione e attenzione da parte degli utilizzatori dei nostri prodotti.
Le conferme di ciò sono innumerevoli: le indagini e le ricerche di mercato testimoniano come l’attenzione alla sostenibilità da parte del consumatore stia diventando diffusamente uno tra i fattori più significativi nel determinare l’orientamento alle scelte di acquisto.
Avere nel proprio DNA una forte propensione a obiettivi di sostenibilità, come avviene nella realtà di Unifarco, rappresenta una discriminante importante per determinare il successo di ogni azienda.

D. Quali sono gli aspetti più rilevanti che vi hanno portato a essere tra i vincitori dell’Oscar dell’Imballaggio 2020?

R. La motivazione ufficiale nell’attribuzione dell’Oscar alla nostra Eco Piping Bags fa riferimento essenzialmente alla “nuova concezione del flacone per skin care che richiama nella sua forma e usabilità una sac à poche da pasticceria”, così da proporre al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo. Premiata innanzitutto l’originalità del design della nostra proposta che cambia l’idea del cosmetico e del suo impiego.
Ma a ben vedere, e come indica esplicitamente il prefisso “eco” del suo nome, oltre a ciò sono certamente le qualità dei materiali studiati e utilizzati specificamente per la sua realizzazione che ne esaltano le peculiarità in un’ottica di massima sostenibilità ambientale.
L’Eco Piping Bags è costituito da un’anima in biopolimero compostabile ottenuta da scarti della lavorazione di prodotti agricoli (grano e barbabietola), avvolto da una speciale carta PAPTIC® TRINGA molto gradevole al tatto e naturalmente ergonomica. L’erogazione del prodotto avviene grazie a un tappo biodegradabile compostabile realizzato con stampante 3D. L’imballo secondario è costituito da un cartoncino certificato FSC® che fornisce stabilità strutturale al packaging primario e ne agevola l’esposizione a scaffale. Qualità intrinseche di pregio, a cui si uniscono altri vantaggi non secondari: riduce drasticamente la possibile contaminazione, evitando il contatto diretto del dito con il prodotto nel contenitore (ad esempio un vasetto), e agisce contro lo spreco di prodotto; il suo design, infatti, facilita il totale svuotamento. Il tutto frutto di un’attività di ricerca, stimolante e impegnativa, coordinata da Unired (spin-off dell’Università di Padova), società che supporta ogni ambito di ricerca di Unifarco.

D. Quali sono gli elementi principali sui quali si basa l’approccio alla sostenibilità dell’azienda?

R. Unifarco è una società costituita da farmacisti che opera al servizio dei farmacisti. La loro competenza, professionalità e responsabilità deontologica si rispecchia integralmente nell’attività aziendale, grazie a un continuo e costante coinvolgimento nelle scelte e negli indirizzi di sviluppo dell’azienda.
Tra questi, i profili della sostenibilità sono tenuti in grande considerazione in termini di qualità, sia di prodotto sia di produzione.
Qualità che però deve trovare concreto riscontro, se vogliamo similmente a quanto avviene nell’ambito della ricerca scientifica, in modelli di controllo e validazione autorevoli e certificati da soggetti terzi. Da qui l’imperativo di operare soggiacendo a standard di certificazione elevati.
ISO 14001, 9001, 45001, 22716 e 13485 sono le certificazioni già ottenute da tempo, altre sono in corso di acquisizione. Tra tutte, però, spicca ad oggi la certificazione EPD® (Environmental Product Declaration), riconosciuta dal prestigioso Swedich Environmental Management Council per alcune linee della nostra produzione, che assevera i dati ambientali dichiarati sull’intero ciclo di vita del prodotto (LCA). Siamo la prima e sinora l’unica azienda al mondo ad averla conseguita nell’ambito della produzione cosmetica.
Ma va data tutta l’evidenza che merita anche all’approccio interno alla sostenibilità ambientale in termini di eco-formulazione dei nostri prodotti cosmetici.
Definiamo “eco-designformulativo” la metodica che la nostra area R&D ha sviluppato attraverso un software proprietario che seleziona, attraverso l’analisi di diversi parametri, le materie prime con il minor impatto ambientale, ovviamente a parità di efficacia e resa. Ciò permette di avere a disposizione un quadro certo della sostenibilità di ogni nostro nuovo prodotto sin dal momento della sua “progettazione”. È un processo peculiare e di valore di cui andiamo particolarmente orgogliosi.

D. Come la scelta di un approccio alla sostenibilità si traduce in termini di business, relazioni con il territorio e con gli stakeholder?

R. L’approccio alla sostenibilità, per sua natura, non può che essere dinamico. Ciò implica una costante attenzione e strenua propensione al miglioramento delle performance aziendali in ogni ambito in cui la sostenibilità stessa si estrinseca: ambientale, sociale, economico.
L’adeguata individuazione, e soprattutto la disponibilità al continuo ascolto e confronto con i nostri stakeholder, è il cardine e punto di partenza di ogni nostra iniziativa di miglioramento in termini di sostenibilità del modello di business aziendale, convinti come siamo della correttezza di quanto affermato già oltre trent’anni fa dal filosofo Edward Freeman: “Le imprese sono in grado di creare valore nel lungo periodo, e quindi di sopravvivere, solo mantenendo rapporti positivi con diversi portatori di interessi, inclusi gli azionisti, i clienti, i dipendenti, i fornitori e le comunità con le quali l’impresa interagisce. E Unifarco indubbiamente vuole essere una realtà dinamica che guarda al lungo periodo”.

Per informazioni
Manuela Lisi – tel 06 54221967 – m.lisi@federsalus.it

Ufficio stampa FederSalus
Chiara Domizi – tel 02 57378309 – cdomizi@webershandwickitalia.it
Federica Bologna – tel 02 57378402 – fbologna@webershandwickitalia.it

NanoCosPha

La nanotecnologia è la scienza che si occupa della manipolazione di atomi e molecole su scala nanometrica, ossia nel range compreso tra 1 e 100 nm. Negli ultimi anni si è osservata una continua crescita di importanza dei processi e dei sistemi dimensionati sulla scala nanometrica, tanto che le nanotecnologie sembrerebbero essere alla base della prossima rivoluzione industriale.
Ad oggi, questa scienza interessa diversi comparti industriali e settori di ricerca che spaziano dalle nuove fonti di energia alla medicina, senza naturalmente trascurare la cosmetica. Il ricorso alla nanotecnologia è indubbiamente legato alle migliorate proprietà delle nanoparticelle, ad esempio in termini di colore, trasparenza, solubilità e permeabilità1.
Abbiamo incontrato il Prof. Massimo Labra, docente di Botanica generale, e la Prof.ssa Miriam Colombo, docente di Biochimica clinica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che ci hanno illustrato un interessante progetto nell’ambito delle nanobiotecnologie applicate ai prodotti cosmetici, insieme agli obiettivi di quello che potremmo definire come il punto d’incontro, di innovazione e collaborazione tra ricerca universitaria e industria per produrre valore per la società.


D. Volendo illustrare NanoCosPha in sintesi, cosa potremmo dire?
R. Difficile farlo in poche parole, ma ci proviamo! Si tratta di un’iniziativa coordinata dal prorettore alla ricerca dell’Università Milano-Bicocca, il Professor Guido Cavaletti, per la realizzazione di un’infrastruttura cofinanziata dalla Regione Lombardia. NanoCosPha è costituita da sei laboratori tecnologici integrati in una logica verticale. Di questi, due sono pre-esistenti al progetto specifico e sono la piattaforma di nanobiotecnologie per lo sviluppo di nanoparticelle ad attività biomedica (PNBT) e il laboratorio di imaging e diagnostica avanzata; gli altri quattro, invece, saranno sviluppati nell’ambito di NanoCosPha e nello specifico saranno dedicati al bioprospecting (ricerca di nuove molecole attive), alla formulazione e nanoformulazione, alla bioinformatica e modellista molecolare, e allo sviluppo precompetitivo. L’infrastruttura, lavorando strettamente con la PNBT, promuoverà lo sviluppo di sistemi innovativi nanostrutturati rivolti al comparto cosmetico e a quello della farmaceutica. L’integrazione della piattaforma all’interno di una più estesa e comprensiva infrastruttura permetterà di realizzare un Hub di innovazione ad alto contenuto tecnologico e culturale, in grado di far incontrare il mondo della ricerca con l’industria, al fine di soddisfarne i bisogni. È importante sottolineare che NanoCosPha nasce per rispondere a una concreta domanda del territorio e del cittadino, che sempre più pone il concetto di benessere, prevenzione e sicurezza al centro degli interessi personali.
NanoCosPha rappresenta quindi la prima infrastruttura a livello nazionale che si pone come sistema di raccordo tra l’istituzione accademica, l’ente pubblico autorevole (Regione Lombardia, ministero) e la fiorente rete di aziende del settore operanti sul territorio.
La missione è affrontare in modo olistico il tema del benessere promuovendo l’innovazione e il trasferimento tecnologico, ma anche la ricerca di base e l’alta formazione di giovani (dottorati, stage, ecc.) attraverso scambi bilaterali tra l’università e l’azienda.

D. Come nasce il progetto?
R. Il progetto nasce con l’obiettivo di colmare il gap tra la ricerca universitaria e le richieste dell’industria, e per rispondere alle esigenze attuali della società moderna in termini di benessere e prevenzione. L’università è abituata a focalizzare le proprie attività di ricerca su tematiche emergenti e a divulgare le scoperte realizzate con le proprie ricerche a mezzo di pubblicazioni; dall’altro lato, l’industria ha bisogno di trasformare queste conoscenze in innovazione e applicazione. Il progetto nasce, pertanto, con l’intento di realizzare insieme questo processo raccogliendo le esigenze delle aziende e costruendo percorsi applicati per realizzare prototipi da testare in ambiente operativo. Questo è fondamentale in quanto creare un nuovo prodotto, formulazione o anche solo proporre una nuova molecola bioattiva per migliorare gli inestetismi, ridurre i fenomeni di invecchiamento o curare patologie rappresenta uno sforzo scientifico ed economico rilevante. Poter eseguire indagini in ambiente di laboratorio e precompetitivo permetterebbe alle aziende di valutare in modo critico la progettualità sia in termini strettamente tecnici (scalabilità, efficacia) sia economici e di marketing (costi, tempi, valore), disponendo di laboratori attrezzati in grado di lavorare in Good Laboratory Practice (GLP) e di strumentazioni di ultima generazione pronte per produrre su scala pilota ciò che è stato messo a punto dalla ricerca in risposta alle esigenze del mercato.
I laboratori coinvolti saranno modernamente equipaggiati per svolgere funzioni complementari volte a coprire i vari stadi di sviluppo dei nano-bioformulati, prodotti cosmetici di nuova generazione e dei nanofarmaci.

D. Quali sono gli obiettivi del medio e lungo termine?
R. Per rispondere a questa domanda è necessario entrare un pochino più nel merito della struttura di NanoCosPha. Come dicevamo poc’anzi, si tratta di un’infrastruttura di ricerca e innovazione a carattere regionale che funge da punto di convergenza tra università, centri di ricerca, IRCCS e aziende ospedaliere; PMI operanti nel comparto dell’industria cosmetica e farmaceutica, Big Pharma e istituzioni pubbliche quali Regione Lombardia, ministero e infrastrutture della Comunità europea.
L’idea di fondo è che i prodotti e i processi originatisi dalle attività svolte all’interno dell’infrastruttura in collaborazione tra università e aziende saranno validati e successivamente sviluppati dall’industria, per essere finalmente immessi nel mercato e produrre valore per la società.
In questa cornice che delinea le condizioni al contorno è noto il punto di arrivo. Abbiamo previsto che dopo una prima fase di messa a punto della piattaforma, che si presume di concludere entro i primi mesi del prossimo anno, passeremo al reclutamento del personale dedicato per poi spostarci verso la terza fase, ovvero il joint lab; quella che amiamo definire come la fase delle vere e proprie sfide su cui si lavora con le aziende per focalizzarsi su che cos’è d’interesse per loro.
Su questo c’è da dire che alcuni lavori sono già in essere. L’università ha già una serie di startup operative e ad oggi in grado di tradurre, o forse sarebbe meglio dire “far incontrare”, le richieste avanzate da alcune aziende con i risultati maturati da parte dell’università.
A questo proposito sono state personalizzate alcune tecnologie: ad esempio abbiamo realizzato la customizzazione di una stampante 3D, e in questo siamo stati, a nostro avviso, gli assoluti pionieri del settore, per la produzione di nanoprodotti ad hoc.
Ci teniamo inoltre a sottolineare che non proponiamo solo tecnologia, ma cultura del benessere attraverso percorsi di alta formazione e progetti di dottorato industriale, in cui anche manager di azienda potranno acquisire competenze innovative volte a rafforzare il valore dell’azienda italiana e dei suoi prodotti nel mercato globale.

D. Chi troviamo coinvolto in prima linea?
R. Tra i principali stakeholder si individuano le aziende, le associazioni di categoria e le società di collaborazione tra le aziende farmaceutiche e cosmetiche lombarde, oltre che gli enti e i soggetti operanti in ambito regolatorio. Infine, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca opera ormai da diversi anni con strategie di pianificazione Responsible Research and Innovation (RRI), ovvero analizziamo, discutiamo e condividiamo le strategie di ricerca in ogni sua fase con gli stakeholder, in modo tale che ciascuna fase del progetto sia ottimizzata e orientata alla società. Questo rappresenta un’importante garanzia di trasparenza e partecipazione, oltre che di elevata trasferibilità alla comunità. La finalità di tutto questo lavoro è produrre valore per il territorio e quindi benessere per i cittadini.

D. Focalizziamoci sulla scelta del comparto: “Come mai proprio quello cosmetico?”
R. Sul territorio italiano in generale ma lombardo in particolare è un comparto fortemente rappresentato e la Regione Lombardia è stata in grado di cogliere questo potenziale; inoltre è caratterizzato da un’elevata dinamicità, domanda d’innovazione e non teme grandi sfide come quella del Green Deal che cambierà drasticamente tutti i processi produttivi e non solo. Il focus specifico del progetto sarà rivolto a skin care, trattamenti anti-age, antiossidanti e antinfiammatori, ma siamo aperti anche ad altre sfide.

D. Come mai si è scelto di scendere fino alle dimensioni nano?
R. Sfruttando le nanoparticelle come vettori è possibile trasportare molecole insolubili o che non hanno una buona bio-distribuzione a un sito specifico; le nanoparticelle vengono stabilizzate e ne viene favorito l’assorbimento proprio là dove è richiesto. Se pensiamo ad esempio al comparto farmaceutico, il nano può essere utilizzato per realizzare una co-somministrazione, ovvero la somministrazione di più prodotti simultaneamente, necessaria nel caso di alcune patologie.
Consideriamo che il mondo nano è molto ampio: nel nostro corpo sono presenti particelle biomimetiche come le proteine ricombinanti che svolgono il ruolo di carrier e che quindi possono veicolare farmaci senza la comparsa di effetti avversi.
Altro vantaggio non trascurabile è che diminuendo le dimensioni si possono ridurre le quantità di principi attivi somministrati senza ridurne l’efficacia. Inoltre, le molecole d’interesse possono essere veicolate in modo più preciso e veloce senza riscontrare perdite in termini di attività.
A livello topico, tipica esposizione dell’uomo ai cosmetici, si potrà osservare l’effetto locale atteso senza avere effetti sistemici. Pensando ai farmaci, a seguito della somministrazione orale si assisterà a una minore degradazione a livello dello stomaco favorendone l’assorbimento.

D. Avete mai riscontrato una certa diffidenza del mercato nei confronti delle molecole nano?
R. Come per tutti i prodotti d’innovazione c’è bisogno di tempo, anche se non dobbiamo perdere la sfida globale. Come ricercatori ci sentiamo confidenti che i tempi di trasferimento non saranno lunghissimi. Possiamo certamente dire che la tecnologia di cui disponiamo oggi è molto precisa e permette di valutare ed escludere eventuali fattori tossici piuttosto che accumuli di particelle. Al contrario sottolineiamo che i pericoli sono altri. Ad esempio, metodi un po’ alchimisti di uso maldestro di estratti vegetali non controllati possono introdurre nei prodotti metaboliti attivi indesiderati che possono anche avere effetti negativi sulla salute umana.

D. Ora rivolgiamo l’attenzione a un tema che è sempre più sentito dalle industrie e dai consumatori, al punto da divenire determinante nelle scelte di entrambi: la sostenibilità. Come si connota questo progetto, e più in generale la nanotecnologia, rispetto alla sostenibilità?
R. NanoCosPha procederà a grandi passi nella direzione della sostenibilità, basti pensare che il primo laboratorio realizzerà estrazioni di prodotti bioattivi da matrici vegetali con fluidi supercritici a bassissimo impatto ambientale. Anche la scelta delle matrici terrà in considerazione i principi dell’economia circolare, ad esempio non escludiamo di impiegare anche prodotti di scarto provenienti dall’agricoltura. In termini generali, consideriamo che ricorrendo al “nano” tutto può essere ridotto di scala, anche la quantità di prodotto bioattivo, di formulato e di conseguenza il packaging, senza però perdere l’efficacia del prodotto.
Inoltre, formulare qualcosa (che sia un farmaco o un cosmetico) ad hoc per classi di destinatari consente di valutare meglio i quantitativi, razionalizzare le produzioni e quindi gli ridurre gli sprechi.

D. Come mai un’impresa dovrebbe decidere di investire in questo progetto?
R. Ci sono almeno tre ragioni. La prima è quella più tecnica. Da osservazioni condotte e dalla nostra conoscenza del mercato degli ingredienti abbiamo notato che spesso le molecole bioattive impiegate sono “sempre le stesse”. C’è dunque bisogno di innovazione e la ricerca offre già numerosi spunti: rinnovare sia il parco molecole sia la taglia e la strategia di formulazione, diversificare il target che permetterà di ampliare il mercato, competere sul mercato globale e migliorare l’efficacia dei composti e la soddisfazione del consumatore.
La seconda motivazione è culturale: la cosmesi è molto più che un prodotto per “apparire meglio”. Vogliamo proporre la cultura del benessere come un sistema integrato in cui cosmetici, alimentazione e attività fisica cooperino per modificare lo stile di vita del cittadino del XXI secolo.
L’ultimo elemento è sociale: crediamo che la prevenzione sia il vero obiettivo delle società moderne e in questo contesto la cosmesi può crescere molto. Non vogliamo curare gli inestetismi ma prevenirli; non si può ritornare giovani ma si può invecchiare meglio, prevenire fenomeni infiammatori, disbiosi e fenomeni di stress che spesso sono alla base di molte malattie multifattoriali.
Quindi in quest’ottica il progetto rappresenta sicuramente una buona opportunità di innovazione.

Per informazioni
Università Milano-Bicocca • Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze
tel +39 02 64483472 • massimo.labra@unimib.it • miriam.colombo@unimib.it • www.unimib.it

 

1Raj S, Jose S, Sumod US et al (2012) Nanotechnology in cosmetics: opportunities and challenges.
J Pharm Bioallied Sci 4(3):186-193

Sicurezza di prodotti MAKEUP

Sicurezza di prodotti MAKEUP

L’importanza dell’analisi dei metalli pesanti

di MARTA FAGGIAN1, JESSICA DE PRÀ2, STEFANO FRANCESCATO2, GIANNI BARATTO2,  ALESSANDRA SEMENZATO3, STEFANO DELL’ACQUA3
1Unired, Spin-off Università di Padova, Padova
2Unifarco, Santa Giustina (BL)
3Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova
alessandra.semenzato@unipd.it

Il gesto di truccarsi fa parte della vita sociale dell’uomo da sempre e, come ci conferma la storia dell’arte, ogni epoca ha avuto le sue mode, tendenze specifiche e testimonial d’eccezione: da Cleopatra alla regina Elisabetta I d’Inghilterra e Maria Antonietta di Francia, fino alle donne simbolo degli anni Sessanta, prime fra tutte Audrey Hepburn e Marilyn Monroe. L’uso del makeup rappresenta ancora oggi un modo di esprimersi e un gesto piacevole e imprescindibile per relazionarsi con gli altri a cui è difficile rinunciare, anche quando la pelle presenta problematiche dermatologiche e/o una predisposizione del sistema immunitario a sviluppare allergie cutanee.
Nei prodotti makeup è infatti molto diffuso l’uso di pigmenti colorati, per lo più di origine naturale, come gli ossidi di ferro che sono alla base di terre e fondotinta. Questi pigmenti contengono quantità più o meno rilevanti di metalli pesanti come nichel, cromo, cobalto e piombo. I metalli pesanti, in quanto nocivi, sono ingredienti vietati per l’uso cosmetico (Allegato II del Regolamento europeo 1223/2009); la loro presenza è ammessa solo in tracce come residui dei processi di produzione o impurezze degli ingredienti, come nel caso dei pigmenti presenti nei prodotti makeup. Per questo l’Istituto Superiore di Sanità fornisce solamente delle indicazioni riguardanti il controllo della presenza di metalli pesanti nel prodotto, suggerendo all’azienda produttrice una valutazione di sicurezza dei prodotti immessi sul mercato in relazione non solo al tipo di metallo pesante, ma anche alla via di esposizione e alla tipologia di prodotto (1).
Le tecnologie disponibili ad oggi consentono di raggiungere un buon grado di purezza del pigmento rispetto agli effetti tossici, ma non permettono di eliminare in modo completo questi elementi che, anche se presenti in quantitativi estremamente limitati, possono generare problematiche di sensibilizzazione. Infatti, il contatto cutaneo ripetuto, anche con quantità molto piccole e non tossiche, può determinare in soggetti predisposti fenomeni di sensibilizzazione e dermatiti da contatto di tipo allergico*.
L’obiettivo di chi formula è quindi quello di utilizzare materie prime e processi produttivi che consentano la produzione di prodotti finiti con il livello più basso possibile di metalli pesanti, dal momento che la soglia di sensibilizzazione identificata da dermatologi e allergologi si attesta intorno a 1 ppm (1mg/kg). Quando si utilizzano pigmenti colorati questa soglia rappresenta una sfida non facile da raggiungere: la presenza di metalli pesanti in tracce risulta infatti uno degli aspetti critici più rilevanti nella formulazione del makeup per le pelli sensibili e/o predisposte a sviluppare allergie.
Le dermatiti da contatto da metalli pesanti sono ampiamente diffuse in tutto il mondo e sono in continua crescita, dal momento che l’uomo entra in contatto con queste sostanze non solo attraverso i cosmetici ma anche con gioielli di metallo, anche prezioso (oro, argento e platino), e monete di uso comune.
Nel caso del makeup destinato agli occhi, le reazioni che possono osservarsi vanno da semplici fastidi a irritazioni oculari e dermatiti palpebrali. Queste reazioni possono essere prevenute innanzitutto educando la popolazione a un uso corretto del makeup: struccarsi sempre a fine giornata con prodotti delicati, non strofinare la zona oculare e pulire periodicamente i pennelli utilizzati per l’applicazione. Altrettanto importante è però utilizzare prodotti formulati ad hoc per ridurre al minimo il rischio di sensibilizzazione.
Il design formulativo di questi prodotti deve quindi partire da un’attenta selezione delle materie prime per garantire il massimo livello di sicurezza del prodotto finito.
La selezione dei pigmenti da utilizzare nei prodotti di makeup rende obbligatorio per l’azienda il ricorso a metodologie analitiche specifiche che consentono di determinare la concentrazione di metalli pesanti presenti. Esistono diverse metodologie per l’analisi dei metalli pesanti e la legislazione cosmetica non individua tuttora un metodo unico e universalmente riconosciuto. Tra le analisi più utilizzate vi è la spettroscopia di assorbimento atomico che si può applicare dopo mineralizzazione acida o in seguito al trattamento con il “sudore artificiale”. La metodica del “sudore artificiale” rappresenta il protocollo ufficiale impiegato in oreficeria per determinare la quantità di nichel rilasciata sulla pelle da gioielli e oggetti metallici, e prevede che il campione venga trattato con una soluzione debolmente acida (pH=4,7) contenente acido lattico, cloruro di sodio e urea che riproduce il sudore. Questa metodica, pur simulando in modo più fedele l’interazione tra cosmetico e pelle, presenta dei limiti, in quanto è pensata per una matrice metallica e non per una matrice di natura organica come quella cosmetica. Non permette, quindi, di discriminare in modo univoco e preciso tra i diversi pigmenti e prodotti cosmetici. Con questo metodo, infatti, la maggior parte degli item testati non raggiunge il valore soglia di 0,1 ppm, indipendentemente dal metallo analizzato, dal tipo di prodotto cosmetico e dal colore.
La mineralizzazione acida prevede, invece, l’utilizzo di solventi capaci di liberare i metalli dalla matrice e di misurarne le quantità effettivamente presenti. In questo modo un’azienda che produce o commercializza prodotti makeup può ottenere informazioni utili per selezionare il fornitore di materie prime più adatto alle proprie esigenze, ma anche per distinguere tra le gamme di prodotti proposte da uno stesso fornitore.
L’analisi dei metalli dopo mineralizzazione acida può essere applicata con successo non solo per il controllo qualità del pigmento (lotto per lotto) che, soprattutto se di origine naturale, può incorrere in una maggiore variabilità nel contenuto di impurezze, ma anche nella fase di design formulativo del prodotto.
Come mostrano i risultati di questo studio, l’approccio analitico di controllo in fase di sviluppo formula o di selezione di prodotti dal portfolio dei produttori specializzati in makeup può essere molto utile all’azienda per garantire la qualità del prodotto finito e la sua conformità ai test di cessione e ai test oftalmologici, ottimizzando i tempi e le risorse economiche. Lo studio è stato condotto, mediante spettroscopia di assorbimento atomico in seguito a mineralizzazione acida, su 67 campioni tra materie prime e prodotti finiti: sono stati analizzati nello specifico i contenuti di metalli pesanti – nichel, cromo, cobalto e piombo presenti all’interno di 28 pigmenti, 7 fondotinta, 12 ombretti e 20 matite occhi. […]

Il metabolismo cutaneo delle sostanze bioattive

Silvio Aprile, Marta Serafini, Tracey Pirali
Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università del Piemonte Orientale • silvio.aprile@uniupo.it


La pelle non è solamente un esteso mantello che ricopre l’organismo proteggendolo dalle sostanze estranee (xenobiotici) e dagli agenti patogeni, ma rappresenta anche un’efficace barriera funzionale in grado di “processare” le sostanze esogene che riescono a penetrarla.
Ogni sostanza in grado di attraversare lo strato corneo entra infatti in contatto con enzimi metabolici presenti a livello cutaneo che possono modificarne la struttura. L’attività del complesso apparato metabolico della pelle è quindi uno dei molti fattori da prendere in considerazione nell’ambito della progettazione di farmaci dermatologici e prodotti cosmetici. In questo articolo verrà fornita una panoramica delle principali trasformazioni metaboliche che uno xenobiotico può subire a contatto con la cute; trasformazioni per lo più volte alla sua inattivazione oppure, talvolta, coinvolte nella formazione di metaboliti reattivi, spesso responsabili dell’insorgenza di fenomeni di tossicità. Verrà inoltre descritto come il metabolismo cutaneo può essere sfruttato nel progettare sostanze attive come pro-farmaci o farmaci soft; infine verranno discussi i principali modelli cellulari utilizzati per determinare in vitro la stabilità metabolica delle sostanze che vengono applicate per via topica.

Introduzione

Con il termine “xenobiotico” viene definita ogni sostanza estranea ai processi vitali del nostro organismo, sia essa un inquinante ambientale, un additivo alimentare, un farmaco o un cosmetico. Il metabolismo di queste sostanze, talvolta caratterizzate da un’elevata lipofilia che ne può promuovere l’accumulo con possibili conseguenti fenomeni di tossicità, comprende una moltitudine di reazioni chimiche.
Gli xenobiotici, infatti, dopo essere stati assorbiti dall’organismo attraverso le membrane cellulari, non solo del tratto gastro-intestinale ma anche a livello di qualsiasi altro tessuto, entrano nel circolo sanguigno e si distribuiscono nei diversi organi.
In funzione delle loro proprietà chimico-fisiche, queste sostanze possono essere eliminate attraverso le urine e le feci senza subire alterazioni oppure andare incontro a delle trasformazioni metaboliche (biotrasformazioni) in grado di “adattarle” ai processi di escrezione, promuovendone così l’eliminazione ed evitandone l’accumulo nei tessuti, come ad esempio le membrane e il tessuto adiposo, sedi nelle quali potrebbero causare effetti tossici.
Le biotrasformazioni degli xenobiotici avvengono principalmente nel fegato, organo deputato al metabolismo di primo passaggio, e in misura minore in altri distretti, tra cui il tratto gastro-intestinale, a livello polmonare, renale e cutaneo (1). Dal punto di vista chimico, gli xenobiotici che sono assorbiti dall’organismo vengono metabolizzati per ridurre la loro lipofilia, promuovendone quindi l’escrezione grazie a un aumento della loro polarità.
Le reazioni metaboliche si classificano in reazioni di fase I e di fase II. Le prime sono anche chiamate “reazioni di funzionalizzazione” perché trasformano gli xenobiotici modificando i gruppi funzionali presenti o introducendone di nuovi. Le funzionalizzazioni comprendono reazioni di ossidazione, catalizzate principalmente dalla famiglia degli enzimi del citocromo P450 (CYP) e dalle monoossigenasi contenenti flavina (FMO), reazioni di riduzione e reazioni di idrolisi. Le reazioni di fase II, invece, sono chiamate di coniugazione, in quanto legano gli xenobiotici a molecole capaci di aumentarne sensibilmente il carattere idrosolubile, rendendole quindi più facilmente eliminabili nelle urine. In questo tipo di reazioni, gli xenobiotici vengono per lo più coniugati con glutatione (glutatione S-transferasi, GST), acido glucuronico (glucuronosiltransferasi, UGT), gruppi solfato (sulfotrasferasi, SULT) e acetato (N-acetiltransferasi, NAT).
Sia che si tratti di farmaci sia di altre sostanze dotate di attività biologica, le trasformazioni operate in entrambe le fasi del metabolismo portano generalmente all’inattivazione della sostanza bioattiva. Questa regola però non è sempre vera, poiché è noto che le reazioni metaboliche talvolta mediano la formazione di composti a loro volta biologicamente attivi oppure di metaboliti reattivi (bioattivazione), generalmente specie elettrofile in grado di reagire con le macromolecole biologiche provocando fenomeni di tossicità.
Tra gli organi deputati al metabolismo degli xenobiotici è presente anche la cute che, oltre ad agire da barriera fisica proteggendoci dalle sostanze estranee e dagli agenti patogeni, rappresenta anche un’efficace barriera chimica. Infatti, ogni sostanza bioattiva che riesce ad attraversare lo strato corneo entra in contatto con enzimi metabolici presenti a livello cutaneo. Con la sua superficie compresa tra 1,5 e 2 m2,
la cute rappresenta l’organo più esteso dell’apparato tegumentario e il 15% del peso corporeo totale. Nonostante la sua attività metabolica per centimetro quadrato sia significativamente inferiore a quella di altri organi, è la sua grande estensione che ne conferisce un’attività metabolica estesa, pari a un terzo di quella epatica.
La prima osservazione dell’esistenza del metabolismo cutaneo si deve ad alcuni lavori pioneristici di James ed Elizabeth Miller, i quali, già nel 1947, dimostrarono che l’applicazione dell’idrocarburo policiclico aromatico benzo[a]pirene sulla pelle di topo portava alla formazione di intermedi metabolici reattivi, gli epossidi, in grado di legarsi covalentemente alle proteine della cute. Questi esperimenti, oltre a dimostrare che la cancerogenicità di alcune sostanze è correlata al legame covalente dei loro metaboliti con le macromolecole cellulari, aprirono le porte allo studio del metabolismo degli xenobiotici nella pelle (2).
Se ci si addentra in dettaglio nella struttura della pelle, scopriamo che è costituita da tre strati: epidermide, derma e ipoderma. L’epidermide costituisce lo strato più esterno ed è a sua volta suddivisa in ulteriori sottostrati, tra cui lo strato spinoso, popolato per lo più da cheratinociti ma anche da cellule di Langerhans e dendriti che vi si insinuano.
La funzione principale dei cheratinociti è quella di mantenere l’integrità dell’epidermide e quindi della cute stessa, creando una barriera verso l’esterno. È proprio in queste cellule che risiedono i maggiori sistemi enzimatici responsabili delle biotrasformazioni cutanee. Più in dettaglio, a livello intracellulare le strutture maggiormente ricche di enzimi sono il reticolo endoplasmatico liscio e i mitocondri; inoltre si ritrovano importanti enzimi solubili anche a livello del citoplasma. […]

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Rossetti: tra R&D e marketing scientifico

Rossetti

Tra R&D e marketing scientifico

di ENZO BIRAGHI1, PIETRO ABBÀ2, LORIS VITALONI3

1CEO Anya Cosmetiques
2R&D Anya Cosmetiques
3QC Anya Cosmetiques
bien@anya.it

In un mercato complesso e dinamico che cambia continuamente, nessuna impresa può permettersi di fare scelte strategiche per il business facendo tentativi e basandosi solamente sull’intuito, sulla creatività o l’esperienza di qualche manager. L’approccio comportamentista “vediamo, proviamo, speriamo” è ancora grandemente diffuso. Le aziende necessitano di strumenti che consentano di prendere decisioni migliori in minor tempo per rispondere al bisogno di chiarezza e sicurezza causato dallo stress decisionale a cui sempre più imprenditori e manager sono soggetti. È possibile andare oltre l’intuito solo attraverso sistemi che connettano input analitici e output strategici, dando indicazioni chiare e non opinabili; sistemi che guidino le imprese attraverso la via strategica più corretta ed efficace, senza sprecare risorse. Questo è un tempo propizio per cambiare: il business ha bisogno di consapevolezza e soprattutto di dati che si trasformino in una nuova energia cinetica di valore.
La risposta è il marketing scientifico che viene applicato con un approccio grafico chiamato Casa della Qualità (HoQ) (Fig.1). Può essere tale perché chiarisce e incrocia la voce del cliente con il suo linguaggio fatto di percezioni, e quello aziendale estremamente formale e numerico. Sarà chiaro e condiviso il percorso logico che ci ha portato alla definizione dei requisiti del cliente. Saranno inoltre evidenti le priorità, fornendo a tutti una bussola per poter prendere decisioni durante tutto lo sviluppo senza che arbitrariamente aspetti secondari possano contrastare lo svolgimento delle attività o, peggio ancora, che si perdano di vista i tempi principali di sviluppo. Il marketing scientifico ha il fondamentale compito di fotografare il territorio competitivo, proprio come farebbe un satellite.

Evoluzione dello scenario competitivo
La HoQ è nata per risolvere tre problemi di tipo generale: la disattenzione alla voce del cliente, la perdita dell’informazione durante il ciclo di sviluppo del prodotto, le diverse interpretazioni delle specifiche da parte dei vari dipartimenti coinvolti.
Da un punto di vista strettamente operativo, la HoQ favorisce il raggiungimento dei seguenti obiettivi: definire le caratteristiche del prodotto che rispondono alle reali esigenze del cliente; codificare su moduli appositi tutte le informazioni necessarie allo sviluppo del nuovo prodotto; effettuare un’analisi comparativa con le prestazioni dei prodotti della concorrenza; garantire coerenza tra i bisogni manifestati dal cliente e le caratteristiche misurabili del prodotto senza trascurare nessun punto di vista; rendere informati tutti i responsabili delle singole fasi del processo riguardo la relazione tra la qualità dell’output di ogni fase e la qualità del prodotto finale; ridurre la necessità di apportare modifiche e correzioni nelle fasi avanzate di sviluppo; minimizzare i tempi di interazione con il cliente; garantire piena coerenza tra la progettazione del prodotto e quella del processo di produzione; aumentare la capacità di reazione dell’azienda. […]

Sustainable beauty

Francesca Faraon, Valentina Abbondandolo, Chiara Chiaratti, Andrea Vittadello*, Enrico Nieddu • Mérieux NutriSciences Italia
*Sustainability ambassador – Mérieux NutriSciences Science Center – andrea.vittadello@mxns.com


La sostenibilità è il risultato di una sinergia di azioni volte a bilanciare un’economia in crescita, proteggere l’ambiente e incentivare la responsabilità sociale, allo scopo di migliorare la qualità della vita per le generazioni attuali e future.
Nei decenni passati, una serie di eventi che hanno avuto gravi ripercussioni a livello ecologico ha portato alla richiesta prima e all’attuazione poi di leggi e norme tecniche di interesse ambientale sempre più severe e applicabili a tutti i comparti produttivi. La rivoluzione ambientale è in atto da oltre trent’anni e ha profondamente cambiato la modalità di fare business delle aziende. Oggi le imprese sono consapevoli della propria impronta e delle loro responsabilità riguardanti il potenziale danno causato. Prodotti e processi di fabbricazione, infatti, stanno diventando più trasparenti ed ecologici e, dove tale rivoluzione è già in atto, l’ambiente ne trae enormi benefici ed è in via di guarigione. Le nazioni più industrializzate che optano per una filosofia green possono ridurre l’inquinamento e contemporaneamente aumentare i profitti (1).
Le Nazioni Unite definiscono la crescita sostenibile come uno sviluppo in grado di assicurare “il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. Questo concetto posa su tre pilastri: la crescita economica, la protezione ambientale e la responsabilità sociale (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, 1987) (2). Fare affari in modo etico e legale è inestricabilmente legato al rispetto dei diritti umani, usi e costumi, tradizioni e valori sociali dei Paesi nei quali lavorano le industrie.
L’industria cosmetica è particolarmente attenta alle tematiche di sostenibilità; grazie all’impiego di diverse strategie produttive e formulative si impegna da molti anni a ridurre la sua impronta ambientale. Nel corso del testo viene illustrata l’operatività del comparto.

L’industria cosmetica e il suo impatto ambientale
L’industria cosmetica ha un impatto fondamentale nella cura della persona, non solo attraverso l’applicazione di makeup e cosmetici, ma anche grazie all’utilizzo quotidiano di prodotti per l’igiene personale, essenziali a garantire il benessere della popolazione e standard sanitari ottimali (3).
La cosmesi è un importante settore economico con diverse migliaia di aziende presenti in tutto il mondo che generano un fatturato annuo mondiale pari a 500 milioni di dollari (2019, dati Euromonitor).
Vista la natura e l’importanza di quest’industria nello scenario mondiale, il diretto impatto sia sull’ambiente sia sulla sostenibilità risulta evidente. La maggior parte delle aziende riconosce la necessità di ridefinire prodotti e processi per minimizzare la propria impronta attraverso lo studio del Life Cycle Assessment (LCA) per rilevare e misurare l’impatto ambientale. Questo è anche ciò che vogliono i consumatori finali. Nel 2015, Nielsel ha intervistato 30.000 consumatori provenienti da 60 Paesi ed è emerso che la maggior parte di essi è disposta ad acquistare prodotti più cari in cambio di garanzie di sostenibilità (66% degli utilizzatori mondiali e 73% dei millennials (2)). In Italia, il 50% dei prodotti lanciati nell’ultimo anno presenta un claim green.
I consumatori sono attenti e informati sulle caratteristiche e le performance dei prodotti che acquistano. Ciò rende il consumatore sempre più consapevole dei propri acquisti. Informazioni chiare e facilmente accessibili, comprensibili e dettagliate fornite dai brand sono la chiave per aumentare la fiducia dell’utente finale. I mesi vissuti in emergenza sanitaria COVID-19, che stiamo tuttora affrontando, hanno avuto e continueranno ad avere un notevole impatto sulla dinamica dei consumi di prodotti cosmetici: non solo sono cambiati routine e stile di vita, ma anche l’approccio all’acquisto (fonte Mintel). Dopo ogni crisi, sia essa economica, sanitaria o sociale, il comportamento e le abitudini vengono profondamente modificate: se prima il consumatore voleva conoscere principalmente il tipo di ingrediente utilizzato (ad esempio se sintetico o naturale), oggi vuole saperne di più. Il concetto di trasparenza deve essere esteso a tutto ciò che si implementa per ottenere il risultato finale, ossia il prodotto: dall’origine e le caratteristiche degli ingredienti scelti, fino ai processi produttivi e ai controlli sul prodotto prima dell’immissione sul mercato.
Il concetto di clean beauty non è più limitato solamente all’utilizzo di ingredienti naturali, ma anche alla trasparenza di comunicazione in merito a controlli, prove di stabilità, sicurezza ed efficacia eseguite dal produttore cosmetico. La clean beauty risponde, quindi, a un’esigenza sempre più diffusa di conoscenza, informazione e consapevolezza di ogni singolo aspetto e procedimento che portano il prodotto dalla formulazione alla produzione, al supporto probatorio, al packaging.

Per una formulazione sostenibile
Una delle azioni da intraprendere è quella di creare una formulazione il più sostenibile possibile. Frasi come “solo ingredienti naturali”, “ingredienti vegetali o di origine vegetale”, “senza profumazioni aggiunte” sono claim strategici, facilmente riconoscibili e comprensibili per il consumatore finale. Consideriamo, infatti, che è possibile mettere in campo diverse strategie per migliorare la formulazione del prodotto, e la scelta di ingredienti a connotazione green è (solo) una tra queste.
Partendo dalla ricerca delle materie prime, fondamentale è la scelta degli ingredienti che una formulazione deve contenere per rientrare nella “filosofia green”.
• Back to basics: sostituire i prodotti sintetici/artificiali con ingredienti naturali o di origine naturale.
• Elemento di scelta: i consumatori esperti scelgono prodotti naturali e prestano attenzione alle informazioni presenti in etichetta e agli ingredienti contenuti.
• I cosmetici contenenti ingredienti naturali non sono un nuovo concept: ad esempio, i prodotti per l’igiene personale basati sull’ayurveda indiano o sulla medicina tradizionale cinese sono disponibili sul mercato da molto tempo (Kline).
• Utilizzo di ingredienti biologici, i quali richiedono molte risorse ed energie, dalla coltivazione all’estrazione, ma sono rinnovabili.
• Un’altra soluzione potrebbe essere quella di riciclare i sottoprodotti naturali dell’alimentazione e dell’agricoltura (4).

La produzione di ingredienti cosmetici è un altro aspetto importante, in quanto è sempre più focalizzata su tecnologie efficienti e innovative in grado di supportare la riduzione del consumo di energia, acqua, emissioni, rifiuti e sfruttamento del suolo attraverso l’utilizzo di tecnologie come le colture cellulari vegetali e processi di estrazione di CO2 supercritica per ottenere attivi cosmetici oppure utilizzando energia solare o eolica, raccolta di acqua piovana, per fare solo alcuni esempi.
I prodotti cosmetici e le materie prime devono essere conformi a requisiti legislativi atti a garantire sia la sicurezza del consumatore sia quella ambientale, come ad esempio il Regolamento CITES (CE) n.338/97 per le materie prime e il Regolamento REACH per quanto riguarda lo studio e la valutazione delle sostanze inerenti agli effetti sulla salute umana e ambientale; a queste si affianca naturalmente la normativa di prodotto, ovvero il Regolamento sui prodotti cosmetici per quanto riguarda gli effetti sulla salute del consumatore.
Oltre alla normativa dedicata, le aziende possono decidere di implementare delle azioni volontarie per intraprendere un percorso di sostenibilità o progredire ulteriormente, ad esempio attraverso studi della biodegradabilità di prodotto, un approfondimento del potenziale di bio-accumulo e la tossicità acquatica delle materie prime utilizzate, ecc.
Implementare questo tipo di analisi a livello di formula consente di ottimizzare ogni prodotto per ridurne l’impatto ambientale.
Alcuni test fondamentali per valutare la formulazione:
• Uno screening chimico può essere utilizzato per determinare la presenza di sostanze vietate e soggette a restrizioni, ai sensi del Regolamento di cui all’Allegato III (metalli ad esempio: Ni, Cr, Cd, Hg, Pb, As, Sb e altri, formaldeide, NDELA, diossano, PAH, ftalati, allergeni, ecc.), coloranti, conservanti come parabeni e filtri UV come benzofene-3 od octyl metossicinnatina per prodotti sun care. Si tratta di uno screening iniziale per una valutazione del prodotto condotta in via preliminare, a cui attualmente si fa ricorso in particolare per i solari.
• La biodegradabilità è la capacità delle sostanze organiche di decomporsi facilmente mediante processi biologici. In termini di biodegradabilità ambientale si può misurare l’utilizzo microbico dei substrati (di carbonio) nell’ambiente prescelto. La biodegradazione è il processo irreversibile durante il quale le sostanze organiche vengono decomposte dai microrganismi. La biodegradazione ambientale è il meccanismo chiave per ottenere la decontaminazione e la detossificazione delle sostanze chimiche organiche. Il processo di biodegradazione in un ambiente specifico (acqua dolce o acqua di mare) può essere studiato in diversi standard e sostanze organiche per determinare:
– la biodegradabilità della formulazione, ossia il rapporto tra peso degli ingredienti organici della formulazione (facilmente biodegradabile) e peso totale degli ingredienti organici;
– la biodegradabilità del prodotto, ossia la biodegradabilità della parte organica totale.

È pertanto essenziale evitare le emissioni di sostanze persistenti che presentano un’elevata ecotossicità e/o bioaccumulo in ambiente. La biodegradabilità non garantisce una bassa tossicità, mentre l’ecotossicità sì! La valutazione dell’ecotossicità mira a prevedere gli effetti dell’inquinamento su alghe marine e piante acquatiche, oltre che a prevenire o porre rimedio agli effetti nocivi nel modo più efficiente ed efficace possibile.
È possibile valutare i rischi potenziali di inquinanti, rifiuti, prodotti e sostanze negli ecosistemi.
Conformemente alle attuali Linee Guida ISO e OCSE, sono utilizzati diversi metodi per effettuare studi di inibizione sulla crescita delle alghe. Ove possibile, gli studi ecotossicologici sono accompagnati da prove per verificare la concentrazione e la stabilità della sostanza nel dispositivo di campionamento.
Le microplastiche sono uno dei temi più discussi e attuali degli ultimi anni e, a causa dell’incertezza su possibili rischi per la salute dei consumatori, sono oggetto di molti dibattiti da parte delle autorità. In linea con le procedure REACH per la restrizione delle sostanze che rappresentano un rischio per l’ambiente o la salute umana, il 20 marzo 2019 la Commissione ha chiesto all’ECHA di valutare le prove scientifiche per l’adozione di un’azione normativa a livello UE su microplastiche intenzionalmente aggiunte a prodotti di qualsiasi tipo. Se adottata, questa restrizione potrebbe ridurre la quantità di microplastiche rilasciate nell’ambiente di circa 400.000 tonnellate in 20 anni.
L’industria cosmetica può essere una fonte di inquinamento marino causato dalle microbeads che vengono intenzionalmente aggiunte in prodotti come scrub, saponi, lozioni e dentifrici, anche se a minor impatto rispetto ad altri settori produttivi. L’industria cosmetica europea ha intrapreso un’azione positiva verso la completa eliminazione delle microsfere di origine plastica entro il 2020, registrando una riduzione del 97,6% tra il 2012 e il 2017. Nei prodotti di consumo, le particelle di microplastica sono note soprattutto per essere abrasive (ad esempio come agenti esfolianti e lucidanti), ma possono anche avere altre funzioni come il controllo dello spessore, dell’aspetto e della stabilità di un prodotto. Sono anche utilizzate come glitter o nel makeup.

Per un packaging sostenibile
Nel corso degli ultimi anni non è stata registrata solamente la volontà di crescita nella ricerca di prodotti sostenibili, ma la stessa volontà si è particolarmente sentita anche per quanto riguarda il settore packaging. L’imballaggio di un prodotto cosmetico è uno strumento di comunicazione fondamentale per guidare gli acquisti dei consumatori e fornire l’identità del marchio, ma potrebbe essere percepito come una fonte di produzione di rifiuti, non sempre giustificata. Limitare gli sprechi in quest’ambito è molto importante, soprattutto vista l’attenzione rivolta ai materiali, sia in generale sia nello specifico per i materiali in plastica, anche considerando la grande attenzione che i media rivolgono proprio a questo materiale.
Alcuni dei grandi brand hanno iniziato a esplorare questo campo e stanno considerando di cambiare i materiali che utilizzano per gli imballaggi. Secondo l’Ellen MacArthur Foundation, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci nell’oceano. Tutti i rifiuti di plastica finiscono nell’oceano: tale consapevolezza ha portato a una recente campagna di sensibilizzazione che ha incontrato il favore di molti consumatori. La spinta verso una società senza l’utilizzo di plastica ha guadagnato terreno nel corso del 2018 e il movimento “Voglio un mondo senza plastica” è cresciuto in maniera esponenziale nel corso del 2019 (Euromonitor dati). Tuttavia, con la crisi sanitaria COVID-19 tale movimento ha subito una lieve decelerazione, dal momento che imballaggi di plastica garantiscono sicurezza e performance più elevate rispetto ad altri materiali.
Ad ogni modo, i consumatori si aspettano che i brand si assumano la responsabilità dei propri rifiuti, e allo stesso tempo sono attratti da produttori, aziende e marchi che siano anche in grado di agevolare i processi di riduzione dei rifiuti per i consumatori. Questo non è solo un trend passeggero, è un movimento. Unilever e L’Oréal si sono entrambi impegnati a utilizzare il 100% di plastica riciclabile, riutilizzabile e compostabile entro il 2025. La Procter & Gamble si è impegnata a introdurre il 25% di plastica riciclata per 500 milioni di flaconi nel settore hair care nel 2018 (dati Mintel).
Per ridurre i rifiuti di packaging, i produttori e i designer stanno moltiplicando i loro sforzi per alleggerire gli imballaggi e renderli più sostenibili. Una parte fondamentale di questo lavoro consiste nella selezione di materiali rinnovabili, riciclabili e compostabili.
Nell’Unione europea, il packaging è regolamentato principalmente dalla Direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (UE) n.2018/852 che ne stabilisce le norme comuni. Questa direttiva contiene i principi guida che dovrebbero essere stati recepiti da tutti gli Stati membri entro il luglio 2020. Tratta, inoltre, il tema della riduzione dei rifiuti e dell’economia circolare, offrendo obiettivi di riciclaggio ambiziosi.
Biodegradabilità e compostabilità non sono solo caratteristiche peculiari degli imballaggi alimentari: i consumatori focalizzano la loro attenzione su brand cosmetici in grado di utilizzare packaging minimal e ridurre i rifiuti creando nuovi imballaggi finali, prodotti ausiliari per lo stoccaggio e il trasporto di prodotti non confezionati, nonché per l’aggiunta di trattamenti estetici senza sprechi. Alcuni noti brand cosmetici offrono assistenza post-acquisto informando i consumatori su sistemi di smaltimento e riciclaggio degli imballaggi.
I produttori utilizzano diversi approcci per quanto riguarda “l’eco-imballaggio” per affrontare i comportamenti ambientali dei consumatori quali:
• imballaggio bio-based realizzato con risorse naturali rinnovabili. Il contenuto di materie prime rinnovabili può essere testato secondo la norma UNI CEN/TS 16640;
• imballaggio biodegradabile e compostabile che può essere certificato secondo la norma UNI EN 13432;
• imballaggio riutilizzabile che può essere riutilizzato diverse volte prima di diventare spreco;
• imballaggio riciclabile per chiudere il ciclo dopo una corretta raccolta dei rifiuti.

Quando l’imballaggio risponde ad alcune di queste caratteristiche di sostenibilità non è raro che sia pubblicizzato usando dei green claim, ovvero asserzioni ambientali autodichiarate. Questi claim, del tipo “riciclabile”, “riciclato”, “biodegradabile”, ecc., devono essere accurati, comprovati, pertinenti e basati su una valutazione scientifica che all’occorrenza deve essere verificabile. I requisiti delle asserzioni ambientali sono descritti nella UNI EN ISO 14021. Ogni specifico claim è poi collegato a una diversa norma che lo supporta.
In un’ottica di “trasparenza”, quindi, i green claim devono essere oggettivi e specifici, non citare la “sostenibilità” in maniera generica: l’applicazione della norma tecnica è un atto di rispetto verso i consumatori ed è anche il riferimento su cui si basano organi di controllo come l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato.

Sostenibile in modo sicuro
La sicurezza dei consumatori è di massima importanza per tutta la filiera cosmetica. Negli ultimi anni, i prodotti che sostengono di essere naturali o bio sono aumentati, ma non è sempre facile riconoscere quale marca, prodotto o ingrediente sia effettivamente sicuro e innocuo sulla cute. È importante garantire la sicurezza del prodotto per gli utilizzatori finali attraverso test e analisi in grado di valutare la compatibilità cutanea sotto rigoroso controllo dermatologico, conformemente alle linee guida dei regolamenti internazionali e nel pieno rispetto dei principi etici stabiliti nella Dichiarazione di Helsinki.
L’imballaggio sostenibile è pertanto sempre più richiesto e la sua sicurezza viene data per scontata dai consumatori. In realtà, la sicurezza dell’eco-packaging è qualcosa che deve essere fortemente presa in considerazione dall’industria dell’imballaggio e dei cosmetici, a partire dalla progettazione del prodotto e terminando con i test di sicurezza. L’imballaggio riciclato, ad esempio, subisce un trattamento che espone il prodotto a fonti di contaminazione diverse, anche imprevedibili e sconosciute, per le quali è necessaria un’indagine approfondita prima di immetterlo sul mercato.

Conclusioni
La sostenibilità abbraccia l’intero ciclo di vita dei cosmetici, dalla progettazione allo smaltimento, e ogni passo può essere migliorato e reso più green. Tutti possono partecipare e sono chiamati a farlo per migliorarlo.

Bibliografia
1. Hart SL (1997) Beyond Greening: Strategies for a Sustainable World. Harvard Business Review.
2. Brian R, Keeble BSc MBBS MRCGP (1987) The brundtland report:”Our common future”. Medicine and War 4(1):17-25
3. www.cosmeticseurope.eu
4. Dell’Acqua G (2018) Recycling natural by-products from food and agriculture waste into powerful active ingredients for cosmetic applications. H&PC Today 13(3)

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 5, 2020