Sicurezza microbiologica nei cosmetici

Sicurezza microbiologica
nei cosmetici

Quali sono i test più efficaci per garantirla?

 

Il rispetto dei parametri di qualità e sicurezza sono elementi essenziali per garantire ai consumatori l’utilizzo dei prodotti cosmetici senza alcun rischio.
Con l’entrata in vigore del Regolamento (CE) n.1223/2009, tutti i prodotti cosmetici immessi sul mercato devono essere sicuri: “È essenziale che i prodotti cosmetici messi a disposizione sul mercato dell’Unione europea siano sicuri per la salute umana se utilizzati in condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili. A tale scopo, il Regolamento prescrive che, per stabilire che un prodotto cosmetico sia sicuro in tali condizioni, i prodotti cosmetici debbano essere sottoposti a una valutazione della sicurezza”. Uno dei principali requisiti per garantire la sicurezza dei cosmetici è la valutazione delle caratteristiche microbiologiche per determinare le specifiche accettabili di ingredienti e prodotti finiti. Queste analisi permettono di assicurare il controllo microbiologico, mantenere la qualità e le specifiche previste, e quindi preservare l’immagine e la reputazione delle aziende.

Microbiological safety in cosmetic products
What are the most valid tests  to guarantee it?

The compliance with quality and safety standards is essential to ensure that consumers can use cosmetic products without any risk.
With the implementation of the Regulation (EC) No. 1223/2009, all cosmetic products placed on the market must be safe: “It is essential that cosmetic products made available on the Union market be safe for human health when used under normal and reasonably foreseeable conditions of use. To that end, the Regulation requires that, in order to establish that a cosmetic product is safe under those conditions, cosmetic products undergo a safety assessment”. One of the main requirements to ensure the safety of cosmetics is the evaluation of microbiological characteristics to determine the acceptable specifications of ingredients and finished products. The analyses allow to guarantee microbiological control, maintain quality and specifications and, therefore, preserve the brand reputation of the companies
.

Milioni di persone in tutto il mondo utilizzano ogni giorno prodotti per l’igiene personale. I rituali di cura e bellezza includono l’applicazione di diversi prodotti quali shampoo, balsamo per capelli, sapone, dentifricio, deodorante, balsamo per le labbra, crema solare, lozioni per viso e corpo, prodotti per la rasatura e makeup. Anche se non sterili, questi prodotti sono accuratamente progettati e fabbricati per garantire la sicurezza microbiologica e la stabilità durante l’uso normale e ragionevolmente prevedibile del prodotto (1,2).
La valutazione della sicurezza microbiologica di tutti i prodotti cosmetici viene normata nelle linee guida cosmetiche degli standard internazionali come l’ISO (2).
Il rispetto dei parametri di qualità e sicurezza sono elementi essenziali per garantire ai consumatori l’utilizzo dei prodotti cosmetici senza alcun rischio. Le norme e i principi applicati ai cosmetici, compresa la considerazione di microrganismi patogeni o indesiderabili, si basano su quelli utilizzati nell’industria farmaceutica per i prodotti farmaceutici non sterili (3). Questi sono stati stabiliti dalla United States Pharmacopeia (USP) e sono applicabili negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration (FDA) e in Europa con l’entrata in vigore del Regolamento (CE) n.1223/2009.
Negli ultimi anni il livello di sicurezza dei prodotti per l’igiene personale è stato eccellente e le infezioni derivanti da prodotti contaminati sono state rare, con molti dei casi segnalati verificatisi in individui ospedalizzati (3). Tuttavia, in Europa si sono comunque registrati più di 100 recall di cosmetici, a causa di contaminazioni di origine microbiologica (estrazione dati Rapex – 2010-2020) che hanno visto il coinvolgimento di numerosi Paesi della Comunità oppure di provenienza extra-europea e di cui è possibile apprenderne i dettagli (4).
In linee generali, la contaminazione dei cosmetici originata da funghi o batteri può avvenire tramite:
• materie prime, acqua o altri ingredienti contaminati;
• cattive condizioni di produzione;
• ingredienti che favoriscono la crescita dei microrganismi, senza l’impiego di un efficace sistema conservante;
• packaging non in grado di proteggere adeguatamente il prodotto;
• cattive condizioni di spedizione o di stoccaggio;
• l’utilizzo diretto da parte dei consumatori, come ad esempio la necessità di immergere le dita nel prodotto per applicarlo.

COSMETIC TECHNOLOGY

Chiara Chiaratti, Monica Mapelli,
Nicola Lorenzetto*

Mérieux NutriSciences – Pharma, Healthcare & Cosmetics, Resana (TV)
*Cosmetic scientific and technical expert

nicola.lorenzetto@mxns.com

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unired - università di padova, dipartimento del farmaco

Vasetti flaconi e contenitori ci sommergeranno?

Notte dei ricercatori

Dai vasetti ai sacchetti

Un nuovo modo di concepire il packaging cosmetico

Università: mai stata così vicina

In quest’anno profondamente segnato dalla pandemia è emersa ancora di più la necessità di instaurare un dialogo costruttivo tra scienza e popolazione. La scienza, infatti, si interroga da decenni su come coinvolgere e interessare i cittadini alle sue scoperte. A tal fine, ogni anno dal 2005 viene organizzata in diverse città europee la notte delle ricercatrici e dei ricercatori, che nel caso degli atenei di Padova, Venezia e Verona prende il nome di Venetonight. A causa della pandemia, quest’anno è stata organizzata un’edizione interamente online che ha visto la realizzazione di webinar, esperimenti di laboratorio online e video informativi su domande che posso sorgere spontanee a chiunque, ad esempio come nasce un vaccino, come avviene l’effetto serra o che cosa sono e a che cosa servono le emozioni.
Scopo dell’iniziativa è quello di portare fuori dai laboratori la ricerca accademica, mostrando alla popolazione quanto la ricerca affronti ogni giorno problemi che interessano tutti noi, ma soprattutto quanto questa possa offrire soluzioni che hanno una ricaduta pratica nella società. Quest’ultimo aspetto in particolare è parte della mission degli spin-off universitari che si pongono come veri e propri luoghi di incontro tra accademia e impresa, al fine di favorire il trasferimento tecnologico della ricerca.
Ne è un esempio il video realizzato da Unired, spin-off dell’Università degli Studi di Padova, che da più di otto anni collabora con aziende del settore cosmetico e nutraceutico con lo scopo di favorire l’innovazione di prodotto e la crescita del know-how. Il video in questione  riguarda il frutto dell’ultimo anno di ricerca di Unired sulla sostenibilità dei packaging cosmetici. Tale ricerca ha portato recentemente allo sviluppo di ECO PIPING BAGS, un packaging cosmetico dal design innovativo e in materiale completamente biodegradabile e compostabile.

Quanti contenitori di plastica abbiamo in casa? L’industria cosmetica da anni predilige questo tipo di vasetti e flaconi che rendono facile l’utilizzo del prodotto e la conservazione. Ma un’ottima alternativa che guarda al nostro pianeta in un’ottica ecologica e sostenibile c’è!

La rivoluzione del packaging in un sacchetto

La maggior parte dei prodotti cosmetici è contenuta in vasetti, flaconi o tubetti di plastica, i quali hanno un ruolo fondamentale nel garantire la corretta conservazione del prodotto, proteggendolo efficacemente dagli agenti esterni, oltre che a permettere il giusto dosaggio e una consona applicazione. I classici contenitori cosmetici sono però voluminosi, aumentano notevolmente la produzione di rifiuti e spesso non possono essere inclusi nella filiera del riciclaggio.
In un mondo in cui l’attenzione all’ambiente è sempre più impellente e una delle tematiche più dibattute è come ridurre i rifiuti, è necessario cercare soluzioni sostenibili. Proprio in quest’ottica è nato il progetto ECO PIPING BAGS.
Esso sostituisce il classico flacone o vasetto di plastica con un sacchetto sottile, leggero e dal design unico, realizzato in materiale completamente biodegradabile e compostabile. Il nuovo contenitore per prodotti per la pelle, innovativo e sostenibile, mira a cambiare l’idea del cosmetico e il suo impiego, richiamando il mondo della pasticceria. L’innovazione di questo imballaggio consiste, infatti, nel trasferire e adattare al mondo cosmetico un contenitore come la sac à poche, che è proprio di una realtà, la pasticceria, altrettanto costellata di creme.

Come si presenta il sacchetto e da cosa è composto

Il contenitore a sacchetto (Fig.1A) è realizzato con polimeri biobased, biodegradabili e compostabili provenienti dal mondo dell’agricoltura, ed è avvolto da carta biodegradabile che ne favorisce la presa e garantisce una sensazione tattile piacevole, aspetto fondamentale della gestualità cosmetica (Fig.1B). Il corretto svuotamento della confezione viene favorito dall’impugnatura “da pasticceria”, evitando così il contatto diretto del dito con il prodotto, come avviene ad esempio con i vasetti, e riducendo quindi la possibile contaminazione.
L’erogazione del prodotto dal “contenitore a sacchetto” avviene grazie a un dispositivo di erogazione anch’esso biodegradabile e compostabile, dal design ideato su misura e dotato di tappo richiudibile. Questo sistema “apri e chiudi” permette di dosare facilmente il prodotto. Infine il sacchetto viene riposto in un contenitore di carta rettangolare che permette di metterlo a scaffale. Anche tale contenitore è stato realizzato ad hoc per assicurare la funzionalità, riducendo al minimo il materiale che lo compone.
La realizzazione di un sacchetto rispetto a un flacone si traduce in una riduzione di oltre il 90% della quantità di plastica utilizzata per produrlo, abbattendo drasticamente gli spazi necessari per stoccare i pezzi nei magazzini e l’inquinamento derivante dal loro trasporto.
Il progetto ha partecipato al Best Packaging 2020, contest promosso dall’Istituto Italiano di Imballaggio volto a premiare i migliori packaging in relazione a innovazione e sostenibilità, aggiudicandosi il premio Quality Design con la seguente motivazione: “Il prototipo introduce una nuova visione e una nuova concezione del flacone per skin care. Il trasferimento tecnologico della forma, che ricorda una sac à poche da pasticceria, afferma nuove coordinate espressive e propone al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo”.
Come sottolinea anche la motivazione, oltre a essere sostenibile introduce una nuova gestualità e fa da apripista a nuovi modi di concepire il packaging cosmetico e non solo.
L’esperienza data dalla realizzazione di questo progetto mostra, ancora una volta, come la sinergia tra ricerca accademica e impresa porti allo sviluppo di modelli virtuosi che possono essere adottati anche da altre industrie, non solo cosmetiche.

COSMETIC TECHNOLOGY

Vasetti flaconi e contenitori
ci sommergeranno?
speciale video

Alessandra Semenzato
Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova

Alessia Costantini,
Marco Scatto, Gianni Baratto

Unired, Spin-off Università di Padova, Padova

alessandra.semenzato@unipd.it

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unired - università di padova, dipartimento del farmaco

Vasetti flaconi e contenitori ci sommergeranno?

Bag on Valve

BAG ON VALVE

Tecnologia per la produzione di farmaci, dispositivi medici e cosmetici,
sia in forma di creme e gel sia in forma liquida

AlessandroDiMartino_IBSA

La scelta di tecnologie avanzate e innovative, lo sviluppo di un solido know-how tecnico dei collaboratori e l’effettuazione di investimenti nell’ottica di immettere sul mercato prodotti farmaceutici, sicuri, pratici ed efficaci a garanzia dell’utilizzatore finale rappresentano i criteri con cui IBSA Farmaceutici persegue costantemente il miglioramento della qualità e dell’affidabilità dei suoi prodotti. Il motto “Farmaci nella forma migliore” è diventato il cardine della filosofia aziendale di IBSA.
Abbiamo incontrato il Dott. Alessandro Di Martino, Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici, al quale abbiamo posto una serie di domande per approfondire insieme quali sono state le motivazioni che hanno spinto IBSA Farmaceutici a introdurre nei propri stabilimenti la tecnologia di confezionamento Bag on Valve (BoV).

Alessandro di Martino
Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici

D. Come si è sviluppato il progetto?

R. Già nella prima metà degli anni 2000 la società iniziò a produrre per una consociata francese un antinfiammatorio a uso topico sotto forma di gel, commercializzato nel classico tubetto di alluminio da 100 g, la cui produzione ammontava ad alcune centinaia di migliaia di pezzi/anno.
La linea di confezionamento era costituita da una riempitrice di tubi di alluminio con una capacità produttiva di circa 3000 pz/ora e di una linea di confezionamento secondaria.
Tuttavia, l’evidenza di alcuni aspetti ritenuti poco “farmaceutici” e legati esclusivamente al tipo di confezionamento primario, e cioè la difficoltà di recuperare il totale del contenuto dichiarato sulla confezione (causa le pieghe del tubo di alluminio una volta spremuto) e in secondo luogo il fatto che dopo l’utilizzo sul bocchello del tubetto in alluminio rimane sempre un residuo di crema che si ossida, indurisce e cambia colore), fummo spinti a ricercare un confezionamento che risultasse più idoneo, che mitigasse questi difetti e contemporaneamente fosse, se non del tutto inedito, almeno poco diffuso nell’industria farmaceutica per poterci così distinguere dalla concorrenza.
Una ricerca di mercato consentì di identificare due aziende, una svizzera e una italiana, che allora utilizzavano per il mercato della grande distribuzione (schiume per l’igiene personale, food, ecc.) una particolare tecnologia in grado di minimizzare i suddetti difetti.

D. Quali sono i principi cardine della tecnologia?

R. Il principio di tale tecnologia consiste sostanzialmente nel dosare il prodotto da erogare in un sacchetto multistrato saldato su valvola per aerosol, il tutto contenuto in una bomboletta di alluminio in cui lo spazio tra sacchetto e bomboletta viene pressurizzato con aria oppure azoto. Risulta quindi del tutto eliminato qualsiasi contatto tra prodotto e propellente.  Nel momento in cui l’utilizzatore aziona la valvola premendo su un apposito tasto erogatore, la pressione gravante sul sacchetto permette la fuoriuscita del prodotto attraverso lo stelo valvola ottenendone l’erogazione.
In buona sostanza, la pressione che preme sul sacchetto svolge la stessa funzione della mano dell’utilizzatore che schiaccia il tubetto di alluminio.
In verità già da tempo esistevano anche in ambito farmaceutico (ed esistono ancora oggi) tecnologie similari utilizzate per la preparazione di schiume, salvo il fatto che l’azione propellente in questo caso è svolta da un gas sotto pressione (in genere protossido di azoto) direttamente mescolato al prodotto stesso. Tuttavia, ricorrere a questa tecnologia a posteriori comporta la messa a punto di una nuova formulazione che va registrata e l’esecuzione di prove di stabilità a lungo termine; un iter che appare sicuramente lungo e complesso.
Al contrario, ciò che si rende necessario realizzare se si decide di cambiare imballaggio è solo la valutazione dell’interazione del prodotto a contatto con materiali “inerti” sia del sacchetto (polietilene) sia della valvola.

IBSA FARMACEUTICI ITALIA

NanoCosPha

La nanotecnologia è la scienza che si occupa della manipolazione di atomi e molecole su scala nanometrica, ossia nel range compreso tra 1 e 100 nm. Negli ultimi anni si è osservata una continua crescita di importanza dei processi e dei sistemi dimensionati sulla scala nanometrica, tanto che le nanotecnologie sembrerebbero essere alla base della prossima rivoluzione industriale.
Ad oggi, questa scienza interessa diversi comparti industriali e settori di ricerca che spaziano dalle nuove fonti di energia alla medicina, senza naturalmente trascurare la cosmetica. Il ricorso alla nanotecnologia è indubbiamente legato alle migliorate proprietà delle nanoparticelle, ad esempio in termini di colore, trasparenza, solubilità e permeabilità1.
Abbiamo incontrato il Prof. Massimo Labra, docente di Botanica generale, e la Prof.ssa Miriam Colombo, docente di Biochimica clinica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che ci hanno illustrato un interessante progetto nell’ambito delle nanobiotecnologie applicate ai prodotti cosmetici, insieme agli obiettivi di quello che potremmo definire come il punto d’incontro, di innovazione e collaborazione tra ricerca universitaria e industria per produrre valore per la società.


D. Volendo illustrare NanoCosPha in sintesi, cosa potremmo dire?
R. Difficile farlo in poche parole, ma ci proviamo! Si tratta di un’iniziativa coordinata dal prorettore alla ricerca dell’Università Milano-Bicocca, il Professor Guido Cavaletti, per la realizzazione di un’infrastruttura cofinanziata dalla Regione Lombardia. NanoCosPha è costituita da sei laboratori tecnologici integrati in una logica verticale. Di questi, due sono pre-esistenti al progetto specifico e sono la piattaforma di nanobiotecnologie per lo sviluppo di nanoparticelle ad attività biomedica (PNBT) e il laboratorio di imaging e diagnostica avanzata; gli altri quattro, invece, saranno sviluppati nell’ambito di NanoCosPha e nello specifico saranno dedicati al bioprospecting (ricerca di nuove molecole attive), alla formulazione e nanoformulazione, alla bioinformatica e modellista molecolare, e allo sviluppo precompetitivo. L’infrastruttura, lavorando strettamente con la PNBT, promuoverà lo sviluppo di sistemi innovativi nanostrutturati rivolti al comparto cosmetico e a quello della farmaceutica. L’integrazione della piattaforma all’interno di una più estesa e comprensiva infrastruttura permetterà di realizzare un Hub di innovazione ad alto contenuto tecnologico e culturale, in grado di far incontrare il mondo della ricerca con l’industria, al fine di soddisfarne i bisogni. È importante sottolineare che NanoCosPha nasce per rispondere a una concreta domanda del territorio e del cittadino, che sempre più pone il concetto di benessere, prevenzione e sicurezza al centro degli interessi personali.
NanoCosPha rappresenta quindi la prima infrastruttura a livello nazionale che si pone come sistema di raccordo tra l’istituzione accademica, l’ente pubblico autorevole (Regione Lombardia, ministero) e la fiorente rete di aziende del settore operanti sul territorio.
La missione è affrontare in modo olistico il tema del benessere promuovendo l’innovazione e il trasferimento tecnologico, ma anche la ricerca di base e l’alta formazione di giovani (dottorati, stage, ecc.) attraverso scambi bilaterali tra l’università e l’azienda.

D. Come nasce il progetto?
R. Il progetto nasce con l’obiettivo di colmare il gap tra la ricerca universitaria e le richieste dell’industria, e per rispondere alle esigenze attuali della società moderna in termini di benessere e prevenzione. L’università è abituata a focalizzare le proprie attività di ricerca su tematiche emergenti e a divulgare le scoperte realizzate con le proprie ricerche a mezzo di pubblicazioni; dall’altro lato, l’industria ha bisogno di trasformare queste conoscenze in innovazione e applicazione. Il progetto nasce, pertanto, con l’intento di realizzare insieme questo processo raccogliendo le esigenze delle aziende e costruendo percorsi applicati per realizzare prototipi da testare in ambiente operativo. Questo è fondamentale in quanto creare un nuovo prodotto, formulazione o anche solo proporre una nuova molecola bioattiva per migliorare gli inestetismi, ridurre i fenomeni di invecchiamento o curare patologie rappresenta uno sforzo scientifico ed economico rilevante. Poter eseguire indagini in ambiente di laboratorio e precompetitivo permetterebbe alle aziende di valutare in modo critico la progettualità sia in termini strettamente tecnici (scalabilità, efficacia) sia economici e di marketing (costi, tempi, valore), disponendo di laboratori attrezzati in grado di lavorare in Good Laboratory Practice (GLP) e di strumentazioni di ultima generazione pronte per produrre su scala pilota ciò che è stato messo a punto dalla ricerca in risposta alle esigenze del mercato.
I laboratori coinvolti saranno modernamente equipaggiati per svolgere funzioni complementari volte a coprire i vari stadi di sviluppo dei nano-bioformulati, prodotti cosmetici di nuova generazione e dei nanofarmaci.

D. Quali sono gli obiettivi del medio e lungo termine?
R. Per rispondere a questa domanda è necessario entrare un pochino più nel merito della struttura di NanoCosPha. Come dicevamo poc’anzi, si tratta di un’infrastruttura di ricerca e innovazione a carattere regionale che funge da punto di convergenza tra università, centri di ricerca, IRCCS e aziende ospedaliere; PMI operanti nel comparto dell’industria cosmetica e farmaceutica, Big Pharma e istituzioni pubbliche quali Regione Lombardia, ministero e infrastrutture della Comunità europea.
L’idea di fondo è che i prodotti e i processi originatisi dalle attività svolte all’interno dell’infrastruttura in collaborazione tra università e aziende saranno validati e successivamente sviluppati dall’industria, per essere finalmente immessi nel mercato e produrre valore per la società.
In questa cornice che delinea le condizioni al contorno è noto il punto di arrivo. Abbiamo previsto che dopo una prima fase di messa a punto della piattaforma, che si presume di concludere entro i primi mesi del prossimo anno, passeremo al reclutamento del personale dedicato per poi spostarci verso la terza fase, ovvero il joint lab; quella che amiamo definire come la fase delle vere e proprie sfide su cui si lavora con le aziende per focalizzarsi su che cos’è d’interesse per loro.
Su questo c’è da dire che alcuni lavori sono già in essere. L’università ha già una serie di startup operative e ad oggi in grado di tradurre, o forse sarebbe meglio dire “far incontrare”, le richieste avanzate da alcune aziende con i risultati maturati da parte dell’università.
A questo proposito sono state personalizzate alcune tecnologie: ad esempio abbiamo realizzato la customizzazione di una stampante 3D, e in questo siamo stati, a nostro avviso, gli assoluti pionieri del settore, per la produzione di nanoprodotti ad hoc.
Ci teniamo inoltre a sottolineare che non proponiamo solo tecnologia, ma cultura del benessere attraverso percorsi di alta formazione e progetti di dottorato industriale, in cui anche manager di azienda potranno acquisire competenze innovative volte a rafforzare il valore dell’azienda italiana e dei suoi prodotti nel mercato globale.

D. Chi troviamo coinvolto in prima linea?
R. Tra i principali stakeholder si individuano le aziende, le associazioni di categoria e le società di collaborazione tra le aziende farmaceutiche e cosmetiche lombarde, oltre che gli enti e i soggetti operanti in ambito regolatorio. Infine, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca opera ormai da diversi anni con strategie di pianificazione Responsible Research and Innovation (RRI), ovvero analizziamo, discutiamo e condividiamo le strategie di ricerca in ogni sua fase con gli stakeholder, in modo tale che ciascuna fase del progetto sia ottimizzata e orientata alla società. Questo rappresenta un’importante garanzia di trasparenza e partecipazione, oltre che di elevata trasferibilità alla comunità. La finalità di tutto questo lavoro è produrre valore per il territorio e quindi benessere per i cittadini.

D. Focalizziamoci sulla scelta del comparto: “Come mai proprio quello cosmetico?”
R. Sul territorio italiano in generale ma lombardo in particolare è un comparto fortemente rappresentato e la Regione Lombardia è stata in grado di cogliere questo potenziale; inoltre è caratterizzato da un’elevata dinamicità, domanda d’innovazione e non teme grandi sfide come quella del Green Deal che cambierà drasticamente tutti i processi produttivi e non solo. Il focus specifico del progetto sarà rivolto a skin care, trattamenti anti-age, antiossidanti e antinfiammatori, ma siamo aperti anche ad altre sfide.

D. Come mai si è scelto di scendere fino alle dimensioni nano?
R. Sfruttando le nanoparticelle come vettori è possibile trasportare molecole insolubili o che non hanno una buona bio-distribuzione a un sito specifico; le nanoparticelle vengono stabilizzate e ne viene favorito l’assorbimento proprio là dove è richiesto. Se pensiamo ad esempio al comparto farmaceutico, il nano può essere utilizzato per realizzare una co-somministrazione, ovvero la somministrazione di più prodotti simultaneamente, necessaria nel caso di alcune patologie.
Consideriamo che il mondo nano è molto ampio: nel nostro corpo sono presenti particelle biomimetiche come le proteine ricombinanti che svolgono il ruolo di carrier e che quindi possono veicolare farmaci senza la comparsa di effetti avversi.
Altro vantaggio non trascurabile è che diminuendo le dimensioni si possono ridurre le quantità di principi attivi somministrati senza ridurne l’efficacia. Inoltre, le molecole d’interesse possono essere veicolate in modo più preciso e veloce senza riscontrare perdite in termini di attività.
A livello topico, tipica esposizione dell’uomo ai cosmetici, si potrà osservare l’effetto locale atteso senza avere effetti sistemici. Pensando ai farmaci, a seguito della somministrazione orale si assisterà a una minore degradazione a livello dello stomaco favorendone l’assorbimento.

D. Avete mai riscontrato una certa diffidenza del mercato nei confronti delle molecole nano?
R. Come per tutti i prodotti d’innovazione c’è bisogno di tempo, anche se non dobbiamo perdere la sfida globale. Come ricercatori ci sentiamo confidenti che i tempi di trasferimento non saranno lunghissimi. Possiamo certamente dire che la tecnologia di cui disponiamo oggi è molto precisa e permette di valutare ed escludere eventuali fattori tossici piuttosto che accumuli di particelle. Al contrario sottolineiamo che i pericoli sono altri. Ad esempio, metodi un po’ alchimisti di uso maldestro di estratti vegetali non controllati possono introdurre nei prodotti metaboliti attivi indesiderati che possono anche avere effetti negativi sulla salute umana.

D. Ora rivolgiamo l’attenzione a un tema che è sempre più sentito dalle industrie e dai consumatori, al punto da divenire determinante nelle scelte di entrambi: la sostenibilità. Come si connota questo progetto, e più in generale la nanotecnologia, rispetto alla sostenibilità?
R. NanoCosPha procederà a grandi passi nella direzione della sostenibilità, basti pensare che il primo laboratorio realizzerà estrazioni di prodotti bioattivi da matrici vegetali con fluidi supercritici a bassissimo impatto ambientale. Anche la scelta delle matrici terrà in considerazione i principi dell’economia circolare, ad esempio non escludiamo di impiegare anche prodotti di scarto provenienti dall’agricoltura. In termini generali, consideriamo che ricorrendo al “nano” tutto può essere ridotto di scala, anche la quantità di prodotto bioattivo, di formulato e di conseguenza il packaging, senza però perdere l’efficacia del prodotto.
Inoltre, formulare qualcosa (che sia un farmaco o un cosmetico) ad hoc per classi di destinatari consente di valutare meglio i quantitativi, razionalizzare le produzioni e quindi gli ridurre gli sprechi.

D. Come mai un’impresa dovrebbe decidere di investire in questo progetto?
R. Ci sono almeno tre ragioni. La prima è quella più tecnica. Da osservazioni condotte e dalla nostra conoscenza del mercato degli ingredienti abbiamo notato che spesso le molecole bioattive impiegate sono “sempre le stesse”. C’è dunque bisogno di innovazione e la ricerca offre già numerosi spunti: rinnovare sia il parco molecole sia la taglia e la strategia di formulazione, diversificare il target che permetterà di ampliare il mercato, competere sul mercato globale e migliorare l’efficacia dei composti e la soddisfazione del consumatore.
La seconda motivazione è culturale: la cosmesi è molto più che un prodotto per “apparire meglio”. Vogliamo proporre la cultura del benessere come un sistema integrato in cui cosmetici, alimentazione e attività fisica cooperino per modificare lo stile di vita del cittadino del XXI secolo.
L’ultimo elemento è sociale: crediamo che la prevenzione sia il vero obiettivo delle società moderne e in questo contesto la cosmesi può crescere molto. Non vogliamo curare gli inestetismi ma prevenirli; non si può ritornare giovani ma si può invecchiare meglio, prevenire fenomeni infiammatori, disbiosi e fenomeni di stress che spesso sono alla base di molte malattie multifattoriali.
Quindi in quest’ottica il progetto rappresenta sicuramente una buona opportunità di innovazione.

Per informazioni
Università Milano-Bicocca • Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze
tel +39 02 64483472 • massimo.labra@unimib.it • miriam.colombo@unimib.it • www.unimib.it

 

1Raj S, Jose S, Sumod US et al (2012) Nanotechnology in cosmetics: opportunities and challenges.
J Pharm Bioallied Sci 4(3):186-193

Il metabolismo cutaneo delle sostanze bioattive

Silvio Aprile, Marta Serafini, Tracey Pirali
Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università del Piemonte Orientale • silvio.aprile@uniupo.it


La pelle non è solamente un esteso mantello che ricopre l’organismo proteggendolo dalle sostanze estranee (xenobiotici) e dagli agenti patogeni, ma rappresenta anche un’efficace barriera funzionale in grado di “processare” le sostanze esogene che riescono a penetrarla.
Ogni sostanza in grado di attraversare lo strato corneo entra infatti in contatto con enzimi metabolici presenti a livello cutaneo che possono modificarne la struttura. L’attività del complesso apparato metabolico della pelle è quindi uno dei molti fattori da prendere in considerazione nell’ambito della progettazione di farmaci dermatologici e prodotti cosmetici. In questo articolo verrà fornita una panoramica delle principali trasformazioni metaboliche che uno xenobiotico può subire a contatto con la cute; trasformazioni per lo più volte alla sua inattivazione oppure, talvolta, coinvolte nella formazione di metaboliti reattivi, spesso responsabili dell’insorgenza di fenomeni di tossicità. Verrà inoltre descritto come il metabolismo cutaneo può essere sfruttato nel progettare sostanze attive come pro-farmaci o farmaci soft; infine verranno discussi i principali modelli cellulari utilizzati per determinare in vitro la stabilità metabolica delle sostanze che vengono applicate per via topica.

Introduzione

Con il termine “xenobiotico” viene definita ogni sostanza estranea ai processi vitali del nostro organismo, sia essa un inquinante ambientale, un additivo alimentare, un farmaco o un cosmetico. Il metabolismo di queste sostanze, talvolta caratterizzate da un’elevata lipofilia che ne può promuovere l’accumulo con possibili conseguenti fenomeni di tossicità, comprende una moltitudine di reazioni chimiche.
Gli xenobiotici, infatti, dopo essere stati assorbiti dall’organismo attraverso le membrane cellulari, non solo del tratto gastro-intestinale ma anche a livello di qualsiasi altro tessuto, entrano nel circolo sanguigno e si distribuiscono nei diversi organi.
In funzione delle loro proprietà chimico-fisiche, queste sostanze possono essere eliminate attraverso le urine e le feci senza subire alterazioni oppure andare incontro a delle trasformazioni metaboliche (biotrasformazioni) in grado di “adattarle” ai processi di escrezione, promuovendone così l’eliminazione ed evitandone l’accumulo nei tessuti, come ad esempio le membrane e il tessuto adiposo, sedi nelle quali potrebbero causare effetti tossici.
Le biotrasformazioni degli xenobiotici avvengono principalmente nel fegato, organo deputato al metabolismo di primo passaggio, e in misura minore in altri distretti, tra cui il tratto gastro-intestinale, a livello polmonare, renale e cutaneo (1). Dal punto di vista chimico, gli xenobiotici che sono assorbiti dall’organismo vengono metabolizzati per ridurre la loro lipofilia, promuovendone quindi l’escrezione grazie a un aumento della loro polarità.
Le reazioni metaboliche si classificano in reazioni di fase I e di fase II. Le prime sono anche chiamate “reazioni di funzionalizzazione” perché trasformano gli xenobiotici modificando i gruppi funzionali presenti o introducendone di nuovi. Le funzionalizzazioni comprendono reazioni di ossidazione, catalizzate principalmente dalla famiglia degli enzimi del citocromo P450 (CYP) e dalle monoossigenasi contenenti flavina (FMO), reazioni di riduzione e reazioni di idrolisi. Le reazioni di fase II, invece, sono chiamate di coniugazione, in quanto legano gli xenobiotici a molecole capaci di aumentarne sensibilmente il carattere idrosolubile, rendendole quindi più facilmente eliminabili nelle urine. In questo tipo di reazioni, gli xenobiotici vengono per lo più coniugati con glutatione (glutatione S-transferasi, GST), acido glucuronico (glucuronosiltransferasi, UGT), gruppi solfato (sulfotrasferasi, SULT) e acetato (N-acetiltransferasi, NAT).
Sia che si tratti di farmaci sia di altre sostanze dotate di attività biologica, le trasformazioni operate in entrambe le fasi del metabolismo portano generalmente all’inattivazione della sostanza bioattiva. Questa regola però non è sempre vera, poiché è noto che le reazioni metaboliche talvolta mediano la formazione di composti a loro volta biologicamente attivi oppure di metaboliti reattivi (bioattivazione), generalmente specie elettrofile in grado di reagire con le macromolecole biologiche provocando fenomeni di tossicità.
Tra gli organi deputati al metabolismo degli xenobiotici è presente anche la cute che, oltre ad agire da barriera fisica proteggendoci dalle sostanze estranee e dagli agenti patogeni, rappresenta anche un’efficace barriera chimica. Infatti, ogni sostanza bioattiva che riesce ad attraversare lo strato corneo entra in contatto con enzimi metabolici presenti a livello cutaneo. Con la sua superficie compresa tra 1,5 e 2 m2,
la cute rappresenta l’organo più esteso dell’apparato tegumentario e il 15% del peso corporeo totale. Nonostante la sua attività metabolica per centimetro quadrato sia significativamente inferiore a quella di altri organi, è la sua grande estensione che ne conferisce un’attività metabolica estesa, pari a un terzo di quella epatica.
La prima osservazione dell’esistenza del metabolismo cutaneo si deve ad alcuni lavori pioneristici di James ed Elizabeth Miller, i quali, già nel 1947, dimostrarono che l’applicazione dell’idrocarburo policiclico aromatico benzo[a]pirene sulla pelle di topo portava alla formazione di intermedi metabolici reattivi, gli epossidi, in grado di legarsi covalentemente alle proteine della cute. Questi esperimenti, oltre a dimostrare che la cancerogenicità di alcune sostanze è correlata al legame covalente dei loro metaboliti con le macromolecole cellulari, aprirono le porte allo studio del metabolismo degli xenobiotici nella pelle (2).
Se ci si addentra in dettaglio nella struttura della pelle, scopriamo che è costituita da tre strati: epidermide, derma e ipoderma. L’epidermide costituisce lo strato più esterno ed è a sua volta suddivisa in ulteriori sottostrati, tra cui lo strato spinoso, popolato per lo più da cheratinociti ma anche da cellule di Langerhans e dendriti che vi si insinuano.
La funzione principale dei cheratinociti è quella di mantenere l’integrità dell’epidermide e quindi della cute stessa, creando una barriera verso l’esterno. È proprio in queste cellule che risiedono i maggiori sistemi enzimatici responsabili delle biotrasformazioni cutanee. Più in dettaglio, a livello intracellulare le strutture maggiormente ricche di enzimi sono il reticolo endoplasmatico liscio e i mitocondri; inoltre si ritrovano importanti enzimi solubili anche a livello del citoplasma. […]

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Sustainable beauty

Francesca Faraon, Valentina Abbondandolo, Chiara Chiaratti, Andrea Vittadello*, Enrico Nieddu • Mérieux NutriSciences Italia
*Sustainability ambassador – Mérieux NutriSciences Science Center – andrea.vittadello@mxns.com


La sostenibilità è il risultato di una sinergia di azioni volte a bilanciare un’economia in crescita, proteggere l’ambiente e incentivare la responsabilità sociale, allo scopo di migliorare la qualità della vita per le generazioni attuali e future.
Nei decenni passati, una serie di eventi che hanno avuto gravi ripercussioni a livello ecologico ha portato alla richiesta prima e all’attuazione poi di leggi e norme tecniche di interesse ambientale sempre più severe e applicabili a tutti i comparti produttivi. La rivoluzione ambientale è in atto da oltre trent’anni e ha profondamente cambiato la modalità di fare business delle aziende. Oggi le imprese sono consapevoli della propria impronta e delle loro responsabilità riguardanti il potenziale danno causato. Prodotti e processi di fabbricazione, infatti, stanno diventando più trasparenti ed ecologici e, dove tale rivoluzione è già in atto, l’ambiente ne trae enormi benefici ed è in via di guarigione. Le nazioni più industrializzate che optano per una filosofia green possono ridurre l’inquinamento e contemporaneamente aumentare i profitti (1).
Le Nazioni Unite definiscono la crescita sostenibile come uno sviluppo in grado di assicurare “il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. Questo concetto posa su tre pilastri: la crescita economica, la protezione ambientale e la responsabilità sociale (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, 1987) (2). Fare affari in modo etico e legale è inestricabilmente legato al rispetto dei diritti umani, usi e costumi, tradizioni e valori sociali dei Paesi nei quali lavorano le industrie.
L’industria cosmetica è particolarmente attenta alle tematiche di sostenibilità; grazie all’impiego di diverse strategie produttive e formulative si impegna da molti anni a ridurre la sua impronta ambientale. Nel corso del testo viene illustrata l’operatività del comparto.

L’industria cosmetica e il suo impatto ambientale
L’industria cosmetica ha un impatto fondamentale nella cura della persona, non solo attraverso l’applicazione di makeup e cosmetici, ma anche grazie all’utilizzo quotidiano di prodotti per l’igiene personale, essenziali a garantire il benessere della popolazione e standard sanitari ottimali (3).
La cosmesi è un importante settore economico con diverse migliaia di aziende presenti in tutto il mondo che generano un fatturato annuo mondiale pari a 500 milioni di dollari (2019, dati Euromonitor).
Vista la natura e l’importanza di quest’industria nello scenario mondiale, il diretto impatto sia sull’ambiente sia sulla sostenibilità risulta evidente. La maggior parte delle aziende riconosce la necessità di ridefinire prodotti e processi per minimizzare la propria impronta attraverso lo studio del Life Cycle Assessment (LCA) per rilevare e misurare l’impatto ambientale. Questo è anche ciò che vogliono i consumatori finali. Nel 2015, Nielsel ha intervistato 30.000 consumatori provenienti da 60 Paesi ed è emerso che la maggior parte di essi è disposta ad acquistare prodotti più cari in cambio di garanzie di sostenibilità (66% degli utilizzatori mondiali e 73% dei millennials (2)). In Italia, il 50% dei prodotti lanciati nell’ultimo anno presenta un claim green.
I consumatori sono attenti e informati sulle caratteristiche e le performance dei prodotti che acquistano. Ciò rende il consumatore sempre più consapevole dei propri acquisti. Informazioni chiare e facilmente accessibili, comprensibili e dettagliate fornite dai brand sono la chiave per aumentare la fiducia dell’utente finale. I mesi vissuti in emergenza sanitaria COVID-19, che stiamo tuttora affrontando, hanno avuto e continueranno ad avere un notevole impatto sulla dinamica dei consumi di prodotti cosmetici: non solo sono cambiati routine e stile di vita, ma anche l’approccio all’acquisto (fonte Mintel). Dopo ogni crisi, sia essa economica, sanitaria o sociale, il comportamento e le abitudini vengono profondamente modificate: se prima il consumatore voleva conoscere principalmente il tipo di ingrediente utilizzato (ad esempio se sintetico o naturale), oggi vuole saperne di più. Il concetto di trasparenza deve essere esteso a tutto ciò che si implementa per ottenere il risultato finale, ossia il prodotto: dall’origine e le caratteristiche degli ingredienti scelti, fino ai processi produttivi e ai controlli sul prodotto prima dell’immissione sul mercato.
Il concetto di clean beauty non è più limitato solamente all’utilizzo di ingredienti naturali, ma anche alla trasparenza di comunicazione in merito a controlli, prove di stabilità, sicurezza ed efficacia eseguite dal produttore cosmetico. La clean beauty risponde, quindi, a un’esigenza sempre più diffusa di conoscenza, informazione e consapevolezza di ogni singolo aspetto e procedimento che portano il prodotto dalla formulazione alla produzione, al supporto probatorio, al packaging.

Per una formulazione sostenibile
Una delle azioni da intraprendere è quella di creare una formulazione il più sostenibile possibile. Frasi come “solo ingredienti naturali”, “ingredienti vegetali o di origine vegetale”, “senza profumazioni aggiunte” sono claim strategici, facilmente riconoscibili e comprensibili per il consumatore finale. Consideriamo, infatti, che è possibile mettere in campo diverse strategie per migliorare la formulazione del prodotto, e la scelta di ingredienti a connotazione green è (solo) una tra queste.
Partendo dalla ricerca delle materie prime, fondamentale è la scelta degli ingredienti che una formulazione deve contenere per rientrare nella “filosofia green”.
• Back to basics: sostituire i prodotti sintetici/artificiali con ingredienti naturali o di origine naturale.
• Elemento di scelta: i consumatori esperti scelgono prodotti naturali e prestano attenzione alle informazioni presenti in etichetta e agli ingredienti contenuti.
• I cosmetici contenenti ingredienti naturali non sono un nuovo concept: ad esempio, i prodotti per l’igiene personale basati sull’ayurveda indiano o sulla medicina tradizionale cinese sono disponibili sul mercato da molto tempo (Kline).
• Utilizzo di ingredienti biologici, i quali richiedono molte risorse ed energie, dalla coltivazione all’estrazione, ma sono rinnovabili.
• Un’altra soluzione potrebbe essere quella di riciclare i sottoprodotti naturali dell’alimentazione e dell’agricoltura (4).

La produzione di ingredienti cosmetici è un altro aspetto importante, in quanto è sempre più focalizzata su tecnologie efficienti e innovative in grado di supportare la riduzione del consumo di energia, acqua, emissioni, rifiuti e sfruttamento del suolo attraverso l’utilizzo di tecnologie come le colture cellulari vegetali e processi di estrazione di CO2 supercritica per ottenere attivi cosmetici oppure utilizzando energia solare o eolica, raccolta di acqua piovana, per fare solo alcuni esempi.
I prodotti cosmetici e le materie prime devono essere conformi a requisiti legislativi atti a garantire sia la sicurezza del consumatore sia quella ambientale, come ad esempio il Regolamento CITES (CE) n.338/97 per le materie prime e il Regolamento REACH per quanto riguarda lo studio e la valutazione delle sostanze inerenti agli effetti sulla salute umana e ambientale; a queste si affianca naturalmente la normativa di prodotto, ovvero il Regolamento sui prodotti cosmetici per quanto riguarda gli effetti sulla salute del consumatore.
Oltre alla normativa dedicata, le aziende possono decidere di implementare delle azioni volontarie per intraprendere un percorso di sostenibilità o progredire ulteriormente, ad esempio attraverso studi della biodegradabilità di prodotto, un approfondimento del potenziale di bio-accumulo e la tossicità acquatica delle materie prime utilizzate, ecc.
Implementare questo tipo di analisi a livello di formula consente di ottimizzare ogni prodotto per ridurne l’impatto ambientale.
Alcuni test fondamentali per valutare la formulazione:
• Uno screening chimico può essere utilizzato per determinare la presenza di sostanze vietate e soggette a restrizioni, ai sensi del Regolamento di cui all’Allegato III (metalli ad esempio: Ni, Cr, Cd, Hg, Pb, As, Sb e altri, formaldeide, NDELA, diossano, PAH, ftalati, allergeni, ecc.), coloranti, conservanti come parabeni e filtri UV come benzofene-3 od octyl metossicinnatina per prodotti sun care. Si tratta di uno screening iniziale per una valutazione del prodotto condotta in via preliminare, a cui attualmente si fa ricorso in particolare per i solari.
• La biodegradabilità è la capacità delle sostanze organiche di decomporsi facilmente mediante processi biologici. In termini di biodegradabilità ambientale si può misurare l’utilizzo microbico dei substrati (di carbonio) nell’ambiente prescelto. La biodegradazione è il processo irreversibile durante il quale le sostanze organiche vengono decomposte dai microrganismi. La biodegradazione ambientale è il meccanismo chiave per ottenere la decontaminazione e la detossificazione delle sostanze chimiche organiche. Il processo di biodegradazione in un ambiente specifico (acqua dolce o acqua di mare) può essere studiato in diversi standard e sostanze organiche per determinare:
– la biodegradabilità della formulazione, ossia il rapporto tra peso degli ingredienti organici della formulazione (facilmente biodegradabile) e peso totale degli ingredienti organici;
– la biodegradabilità del prodotto, ossia la biodegradabilità della parte organica totale.

È pertanto essenziale evitare le emissioni di sostanze persistenti che presentano un’elevata ecotossicità e/o bioaccumulo in ambiente. La biodegradabilità non garantisce una bassa tossicità, mentre l’ecotossicità sì! La valutazione dell’ecotossicità mira a prevedere gli effetti dell’inquinamento su alghe marine e piante acquatiche, oltre che a prevenire o porre rimedio agli effetti nocivi nel modo più efficiente ed efficace possibile.
È possibile valutare i rischi potenziali di inquinanti, rifiuti, prodotti e sostanze negli ecosistemi.
Conformemente alle attuali Linee Guida ISO e OCSE, sono utilizzati diversi metodi per effettuare studi di inibizione sulla crescita delle alghe. Ove possibile, gli studi ecotossicologici sono accompagnati da prove per verificare la concentrazione e la stabilità della sostanza nel dispositivo di campionamento.
Le microplastiche sono uno dei temi più discussi e attuali degli ultimi anni e, a causa dell’incertezza su possibili rischi per la salute dei consumatori, sono oggetto di molti dibattiti da parte delle autorità. In linea con le procedure REACH per la restrizione delle sostanze che rappresentano un rischio per l’ambiente o la salute umana, il 20 marzo 2019 la Commissione ha chiesto all’ECHA di valutare le prove scientifiche per l’adozione di un’azione normativa a livello UE su microplastiche intenzionalmente aggiunte a prodotti di qualsiasi tipo. Se adottata, questa restrizione potrebbe ridurre la quantità di microplastiche rilasciate nell’ambiente di circa 400.000 tonnellate in 20 anni.
L’industria cosmetica può essere una fonte di inquinamento marino causato dalle microbeads che vengono intenzionalmente aggiunte in prodotti come scrub, saponi, lozioni e dentifrici, anche se a minor impatto rispetto ad altri settori produttivi. L’industria cosmetica europea ha intrapreso un’azione positiva verso la completa eliminazione delle microsfere di origine plastica entro il 2020, registrando una riduzione del 97,6% tra il 2012 e il 2017. Nei prodotti di consumo, le particelle di microplastica sono note soprattutto per essere abrasive (ad esempio come agenti esfolianti e lucidanti), ma possono anche avere altre funzioni come il controllo dello spessore, dell’aspetto e della stabilità di un prodotto. Sono anche utilizzate come glitter o nel makeup.

Per un packaging sostenibile
Nel corso degli ultimi anni non è stata registrata solamente la volontà di crescita nella ricerca di prodotti sostenibili, ma la stessa volontà si è particolarmente sentita anche per quanto riguarda il settore packaging. L’imballaggio di un prodotto cosmetico è uno strumento di comunicazione fondamentale per guidare gli acquisti dei consumatori e fornire l’identità del marchio, ma potrebbe essere percepito come una fonte di produzione di rifiuti, non sempre giustificata. Limitare gli sprechi in quest’ambito è molto importante, soprattutto vista l’attenzione rivolta ai materiali, sia in generale sia nello specifico per i materiali in plastica, anche considerando la grande attenzione che i media rivolgono proprio a questo materiale.
Alcuni dei grandi brand hanno iniziato a esplorare questo campo e stanno considerando di cambiare i materiali che utilizzano per gli imballaggi. Secondo l’Ellen MacArthur Foundation, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci nell’oceano. Tutti i rifiuti di plastica finiscono nell’oceano: tale consapevolezza ha portato a una recente campagna di sensibilizzazione che ha incontrato il favore di molti consumatori. La spinta verso una società senza l’utilizzo di plastica ha guadagnato terreno nel corso del 2018 e il movimento “Voglio un mondo senza plastica” è cresciuto in maniera esponenziale nel corso del 2019 (Euromonitor dati). Tuttavia, con la crisi sanitaria COVID-19 tale movimento ha subito una lieve decelerazione, dal momento che imballaggi di plastica garantiscono sicurezza e performance più elevate rispetto ad altri materiali.
Ad ogni modo, i consumatori si aspettano che i brand si assumano la responsabilità dei propri rifiuti, e allo stesso tempo sono attratti da produttori, aziende e marchi che siano anche in grado di agevolare i processi di riduzione dei rifiuti per i consumatori. Questo non è solo un trend passeggero, è un movimento. Unilever e L’Oréal si sono entrambi impegnati a utilizzare il 100% di plastica riciclabile, riutilizzabile e compostabile entro il 2025. La Procter & Gamble si è impegnata a introdurre il 25% di plastica riciclata per 500 milioni di flaconi nel settore hair care nel 2018 (dati Mintel).
Per ridurre i rifiuti di packaging, i produttori e i designer stanno moltiplicando i loro sforzi per alleggerire gli imballaggi e renderli più sostenibili. Una parte fondamentale di questo lavoro consiste nella selezione di materiali rinnovabili, riciclabili e compostabili.
Nell’Unione europea, il packaging è regolamentato principalmente dalla Direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (UE) n.2018/852 che ne stabilisce le norme comuni. Questa direttiva contiene i principi guida che dovrebbero essere stati recepiti da tutti gli Stati membri entro il luglio 2020. Tratta, inoltre, il tema della riduzione dei rifiuti e dell’economia circolare, offrendo obiettivi di riciclaggio ambiziosi.
Biodegradabilità e compostabilità non sono solo caratteristiche peculiari degli imballaggi alimentari: i consumatori focalizzano la loro attenzione su brand cosmetici in grado di utilizzare packaging minimal e ridurre i rifiuti creando nuovi imballaggi finali, prodotti ausiliari per lo stoccaggio e il trasporto di prodotti non confezionati, nonché per l’aggiunta di trattamenti estetici senza sprechi. Alcuni noti brand cosmetici offrono assistenza post-acquisto informando i consumatori su sistemi di smaltimento e riciclaggio degli imballaggi.
I produttori utilizzano diversi approcci per quanto riguarda “l’eco-imballaggio” per affrontare i comportamenti ambientali dei consumatori quali:
• imballaggio bio-based realizzato con risorse naturali rinnovabili. Il contenuto di materie prime rinnovabili può essere testato secondo la norma UNI CEN/TS 16640;
• imballaggio biodegradabile e compostabile che può essere certificato secondo la norma UNI EN 13432;
• imballaggio riutilizzabile che può essere riutilizzato diverse volte prima di diventare spreco;
• imballaggio riciclabile per chiudere il ciclo dopo una corretta raccolta dei rifiuti.

Quando l’imballaggio risponde ad alcune di queste caratteristiche di sostenibilità non è raro che sia pubblicizzato usando dei green claim, ovvero asserzioni ambientali autodichiarate. Questi claim, del tipo “riciclabile”, “riciclato”, “biodegradabile”, ecc., devono essere accurati, comprovati, pertinenti e basati su una valutazione scientifica che all’occorrenza deve essere verificabile. I requisiti delle asserzioni ambientali sono descritti nella UNI EN ISO 14021. Ogni specifico claim è poi collegato a una diversa norma che lo supporta.
In un’ottica di “trasparenza”, quindi, i green claim devono essere oggettivi e specifici, non citare la “sostenibilità” in maniera generica: l’applicazione della norma tecnica è un atto di rispetto verso i consumatori ed è anche il riferimento su cui si basano organi di controllo come l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato.

Sostenibile in modo sicuro
La sicurezza dei consumatori è di massima importanza per tutta la filiera cosmetica. Negli ultimi anni, i prodotti che sostengono di essere naturali o bio sono aumentati, ma non è sempre facile riconoscere quale marca, prodotto o ingrediente sia effettivamente sicuro e innocuo sulla cute. È importante garantire la sicurezza del prodotto per gli utilizzatori finali attraverso test e analisi in grado di valutare la compatibilità cutanea sotto rigoroso controllo dermatologico, conformemente alle linee guida dei regolamenti internazionali e nel pieno rispetto dei principi etici stabiliti nella Dichiarazione di Helsinki.
L’imballaggio sostenibile è pertanto sempre più richiesto e la sua sicurezza viene data per scontata dai consumatori. In realtà, la sicurezza dell’eco-packaging è qualcosa che deve essere fortemente presa in considerazione dall’industria dell’imballaggio e dei cosmetici, a partire dalla progettazione del prodotto e terminando con i test di sicurezza. L’imballaggio riciclato, ad esempio, subisce un trattamento che espone il prodotto a fonti di contaminazione diverse, anche imprevedibili e sconosciute, per le quali è necessaria un’indagine approfondita prima di immetterlo sul mercato.

Conclusioni
La sostenibilità abbraccia l’intero ciclo di vita dei cosmetici, dalla progettazione allo smaltimento, e ogni passo può essere migliorato e reso più green. Tutti possono partecipare e sono chiamati a farlo per migliorarlo.

Bibliografia
1. Hart SL (1997) Beyond Greening: Strategies for a Sustainable World. Harvard Business Review.
2. Brian R, Keeble BSc MBBS MRCGP (1987) The brundtland report:”Our common future”. Medicine and War 4(1):17-25
3. www.cosmeticseurope.eu
4. Dell’Acqua G (2018) Recycling natural by-products from food and agriculture waste into powerful active ingredients for cosmetic applications. H&PC Today 13(3)

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 5, 2020

 

Parola d’ordine: second life

Da un lato gli obiettivi dell’Unione europea, dall’altro le esigenze del mercato e i desiderata dei consumatori spingono le industrie a investire sempre più tempo e ricerca nello sviluppo di imballaggi ottenuti da materiali riciclati, e senza ombra di dubbio un materiale ampiamente utilizzato su cui sono puntati i riflettori sono le plastiche.
Ed è così che l’industria cosmetica e l’industria del packaging, seppur in assenza di una normativa ad hoc o di indicazioni comunitarie specifiche, si sono sedute intorno al tavolo di lavoro promosso dall’Istituto Italiano Imballaggio insieme ai rappresentanti di laboratori già da tempo attivi nella messa a punto di metodi di analisi degli imballaggi, per sviluppare un pensiero condiviso affinché i materiali riciclati ottenuti e impiegati nel packaging cosmetico godano delle caratteristiche di sicurezza, performance e idoneità tecnologica necessarie.

Ne abbiamo parlato con Marina Camporese (Coordinatrice della Commissione Packaging Cosmetico istituita presso l’Istituto Italiano Imballaggio) e Daniela Aldrigo (Regulatory Affairs presso l’Istituto Italiano Imballaggio) che si stanno occupando di orchestrare i lavori della Commissione per lo sviluppo di un nuovo capitolo delle Linee Guida che riguardano il connubio fra imballaggio e cosmetico.

 


D. Non è la prima volta che la Commissione Packaging Cosmetico è in prima linea a tracciare una strada che rappresenti un vero e proprio metodo di lavoro per l’industria cosmetica, quella del packaging e i laboratori di analisi. Già nel corso del 2019 abbiamo avuto modo di ospitare su alcuni numeri di Cosmetic Technology degli articoli relativi al “peso” del packaging nella valutazione della sicurezza del cosmetico e all’approccio analitico sul packaging primario in materia plastica.
Ma facciamo un passo indietro: com’è nata la Commissione?
R Daniela Aldrigo (DA). L’Istituto Italiano Imballaggio annovera da molto tempo commissioni tecniche che lavorano su tematiche tecnico-regolatorie; in particolare il settore del food packaging, che da sempre ha la maggior attenzione legislativa, ma anche gli aspetti ambientali e di sostenibilità legati al packaging sono da sempre monitorati e seguiti da una commissione dedicata.
L’evoluzione tecnico-normativa ha però richiamato l’attenzione su altri settori in cui il packaging svolge un ruolo comunque importante e decisivo. Sono quindi state attivate due nuove commissioni: una dedicata alle tematiche analitiche del packaging per i prodotti farmaceutici e un’altra che si è occupata da subito della sicurezza del prodotto cosmetico confezionato in tutte le sue sfaccettature, dapprima guardando alle Good Manufacturing Practice (GMP) e alle tematiche documentali (con le Linee Guida pubblicate rispettivamente nel 2013 e nel 2015). Nel 2019, invece, l’evoluzione tecnico-normativa si è soffermata sugli aspetti più analitici, con particolare attenzione alle plastiche che rappresentano il materiale più largamente utilizzato per il confezionamento dei prodotti cosmetici, ma anche il materiale che soffre di più delle critiche ambientaliste.

R Marina Camporese (MC). Le prime due Linee Guida hanno cercato di colmare alcune lacune, poiché il Regolamento non è mai entrato nel dettaglio di come il valutatore della sicurezza o il team preposto debbano agire per rispettare la normativa relativa alla sicurezza del packaging cosmetico.
Successivamente è nata l’esigenza di ampliare dal punto di vista del testing la valutazione del packaging cosmetico, prendendo sì spunto dalla normativa food, come suggerito dalla Commissione europea, ma considerando anche le caratteristiche peculiari delle formulazioni cosmetiche, le possibili interazioni e le sostanze con restrizioni totali o parziali dal Regolamento (CE) n.1223/2009 (Allegati II e III).

D. Possiamo affermare che con il lavoro della Commissione e con la pubblicazione delle Linee Guida è stata colmata una lacuna tra la richiesta regolatoria (di valutare l’eventuale presenza involontaria di quantità ridotte di sostanze vietate migrate dall’imballaggio) e l’assenza di metodi e procedure ufficiali?
R (DA). Certamente con la pubblicazione delle Linee Guida per la Valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico mediante approccio analitico sul packaging primario in materia plastica si è fatto un notevole passo in avanti circa la definizione di un piano analitico più adatto alle necessità specifiche del settore cosmetico. Guidati dell’esperienza analitica del food packaging, che ha regole codificate nella legislazione di riferimento, sono stati identificati gli aspetti che la legislazione dei Food Contact Materials (FCM) non copre in modo efficace. Partendo dal presupposto che un imballaggio idoneo a contenere alimenti è un ottimo punto di partenza, ci si è resi conto che in alcuni casi questo non basta e bisogna tener conto delle caratteristiche compositive del prodotto cosmetico in relazione alle possibili interazioni con il suo packaging, e delle diversità di interazione con il consumatore.
In realtà molto resta ancora da fare.

D. Già nel precedente capitolo delle Linee Guida, mi riferisco a quello dedicato allo sviluppo di un approccio analitico sul packaging primario, l’attenzione è stata puntata sulle materie plastiche. Anche ora che si parla di materiali riciclati la Commissione ha deciso di focalizzarsi su questi materiali. Si tratta di un materiale largamente impiegato per il confezionamento dei cosmetici. Quali sono le problematiche che più frequentemente i fornitori di packaging incontrano con le plastiche riciclate?
R (DA). L’utilizzo della plastica riciclata a diretto contatto con il prodotto cosmetico non ha restrizioni legislative e regolatorie; va valutata nell’ottica della sicurezza del prodotto confezionato, come qualsiasi altro materiale. Diverso è l’approccio legislativo per il food contact, dove un regolamento europeo in attesa di applicazione prevede l’autorizzazione di processi di riciclo idonei a produrre plastica riciclata destinata al contatto diretto con gli alimenti, mentre a livello nazionale è consentito l’uso di rPET per tutti i tipi di alimenti per realizzare bottiglie con un contenuto massimo del 50% di riciclato e vaschette, ma con specifiche limitazioni d’uso (art.13ter DM 21.03.1973) e rPE/rPP per cassette per ortofrutta, e con specifiche indicazioni d’uso secondo l’art.13bis DM 21.03.1973.
In virtù delle autorizzazioni nel settore food e dell’attività da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), che si è concentrata maggiormente, se non quasi unicamente, sulla valutazione dei processi di riciclo che producono rPET, ad oggi i flussi che offrono più garanzie documentali e operative relative alla raccolta differenziata riguardano proprio questo polimero.
Dal punto di vista analitico, non riuscendo a garantire la costanza compositiva di quanto viene raccolto, le sostanze presenti potenzialmente pericolose (Non Intentionally Added Substances, NIAS, contaminanti, ecc.) vanno valutate attentamente attraverso analisi di screening mediante marker adeguati, idealmente a ogni lotto.

R (MC). Per questo motivo, con le Linee Guida in preparazione cercheremo di dare più informazioni possibili riguardo alle conoscenze attuali in ambito di processi di riciclo e flussi di materiale connessi, ma andremo anche ad approfondire le informazioni sulle plastiche riciclate post consumo, grazie ad attività di testing interlaboratorio e ad una panoramica della normativa cogente.

D. In estrema sintesi, considerato che il lavoro è decisamente corposo, quali sono gli obiettivi a cui tende questa nuova edizione delle Linee Guida?
R (MC). L’obiettivo è quello di fornire a tutti gli attori della filiera (dai produttori di packaging ai produttori di cosmetici, ai valutatori della sicurezza dei prodotti cosmetici) le informazioni e le conoscenze di base per valutare i materiali riciclati e il loro possibile utilizzo a contatto con i prodotti cosmetici, nel rispetto della sicurezza richiesta dal Regolamento (CE) n.1223/2009
Non dimentichiamo anche la difficoltà che hanno trovato inizialmente i valutatori della sicurezza e i produttori di cosmetici in generale nell’affrontare temi diversi e lontani dalle proprie competenze, che potremmo definire piuttosto complessi e soprattutto senza strumenti tecnici a disposizione.
Riteniamo, quindi, che queste Linee Guida potranno essere un valido aiuto per chi si dovrà approcciare a queste tematiche di grande interesse e attualità, mettendo a disposizione tutte le informazioni al momento disponibili sui vari aspetti: normativa cogente sulle plastiche food, norme tecniche sul riciclo, Regolamento REACH, attività di testing, documentazione in entrata e in uscita scambiata lungo la catena di approvvigionamento.

D. Anche per i materiali e oggetti destinati a venire a contatto con alimenti, l’uso di materiali da post-consumo sta diventando una pratica sempre più diffusa. L’esperienza maturata nell’ambito del food packaging, che già in passato ha tracciato la via dell’approccio adottato (mi riferisco in particolare ma non solo all’identificazione di simulanti per la valutazione della conformità dei materiali) se e come può essere di supporto in questa fase del lavoro della Commissione?
R (MC). La normativa cogente in continuo aggiornamento e le analisi eseguite da tempo in ambito food packaging ci hanno permesso di raggiungere conoscenze importanti per la valutazione della sicurezza dei materiali a contatto con gli alimenti, anche nel caso di plastica riciclata (in particolare, come accennato prima, sull’rPET). Più carenti sono le informazioni su rPE e rPP che invece godono dell’interesse dell’industria cosmetica, sempre più orientata ad avere una connotazione green e dove vi sono materiali di elezione (in particolare il PE).
Ma sicuramente le esperienze già maturate in ambito alimentare e le tecniche analitiche sempre più sensibili e accurate ci permetteranno di arrivare a una valutazione precisa e attenta, anche dei materiali post consumo destinati al contatto con le varie matrici cosmetiche.

D. Concludendo: “Avete già idea di quando le nuove Linee Guida vedranno la luce?”
R (DA). Stiamo lavorando con molto impegno per poter essere d’aiuto al settore. Riteniamo che la metà del 2021 sia una data percorribile.

 

Per informazioni
www.istitutoimballaggio.org • tel 02 58319624

Dai vasetti ai sacchetti

Alessandra Semenzato1, Alessia Costantini2, Marco Scatto2, Gianni Baratto2
1Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova
2Unired, Spin-off Università di Padova, Padova
alessandra.semenzato@unipd.it


Università: mai stata così vicina
In quest’anno profondamente segnato dalla pandemia è emersa ancora di più la necessità di instaurare un dialogo costruttivo tra scienza e popolazione. La scienza, infatti, si interroga da decenni su come coinvolgere e interessare i cittadini alle sue scoperte. A tal fine, ogni anno dal 2005 viene organizzata in diverse città europee la notte delle ricercatrici e dei ricercatori, che nel caso degli atenei di Padova, Venezia e Verona prende il nome di Venetonight. A causa della pandemia, quest’anno è stata organizzata un’edizione interamente online che ha visto la realizzazione di webinar, esperimenti di laboratorio online e video informativi su domande che posso sorgere spontanee a chiunque, ad esempio come nasce un vaccino, come avviene l’effetto serra o che cosa sono e a che cosa servono le emozioni.
Scopo dell’iniziativa è quello di portare fuori dai laboratori la ricerca accademica, mostrando alla popolazione quanto la ricerca affronti ogni giorno problemi che interessano tutti noi, ma soprattutto quanto questa possa offrire soluzioni che hanno una ricaduta pratica nella società. Quest’ultimo aspetto in particolare è parte della mission degli spin-off universitari che si pongono come veri e propri luoghi di incontro tra accademia e impresa, al fine di favorire il trasferimento tecnologico della ricerca.
Ne è un esempio il video realizzato da Unired, spin-off dell’Università degli Studi di Padova, che da più di otto anni collabora con aziende del settore cosmetico e nutraceutico con lo scopo di favorire l’innovazione di prodotto e la crescita del know-how. Il video in questione (www.youtube.com/watch?v=zgP7diawQho&t=3s) riguarda il frutto dell’ultimo anno di ricerca di Unired sulla sostenibilità dei packaging cosmetici. Tale ricerca ha portato recentemente allo sviluppo di ECO PIPING BAGS, un packaging cosmetico dal design innovativo e in materiale completamente biodegradabile e compostabile.

La rivoluzione del packaging in un sacchetto
La maggior parte dei prodotti cosmetici è contenuta in vasetti, flaconi o tubetti di plastica, i quali hanno un ruolo fondamentale nel garantire la corretta conservazione del prodotto, proteggendolo efficacemente dagli agenti esterni, oltre che a permettere il giusto dosaggio e una consona applicazione. I classici contenitori cosmetici sono però voluminosi, aumentano notevolmente la produzione di rifiuti e spesso non possono essere inclusi nella filiera del riciclaggio.
In un mondo in cui l’attenzione all’ambiente è sempre più impellente e una delle tematiche più dibattute è come ridurre i rifiuti, è necessario cercare soluzioni sostenibili. Proprio in quest’ottica è nato il progetto ECO PIPING BAGS.
Esso sostituisce il classico flacone o vasetto di plastica con un sacchetto sottile, leggero e dal design unico, realizzato in materiale completamente biodegradabile e compostabile. Il nuovo contenitore per prodotti per la pelle, innovativo e sostenibile, mira a cambiare l’idea del cosmetico e il suo impiego, richiamando il mondo della pasticceria. L’innovazione di questo imballaggio consiste, infatti, nel trasferire e adattare al mondo cosmetico un contenitore come la sac à poche, che è proprio di una realtà, la pasticceria, altrettanto costellata di creme.

Come si presenta il sacchetto e da cosa è composto
Il contenitore a sacchetto è realizzato con polimeri biobased, biodegradabili e compostabili provenienti dal mondo dell’agricoltura, ed è avvolto da carta biodegradabile che ne favorisce la presa e garantisce una sensazione tattile piacevole, aspetto fondamentale della gestualità cosmetica. Il corretto svuotamento della confezione viene favorito dall’impugnatura “da pasticceria”, evitando così il contatto diretto del dito con il prodotto, come avviene ad esempio con i vasetti, e riducendo quindi la possibile contaminazione.
L’erogazione del prodotto dal “contenitore a sacchetto” avviene grazie a un dispositivo di erogazione anch’esso biodegradabile e compostabile, dal design ideato su misura e dotato di tappo richiudibile. Questo sistema “apri e chiudi” permette di dosare facilmente il prodotto. Infine il sacchetto viene riposto in un contenitore di carta rettangolare che permette di metterlo a scaffale. Anche tale contenitore è stato realizzato ad hoc per assicurare la funzionalità, riducendo al minimo il materiale che lo compone.
La realizzazione di un sacchetto rispetto a un flacone si traduce in una riduzione di oltre il 90% della quantità di plastica utilizzata per produrlo, abbattendo drasticamente gli spazi necessari per stoccare i pezzi nei magazzini e l’inquinamento derivante dal loro trasporto.
Il progetto ha partecipato al Best Packaging 2020, contest promosso dall’Istituto Italiano di Imballaggio volto a premiare i migliori packaging in relazione a innovazione e sostenibilità, aggiudicandosi il premio Quality Design con la seguente motivazione: “Il prototipo introduce una nuova visione e una nuova concezione del flacone per skin care. Il trasferimento tecnologico della forma, che ricorda una sac à poche da pasticceria, afferma nuove coordinate espressive e propone al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo”.
Come sottolinea anche la motivazione, oltre a essere sostenibile introduce una nuova gestualità e fa da apripista a nuovi modi di concepire il packaging cosmetico e non solo.
L’esperienza data dalla realizzazione di questo progetto mostra, ancora una volta, come la sinergia tra ricerca accademica e impresa porti allo sviluppo di modelli virtuosi che possono essere adottati anche da altre industrie, non solo cosmetiche. […]

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La bellezza del riuso

Lilia Longo, Elena Ghedini*, Michela Signoretto, Federica Menegazzo • CATMAT e VeNice, spin-off dell’Università Ca’ Foscari,
Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi, Mestre-Venezia – * Dottore di Ricerca in Scienze Chimiche, gelena@unive.it
Silvia Tabasso • Dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Torino, Torino
Giorgio Grillo • Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco, Università degli Studi di Torino, Torino


In un’ottica di economia circolare verso la quale, dal 2015, l’Unione europea si sta muovendo per poter sostenere le sfide climatiche, economiche e sociali, il risparmio, il riutilizzo, il riciclo e il rinnovo di materie prime considerate tradizionalmente scarti, ma che in questa prospettiva trovano vita come potenziali risorse, sono di fondamentale importanza.
L’Italia, secondo il Rapporto di economia circolare del 2020 (1), è prima nella classifica di circolarità tra le principali economie europee.
Fra i punti principali dell’economia circolare, l’uso più efficiente delle materie prime, la gestione dei rifiuti, lo sviluppo di tecnologie innovative e della ricerca scientifica sono i capisaldi a cui fa riferimento questo progetto del Fondo Sociale Europeo (FSE).
Negli ultimi anni, anche in ambito cosmetico si pone sempre più attenzione a questi argomenti da parte sia degli sviluppatori sia dei consumatori. La ricerca del “naturale” e del “sostenibile” è un criterio importante con il quale vengono selezionati i prodotti.
L’utilizzo di materie prime provenienti dagli scarti agroalimentari dei mercati ortofrutticoli è un proposito importante della bio-economia1, che prevede l’utilizzo di risorse per la produzione di bio-prodotti, in pieno accordo con i principi dell’economia circolare.
In questo contesto si pone il progetto di ricerca condotto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e finanziato dal FSE denominato HAIR: Hair ed Agrifood, Innovare Riciclando. Un progetto di ricerca che coniuga la valorizzazione degli scarti coinvolgendo realtà locali del comune di Venezia, come i negozianti del mercato di Rialto, con le competenze in ambito di sviluppo formulativo e cosmetico del gruppo di ricerca CatMat della Prof.ssa Signoretto presso il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi dell’Università di Ca’ Foscari, e dello spin-off cafoscarino VeNice per la produzione di cosmetici hi-tech, in particolare per l’hair care. Tutto il processo, dall’estrazione degli attivi alla formulazione del prodotto, mira a essere innovativo e sostenibile tramite l’utilizzo di tecnologie non convenzionali, grazie anche all’esperienza del gruppo di ricerca del Prof. Cravotto dell’Università di Torino nella valorizzazione della biomassa, riducendo il dispendio energetico e il consumo di sostanze dannose per l’ambiente e per l’uomo.
Tra gli scarti prodotti dai mercati ortofrutticoli, di particolare impatto sono quelli di carciofo che risulta edibile solo per un 20% dell’intera pianta (2). Foglie, stelo e brattee esterne vengono eliminate comportando un gravoso onere per i rivenditori. […]

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Anche i capelli invecchiano?

Elena Ugazio
Università di Torino, Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco • elena.ugazio@unito.it


Riassunto
Come la pelle, i capelli subiscono mutamenti sia a causa di fattori intrinseci, ovvero associati all’invecchiamento cronologico, sia dipendenti dall’ambiente esterno, da stress fisici e chimici o da carenze nutrizionali e stili di vita poco salutari. In particolare, il photo-ageing indotto dalla radiazione solare è una forma di aggressione naturale con ripercussioni sulla salute del capello e del cuoio capelluto.
I processi di invecchiamento costituiscono un problema estetico in termini di alterazione di colore, quantità e qualità delle fibre, ma sono anche alla base di cambiamenti a livello microscopico e biochimico. Oltre al progressivo ingrigimento, i segnali più evidenti dell’invecchiamento dei capelli sono, nell’uomo come nella donna, anche se con distribuzione ed evoluzione un poco differente, l’assottigliamento e il diradamento, fino alla caduta diffusa.
Per contrastare o almeno ritardare questo fenomeno si può ricorrere a trattamenti che aiutino a preservare l’integrità e l’aspetto generale della capigliatura. Dunque le industrie cosmetiche e farmaceutiche sviluppano prodotti hair care sempre più innovativi che non si limitano alla detergenza, ma associano anche altre proprietà funzionali specifiche. L’applicazione regolare di formulazioni tricologiche contenenti composti ad azione rinforzante, condizionante, fotoprotettiva e antiossidante, eventualmente in abbinamento con l’assunzione di micronutrienti attraverso il cibo o gli integratori orali, rappresenta una strategia vincente.

Introduzione
Sin dagli albori della civiltà, la capigliatura ha giocato un ruolo fondamentale nel potere seduttivo sia dell’uomo sia della donna. Nel corso del tempo la chioma ha quindi contraddistinto i modelli di bellezza delle varie epoche (1).
I capelli sono espressione del nostro stato di salute e la percezione di questa parte del corpo, apparentemente secondaria, può avere ripercussioni sulla sfera emotiva soggettiva e sulle relazioni interpersonali, creando eventuale disagio, alterazione del benessere psico-fisico dell’individuo e ansia sociale (1).
Con il passare del tempo, anche i capelli subiscono, come la pelle, mutamenti fisiologici ed estetici inevitabili; tuttavia, accanto all’invecchiamento biologico geneticamente predisposto, altri fattori possono indurre alterazioni della struttura e delle proprietà biofisiche delle fibre (2,3).
Nel presente articolo, dopo la descrizione delle caratteristiche anatomo-funzionali del capello, sono delineate le cause sia intrinseche sia estrinseche dell’ageing, e vengono illustrati i cambiamenti e i segni, più o meno evidenti, che questi processi provocano su chioma e cuoio capelluto.
Un ulteriore aggravamento che va considerato dipende dall’esposizione alla radiazione solare. In particolare la componente ultravioletta genera stress ossidativo e provoca a livello cellulare alterazioni talvolta irreversibili.
Vengono quindi prese in esame le strategie che consentono di ridurre o quanto meno ritardare gli effetti dell’invecchiamento, ovvero trattamenti cosmetici e terapeutici basati sull’utilizzo di sostanze, sia naturali sia di origine sintetica, capaci di preservare la struttura e le proprietà intrinseche dei capelli, e al contempo contrastare i danni a cui possono essere esposti nel corso del tempo.[…]

Does hair get old too?
Anti-aging hair care strategies

Like skin, hair undergoes changes both due to intrinsic factors, which are associated with chronological aging, and to aspects like the external environment, physical and chemical stress or nutritional deficiencies and bad lifestyles. In particular, sunlight-induced photoaging is a form of natural aggression with repercussions on the health of the hair and also of the scalp. Aging processes are an aesthetic problem in terms of color, quantity and quality alteration of fibers, but they are also at the basis of changes at microscopic and biochemical levels. In addition to the progressive graying, the most evident signs of hair aging are, in men and women alike, even if with a slightly different distribution and evolution, thinning and less density, up to diffused loss. To counteract or at least delay this phenomenon, treatments can be applied to preserve the integrity and the general appearance of the hair. Therefore, the cosmetic and pharmaceutical industries develop innovative hair care products, which are not limited to cleansing, since they also associate other specific functional properties. The regular application of trichological formulations containing compounds with strengthening, conditioning, photoprotective and antioxidant actions, in combination with micronutrients taken through alimentation or oral supplements, represents a winning strategy.

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