4 chiacchiere con… Euro Cosmetic

Intervista a Daniela Maffoni e Cinzia Benigni

I dati relativi a indagini di mercato del comparto cosmetico effettuate durante i primi mesi dell’anno in piena emergenza COVID-19 hanno evidenziato gli effetti inevitabili del blocco di molte attività, a seguito delle misure attuate per contrastare il contagio, oppure di chiusure volontarie, insieme a una frenata dei consumi in generale e il conseguente adeguamento delle attività produttive. A livello mondiale si stima nell’anno un calo della domanda di cosmetici superiore al 25%. Sono stati segnalati importanti casi di riconversione produttiva. Sarà necessario fronteggiare le modificate abitudini di consumo con inevitabili effetti sulle tipologie di distribuzione. Questi sono solo alcuni degli effetti che sono stati riportati nello scenario illustrato in un’indagine flash condotta da Cosmetica Italia riferita al periodo marzo-aprile 2020.
Abbiamo incontrato Daniela Maffoni e Cinzia Benigni, rispettivamente Amministratore delegato e Direttore tecnico di Euro Cosmetic, per rivolgere loro alcune domande relative al comparto cosmetico nelle varie fasi dell’emergenza.


D. Questa emergenza ha avuto un impatto particolarmente significativo sul territorio del bresciano e sul vostro settore di riferimento. Quali necessità avete dovuto fronteggiare nell’immediato?
R Daniela Maffoni (DM). Dalle nostre pianificazioni di sviluppo del business e di crescita aziendale, per il 2020 avevamo già previsto un lavoro intenso e ricco di avvenimenti. Il fenomeno della pandemia si è inserito in questo contesto già animato e far fronte in modo rapido al cambiamento non è stato semplice.
In particolare, la nostra azienda, che si occupa di prodotti cosmetici per l’igiene della persona, ha dovuto affrontare un’emergenza sanitaria senza precedenti. Uno dei nostri prodotti è diventato fondamentale per la comunità: mi riferisco al gel igienizzante mani. Da poche migliaia di pezzi all’anno a oltre 5 milioni di pezzi con 1000 tonnellate di bulk/formula da fabbricare in pochissimi mesi. Ma non solo, anche le quote di prodotti per la detergenza del corpo hanno stravolto le previsioni.

D. Per Euro Cosmetic quella del lockdown è stata una fase di accelerazione e di cambiamento, sia a livello di produzione sia a livello di organizzazione. Che ruolo ha avuto la digitalizzazione nella capacità di rispondere all’emergenza?
R (DM). Euro Cosmetic è nota per la sua flessibilità e capacità di essere reattiva di fronte alle richieste, spesso complesse, dei clienti; in questo frangente, uno strumento di efficienza e qualità è stato sicuramente rappresentato da un buon sistema informativo e gestionale sul quale ci appoggiamo.
A livello direzionale lo scopo è un risultato di analisi del business rapido che consente una rilevazione dei valori commerciali attraverso un monitoraggio costante degli andamenti delle vendite, la rotazione delle famiglie dei prodotti e la lavorazione dei budget. Per il reparto di pianificazione e produzione, l’obiettivo è conoscere il dato certo delle giacenze: un sistema di controllo e qualità che illustra la fotografia reale è fondamentale per consentire alla direzione di stabilimento di pianificare e intervenire prontamente sulle emergenze. In continua evoluzione, ci stiamo abilitando per la fabbricazione 4.0; questo è l’obiettivo per consolidare i clienti attraverso un servizio di domanda e risposta che tempo fa avrebbe richiesto diversi giorni.

D. Siete ricorsi al lavoro a distanza? Siete riusciti a organizzarlo in tempi record?
R (DM). In verità eravamo già pronti ad affrontare il lavoro a distanza. Per la tipologia di attività da noi svolta, appartenendo alla “categoria chimica”, durante la “fase 1” dell’emergenza non abbiamo mai chiuso l’azienda e alcune persone hanno potuto intraprendere questo processo di lavoro in modalità smart working. Tutto ciò che viene svolto con relazioni digitali, ad esempio marketing e acquisti, è stato gestito in periferico da casa.
La parte più complessa, che prevede la presenza in azienda del personale per motivi pratici e di processo di fabbricazione e confezionamento, è stata gestito in conformità alle norme imposte dai vari decreti. Le nostre procedure e l’attività di monitoraggio continuo attraverso il sistema gestionale hanno continuato a funzionare con l’alternanza di personale in sede.

D. Passiamo a parlare di filiera cosmetica e in particolare di materie prime cosmetiche: secondo voi l’emergenza COVID-19 come ha impattato e impatterà sulla filiera, soprattutto in riferimento alle materie prime cosmetiche?
R (DM). Indubbiamente l’emergenza COVID ha avuto un impatto molto forte sia nell’ambito della Ricerca & Sviluppo sia in quello della pianificazione della produzione. Le aziende cosmetiche hanno voluto, ma soprattutto dovuto, intraprendere una decisa manovra per rispondere all’impennata richiesta di prodotti per la pulizia e la detergenza, sia di saponi liquidi, bagno e docciaschiuma, shampoo, sia di prodotti più specifici come i gel igienizzanti a base alcolica usati per consentire l’igiene delle mani, anche in assenza di acqua.
Per le materie prime, in un brevissimo lasso di tempo si è manifestata una grande difficoltà di approvvigionamento di alcol, l’ingrediente principe di questa tipologia di gel igienizzanti, tant’è che è stato contingentato. Fortunatamente, le Autorità hanno adottato una serie di “concessioni” che, pur salvaguardando la sicurezza del prodotto, hanno aumentato le possibilità di approvvigionamento di alcol. Tuttavia, la disponibilità inadeguata di alcol rispetto alla domanda sussiste.
Un analogo problema di approvvigionamento è stato riscontrato per gli altri componenti tipici di questi prodotti, come gli addensanti, e persino per il packaging.

D. A vostro parere, nota la difficoltà di approvvigionamento, le formule potrebbero cambiare?
R Cinzia Benigni (CB). Questa prima ondata di gel igienizzanti è stata caratterizzata dal fatto che erano (e sono) prodotti piuttosto simili tra di loro, accomunati da un’elevata concentrazione di alcol al quale sono affidati l’attività igienizzante e la praticità nell’utilizzo del prodotto che non necessità di acqua e si asciuga rapidamente sulle mani. Con il passare del tempo le proposte potrebbero diversificarsi presentando degli ingredienti aggiuntivi caratterizzanti come oli dalle riconosciute proprietà antimicrobiche (ad esempio Tea tree oil), estratti vegetali dalle proprietà lenitive (ad esempio Aloe, Camomilla e Calendula) oppure con ingredienti legati alla protezione e all’idratazione della pelle (glicerina, pantenolo, ecc.).

D. Come si potrebbe valutare questo particolare momento in termini di… opportunità?
R (DM). Questo momento difficile e drammatico rappresenta per le aziende cosmetiche di detergenza un’indubbia opportunità da cogliere a livello di volumi prodotti, ma anche dal punto vista del know-how ha portato e continuerà a portare allo sviluppo di nuove formulazioni, e pertanto ad avere a disposizione un parco di proposte più ampio.

D. Restando in tema di ingredienti, spostiamo l’attenzione ai conservanti che negli anni sono sempre stati oggetto di dibattiti e polemiche: una recente indagine condotta in Europa da Mintel indica che quanto accaduto ha modificato i criteri di scelta anche per la categoria cosmetica e al primo posto c’è la sicurezza. Cosa ne pensate?
R (CB). Di questo argomento ne potremmo parlare per ore, in quanto lo affrontiamo quotidianamente, ma cerchiamo di condensare il pensiero in poche righe. Accanto a un regolamento europeo sempre in evoluzione sull’uso dei conservanti, che deriva da studi attenti e scrupolosi da parte del comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori, purtroppo si è introdotta in modo sempre più insidioso una “normativa”, chiamiamola così, di marketing che riesce comunque a imporre i suoi divieti e a diventare vincolante per le case cosmetiche che vogliono e devono giustamente vendere, e di conseguenza per i cosmetologi che sviluppano le formule. Purtroppo blogger, influencer, siti e giornali di varia estrazione decretano ciò che fa bene e ciò che fa male in modo svincolato dagli studi del Comitato, dalla letteratura scientifica e dalla scienza cosmetologica. Credo che ognuno di noi sia stato investito dalla fobia nei confronti dei parabeni. Questa situazione può creare parecchi problemi sia a livello di formulazione sia a livello di stabilità microbiologica, che deve essere sempre garantita, soprattutto in prodotti ricchi di estratti e sostanze naturali che possono costituire un substrato di crescita per i microrganismi. Bisogna tenere ben presente che il consumatore va salvaguardato sia dall’esposizione chimica sia dalla contaminazione microbica; non solo, riducendo il parco di conservanti disponibili si ottiene come risultato un’esposizione del consumatore a poche sostanze, ma in quantità maggiore e più frequentemente, aumentando il rischio di fenomeni di sensibilizzazione. Per cui ben venga un ripensamento a livello mediatico, perché per gli addetti ai lavori, dal Comitato ai produttori finali, la sicurezza del consumatore è al primo posto.

D. Riprendo un breve estratto della ricerca: “Il trend intravede un aumento di prodotti beauty senza acqua nelle formule, per ridurre a zero la contaminazione anche dovuta a errori di utilizzo da parte dei consumatori e gli sprechi ambientali”. Che ne pensate di questa affermazione? Anche voi avete monitorato una tendenza verso formule senz’acqua?
R (CB). Abbiamo ricevuto alcune richieste per lo sviluppo di prodotti di questo tipo. L’impressione allo stato attuale è che restino prodotti di nicchia, ma il mercato riesce sempre a sorprendere. Al nostro interno abbiamo messo a punto diversi prodotti in stick che sposano questo concetto. Crediamo che questa tipologia di cosmetico possa essere valida per certe applicazioni (ad esempio le maschere); tuttavia, laddove si intende ottenere un’azione di idratazione, ritengo che l’assenza di acqua limiti parecchio l’efficacia, riconducendola soltanto a un effetto di riduzione dell’evaporazione transepidermica dai nostri tessuti all’esterno, senza che ci sia l’apporto di acqua dall’esterno verso l’interno.

Pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020

Biossido di titanio (TiO2)

Arianna Brunoro • Biologa ed esperta in tossicologia regolatoria, Toxicon, Pavia – arianna.brunoro@toxicon.it


Classificazione ed etichettatura armonizzata del biossido di titanio (TiO2)

Il biossido di titanio (TiO2) è una sostanza utilizzata in un’ampia gamma di settori, come i cosmetici, i medicinali, gli alimenti, nella ceramica, negli imballaggi, nell’edilizia, nelle componenti automobilistiche e nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche. In particolare, grazie alla sua capacità di dispersione e di assorbimento della luce ultravioletta, da oltre un secolo viene ampiamente utilizzato come colorante e il mercato globale dovrebbe superare il valore di 25 miliardi di euro nel 2025.
Considerato l’ampio utilizzo del biossido di titanio in relazione ad alcuni elementi di preoccupazione messi in evidenza dalla comunità scientifica, il TiO2 è stato oggetto di particolare attenzione in riferimento alla sua azione come cancerogeno. In particolare, nel 2016 la Francia ha presentato una proposta di classificazione ed etichettatura armonizzata (CLH) per il TiO2 come cancerogeno 1B per inalazione (Carc. 1B H350i – Può provocare il cancro se inalato). Tuttavia, il comitato per la valutazione dei rischi (Risk Assessment Committee, RAC) non ha confermato la classificazione inizialmente proposta, in quanto sembrerebbe non essere supportata dai dati attualmente disponibili e in particolare relativi al meccanismo di tossicità con cui il TiO2 agisce a livello polmonare. È così che nel 2017 è stato adottato il parere del RAC al fine di stabilire una CLH per il TiO2: la sostanza è classificata come cancerogeno 2 per inalazione (Carc. 2 H351i – Sospettato di provocare il cancro se inalato) (1,2).
Considerando il parere adottato sulla proposta di CLH, il Regolamento CLP è stato modificato dalla Commissione con il Regolamento delegato (UE) n.2020/217 che costituisce il 14° adeguamento al progresso tecnico e scientifico (ATP). Il presente Regolamento si applica a decorrere dal 1° ottobre 2021. Da ricordare che, prima di tale data, la sostanza potrà ancora essere classificata, etichettata e imballata a norma del Regolamento (CE) n.1272/2008 modificato (3,4).

Tossicologia del TiO2

L’azione cancerogena sul polmone a seguito di esposizioni per via inalatoria al TiO2 costituisce da diversi anni un elemento di criticità, nonché oggetto di attenzione da parte della comunità scientifica. Attualmente non sono disponibili dati sperimentali sulla cancerogenicità del TiO2 per via orale o per via cutanea. Per contro, negli studi condotti per via inalatoria o per somministrazione per via intratracheale del TiO2 negli animali sono stati riportati tumori polmonari associati a un meccanismo da sovraccarico, con una compromissione della normale eliminazione delle particelle a livello polmonare. Pertanto, lo sviluppo del tumore indotto dal TiO2 non è determinato dal contatto diretto delle particelle di TiO2 con le cellule polmonari epiteliali, ma dall’elevato carico di particelle di TiO2 da parte dei macrofagi che, modificando la loro normale funzione e attività, attivano una marcata risposta infiammatoria a livello polmonare che determina il successivo sviluppo tumorale. Il meccanismo d’azione alla base della cancerogenicità polmonare osservata non può essere considerato un meccanismo di tossicità intrinseca; si tratta piuttosto di un meccanismo di azione comune a una più ampia classe di particelle note come “particelle scarsamente solubili a bassa tossicità” (Poorly Soluble particles of Low Toxicity, PSLT).
Nel suo parere scientifico, il RAC ha proposto di classificare tale sostanza come cancerogena di categoria 2 per inalazione, ritenendo che: “Dato che la cancerogenicità polmonare indotta dal TiO2 è associata all’inalazione di particelle di biossido di titanio respirabili, alla ritenzione e alla scarsa solubilità delle particelle nei polmoni, nella voce relativa al biossido di titanio è opportuno includere la definizione delle particelle di biossido di titanio respirabili. Si ritiene che le particelle depositate, ma non i soluti di biossido di titanio, siano responsabili della tossicità osservata nei polmoni e del successivo sviluppo tumorale. Al fine di evitare la classificazione ingiustificata di forme non pericolose della sostanza, è opportuno stilare note specifiche per la classificazione ed etichettatura della sostanza e delle miscele che la contengono. Inoltre, poiché in caso di uso di miscele contenenti biossido di titanio si potrebbero formare polveri o goccioline pericolose, è necessario informare gli utilizzatori in merito alle misure di precauzione da adottare per ridurre al minimo il rischio per la salute umana” (2,3).

La nuova classificazione armonizzata del TiO2: novità e ricadute operative

Le novità introdotte a seguito della CLH del TiO2 porteranno numerosi cambiamenti che riguarderanno:
• il profilo di pericolosità;
• la classificazione delle miscele contenenti TiO2;
• l’eventuale etichettatura di pericolo per la sostanza e per alcune miscele contenenti TiO2 (3).

Profilo di pericolosità del TiO2
La classificazione e l’etichettatura del TiO2, che è stata di recente introdotta nell’Allegato VI del Regolamento CLP, è riportata in Tabella 1.
Elemento fondamentale per la corretta definizione della classificazione è la descrizione di particelle di biossido di titanio respirabili; in particolare, il Regolamento stabilisce che il TiO2 deve essere classificato come Carc. 2 H351i quando è in polvere e contiene particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm in quantitativi ≥1%.
Inoltre, considerando il meccanismo d’azione con cui il TiO2 determina lo sviluppo del tumore a livello polmonare, basato sull’inalazione di particelle respirabili di TiO2, sono state introdotte le note V, W e 10 che devono necessariamente essere prese in considerazione quando si valuta il TiO2 sia come sostanza tal quale sia quando presente in miscela.
• Nota V: quando la sostanza deve essere immessa sul mercato in forma di fibre (diametro <3 μm, lunghezza >5 μm e rapporto d’aspetto ≥3:1) o particelle che soddisfano i criteri relativi alle fibre dell’OMS o in forma di particelle aventi una chimica della superficie modificata, le proprietà pericolose devono essere valutate a norma del titolo II del presente Regolamento (CLP), per accertare se debbano essere applicate una categoria superiore (Carc. 1B o 1A) e/o vie aggiuntive di esposizione (via orale o cutanea).
• Nota W: è stato osservato che il pericolo di cancerogenicità della sostanza sorge quando il quantitativo di polveri respirabili inalato è tale da compromettere in misura significativa i meccanismi polmonari di espulsione delle particelle. La presente nota mira a descrivere la particolare tossicità della sostanza e non costituisce un criterio di classificazione a norma del presente Regolamento (CLP).
• Nota 10: la classificazione come cancerogeno per inalazione si applica unicamente alle miscele sotto forma di polveri contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio sotto forma di, o incorporato in, particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm.

Pertanto, la sostanza TiO2 è classificata come Carc. 2 H351i se:
• è in forma di polvere;
• contiene l’1% o più di particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm. Per contro, se le particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm sono inferiori all’1%, la classificazione come Carc. 2 H351 non si applica (3,4).

Classificazione ed etichettatura delle miscele contenenti TiO2
Secondo la Nota 10, una miscela contenente TiO2 è classificata come Carc. 2 H351i se è in polvere e contiene l’1% o più di biossido di titanio che è sotto forma o incorporato in particelle, con un diametro aerodinamico ≤10 μm. Se la miscela in polvere contiene meno dell’1% di particelle con diametro aerodinamico ≤10 μm, non è necessaria alcuna classificazione di pericolo.
Sono state stabilite, inoltre, nuove regole di etichettatura per le miscele contenenti TiO2, in base allo stato fisico della miscela.
In particolare, l’etichetta dell’imballaggio delle miscele liquide contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio di diametro aerodinamico pari o inferiore a 10 μm deve recare la seguente indicazione:
• EUH211: Attenzione! In caso di vaporizzazione possono formarsi goccioline respirabili pericolose. Non respirare i vapori o le nebbie.

L’etichetta dell’imballaggio delle miscele solide contenenti ≥1% di particelle di biossido di titanio deve recare la seguente indicazione:
• EUH212: Attenzione! In caso di utilizzo possono formarsi polveri respirabili pericolose. Non respirare le polveri.

Inoltre, l’etichetta dell’imballaggio delle miscele liquide e solide non destinate alla vendita al pubblico e non classificate come pericolose, che sono etichettate con l’indicazione EUH211 o EUH212, deve recare l’indicazione EUH210 (Scheda dati di sicurezza disponibile su richiesta) (3,4).

Regolamento CLP e prodotti cosmetici

L’art.1.5 del Regolamento CLP stabilisce che il Regolamento non si applica alle sostanze e alle miscele che sono prodotti cosmetici, come definiti nella Direttiva 76/768/CEE (abrogata dal Regolamento (CE) n.1223/2009), allo stato finito, destinati all’utilizzatore finale (5).
Per contro, le sostanze o le miscele utilizzate in cosmetici, ma che non sono ancora allo stato finito destinate all’utente finale, devono rispettare le disposizioni del Regolamento CLP. Questo significa che i fornitori di questi prodotti devono classificarli, etichettarli e imballarli in conformità al Regolamento CLP. Inoltre, questi produttori o importatori sono tenuti a notificare le sostanze pertinenti in linea con le disposizioni sulla notifica all’inventario C&L, a meno che non abbiano già registrato la sostanza ai sensi del Regolamento REACH (6).
A fronte della nuova classificazione del TiO2, sarà necessario verificare e, se opportuno aggiornare la classificazione e l’etichettatura del TiO2, sia come materia prima tal quale sia quando utilizzato in miscele successivamente impiegate nella formulazione di cosmetici finiti.
Il Regolamento cosmetici stabilisce all’art.15 (Sostanze classificate come sostanze CMR) che: “L’utilizzo, nei prodotti cosmetici, di sostanze classificate come sostanze CMR di categoria 2, ai sensi dell’Allegato VI, parte 3 del Regolamento (CE) n.1272/2008 è vietato. Tuttavia, una sostanza classificata nella categoria 2 può essere utilizzata nei prodotti cosmetici se è stata sottoposta alla valutazione del SCCS e dichiarata sicura per l’utilizzo nei prodotti cosmetici. A tal fine, la Commissione adotta le misure necessarie secondo la procedura di regolamentazione con controllo, di cui all’art.32, paragrafo 3 del presente Regolamento” (5).
Sulla base di tale disposizione, una sostanza CMR di categoria 2 è automaticamente vietata dall’uso nei cosmetici, a meno che non si applichi un’esenzione.
Attualmente, ai sensi del Regolamento sui prodotti cosmetici dell’UE, il TiO2 è autorizzato per l’uso in due applicazioni specifiche: (i) come colorante (Allegato IV voce 143); (ii) come filtro UV con una concentrazione fino al 25% (Allegato VI voce 27). Il TiO2 viene anche utilizzato come filler nei cosmetici, ma quest’uso non è soggetto a restrizioni specifiche ai sensi del Regolamento cosmetici.

Tuttavia, le attuali applicazioni si basano sul fatto che il TiO2 non era considerato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione. Gli esperti della Commissione europea riconsidereranno la sicurezza del TiO2 nei cosmetici, alla luce della classificazione della sostanza come cancerogena.
Nel gennaio 2020, l’industria ha presentato un dossier a sostegno della sicurezza del TiO2 ai sensi dell’art.15.1. Poiché la forma nano del TiO2 è già soggetta a restrizioni, come stabilito alla voce 27bis dell’Allegato VI del Regolamento (CE) n.1223/2009 (ovvero non deve essere utilizzato nelle applicazioni che possano comportare un’esposizione dei polmoni dell’utilizzatore finale per inalazione), il nuovo dossier copre solo la forma non nano del TiO2. Più specificamente, questo dossier è limitato agli usi del TiO2 (non nano) nei prodotti cosmetici che possono provocare l’esposizione del consumatore per via inalatoria (ovvero in forma di aerosol, spray e prodotti in polvere). Il comitato scientifico CSSC ha approvato il mandato della Commissione per valutare la sicurezza del TiO2 il 5 febbraio (7). SCCS valuterà se, alla luce della nuova classificazione come cancerogeno di categoria 2, il TiO2 è sicuro per l’uso nei prodotti cosmetici:
• se usato come filtro UV nei prodotti cosmetici fino a una concentrazione massima del 25%, secondo l’attuale voce 27 dell’Allegato VI;
• come colorante, secondo la voce 143 dell’Allegato IV;
• come ingrediente in tutti gli altri prodotti cosmetici.

Inoltre il Comitato, nel caso in cui consideri una concentrazione massima del 25% non sicura, dovrà determinare anche quale concentrazione è considerata sicura per l’uso nei prodotti cosmetici. L’SCCS dovrà valutare ulteriori preoccupazioni riguardo all’uso del biossido di titanio nei prodotti cosmetici e avrà sei mesi di tempo per preparare il suo parere.

Conclusioni

Alla luce della nuova classificazione del TiO2 come cancerogeno 2 per inalazione, le aziende dovranno concentrarsi e porre particolare attenzione:
• sia agli aspetti inerenti agli obblighi stabiliti dal Regolamento CLP, quindi all’eventuale necessità di classificazione ed etichettatura del TiO2, sia come sostanza sia per le miscele che lo contengono;
• alle ripercussioni sugli usi che questa classificazione di pericolo potrebbe avere. In particolare, occorrerà attendere le conclusioni dell’SCCS per capire quali saranno le disposizioni specifiche per la forma non nano del TiO2 e se nuove considerazioni o criticità emergeranno sull’utilizzo del TiO2 nei prodotti cosmetici.

Bibliografia
1. Website ECHA. Ricerca come titanium dioxide, echa.europa.eu/it/registry-of-clh-intentions-until-outcome/-/dislist/details/0b0236e18075daff
2. RAC Opinion (2017) Proposing harmonised classification and labelling at EU level of Titanium dioxide.
3. Regolamento delegato (UE) 2020/217 della Commissione del 4 ottobre 2019 che modifica, ai fini dell’adeguamento al progresso tecnico e scientifico, il Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele, e che rettifica lo stesso Regolamento.
4. Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele che modifica e abroga le Direttive 67/548/CEE e 1999/45/CE e che reca modifica al Regolamento (CE) n.1907/2006.
5. Regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici.
6. Website ECHA. Scope and exemptions under CLP. Question and answer.
7. Scientific Committee On Consumer Safety (SCCS). Request for a scientific opinion on Titanium dioxide (TiO2) (CAS/EC numbers 13463-67-7/236-675-5, 1317-70-0/215-280-1, 1317-80-2/215-282-2) used in cosmetic products.

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 3, 2020

Prodotti solari ed ecosistema marino

Laura Busata, Stefano Francescato, Gianni BarattoUnifarco, Santa Giustina (Belluno), laura.busata@unifarco.it


Il cambiamento climatico è la principale sfida globale del nostro tempo.
I rapidi cambiamenti del clima nel corso degli ultimi decenni hanno già provocato impatti diffusi nella società e negli ecosistemi naturali, compreso l’ambiente marino. Uno degli obiettivi principali di un formulatore è capire come sviluppare prodotti solari sicuri ed efficaci, considerando la crescente attenzione e la consapevolezza del consumatore riguardo al loro impatto ambientale, in particolare sull’ecosistema marino.
Sono stati condotti numerosi studi per indagare su questo argomento, focalizzando l’attenzione sull’impatto negativo che i filtri UV possono avere, in particolare nei confronti dei coralli. Gli esperimenti finora realizzati hanno utilizzato concentrazioni di filtri UV significativamente superiori alle quantità generalmente riscontrate nell’ambiente marino. Sono quindi necessari ulteriori studi prima di poter trarre conclusioni definitive. Tuttavia, considerando i principali risultati emersi, è necessario un approccio proattivo nella formulazione e rimozione di alcune sostanze chimiche specifiche che dovrebbe avere un impatto positivo sugli oceani, senza compromettere l’educazione del pubblico sull’importanza della fotoprotezione.

Suncare products and marine ecosystem
Environmental impact studies and formulation’s tips
Climate change is the defining global challenge of our time. Rapid changes to the global climate over the past several decades, have already resulted in widespread impacts across human societies and natural ecosystems, including marine environment.

One of the main goals for a formulator is understanding how to develop safe and effective sun care products, considering the great consumer’s attention and awareness about their environmental impact, especially on the marine ecosystem.
Many studies have been carried out to investigate this topic, focalizing the attention on UV filters negative impact on corals. The experiments carried out so far have used concentrations of sunscreens and sunscreen components significantly higher than what is generally found in the marine environment. Further research is thus needed before firm conclusions can be reached.
However, considering the studies main results, a proactive approach in formulation is required and the removal of some specific chemicals should be positively beneficial to the ocean, without detracting from educating the public on the importance of photoprotection.

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Metodi in silico per la valutazione della sicurezza dei cosmetici

Alberto Manganaro • Kode Chemoinformatics, Pisa – a.manganaro@kode.srl


Con i metodi in silico si indicano un insieme di tecniche che permettono di ottenere informazioni su proprietà chimico-fisiche e attività biologiche di composti chimici, unicamente utilizzando strumenti informatici (il termine deriva dal parallelo con i test in vivo e in vitro). In particolare, uno dei metodi più rilevanti in tale ambito è rappresentato dalla Relazione quantitativa struttura-attività (Quantitative Structure-Activity Relationship, QSAR).
Il campo del QSAR, nato e usato nel mondo farmacologico per il drug design già da lungo tempo, si è notevolmente sviluppato negli ultimi decenni, trovando nuovi ambiti di applicazione. Nello specifico, negli ultimi anni è cresciuto un particolare interesse verso i QSAR per l’utilizzo ai fini delle valutazioni di proprietà (eco)tossicologiche, in particolare delle sostanze chimiche più in generale e degli ingredienti impiegati nelle formulazioni cosmetiche, nello specifico. Una spinta allo studio e all’approfondimento dei metodi in silico è sicuramente venuta anche dal fronte regolatorio: da una parte dal Regolamento (CE) n.1907/2006 (il Regolamento REACH), che motiva in modo conciso un principio essenziale dell’articolato, ovvero la volontà di promuovere lo sviluppo di metodi alternativi per la valutazione dei pericoli che le sostanze comportano; dall’altra perché viene ribadito che l’attuazione del Regolamento REACH dovrebbe basarsi sul ricorso, ogni volta che sia possibile, a metodi di prova alternativi atti a valutare i pericoli che le sostanze chimiche comportano per la salute e per l’ambiente. Questo fa sì che l’uso degli animali (ovvero dell’esecuzione di test in vivo) dovrebbe essere evitato ricorrendo a metodi alternativi validati dalla Commissione, da organismi internazionali oppure riconosciuti dalla Commissione o dall’Agenzia come idonei a soddisfare le prescrizioni in materia di informazione imposte da REACH. Anche il Regolamento (CE) n.1272/2008 (CLP) rincalza su questo fronte, affermando che qualora debbano essere effettuati nuovi test sperimentali al fine di indagare una proprietà intrinseca di una sostanza/miscela (per poterne stabilire la classificazione e la conseguente etichettatura), le prove sugli animali vengono effettuate soltanto se non esistono alternative che offrano adeguata attendibilità e qualità dei dati. A questi si affianca, considerando il mero ordine cronologico dei regolamenti europei, il Regolamento (CE) n.1223/2009 (sui prodotti cosmetici), dove è stato fissato un calendario delle scadenze, in corrispondenza delle quali viene fatto divieto di commercializzare prodotti cosmetici la cui formulazione finale, i cui ingredienti o combinazioni di ingredienti siano stati testati su animali. […]

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La cura della pelle al di là dei geni

Daniele Vasconcelos • European Master in Translational Cosmetic and Dermatological Sciences, Novara – dscalcov@gmail.com
Federica Pollastro • Dipartimento di Scienze del Farmaco, Novara – federica.pollastro@uniupo.it


Siamo DNA: ciò che avviene biologicamente nel nostro organismo è determinato dal codice genetico individuale. Tuttavia, è errato pensare che il genoma, seppur definito, non possa essere influenzato nella sua espressione fenotipica, per cui sarebbe più corretto affermare che noi siamo fenotipo. Questo è esattamente il campo in cui si muove l’epigenetica, una scienza recente che si occupa dei cambiamenti fenotipici: variazioni del grado di attivazione dei geni senza che questi ultimi varino la loro sequenza, quindi senza modificare il DNA. Il particolare fenomeno biologico determina ciò che è definito “epimutazione”, che comprende una serie di fattori non-genomici dati da legami covalenti della cromatina a livello del materiale genetico e delle proteine. L’epimutazione genera dei cambiamenti che sono dei segnali fissi molecolari lasciati sul genotipo in modo permanente e ciascuno dei quali può servire per leggere (esprimere) o silenziare (non esprimere) uno o più geni.
Le epimutazioni costituiscono l’epigenoma che non solo è ereditabile, ma è alla base della maggior parte dei processi di differenziamento cellulare, purtroppo anche patologico, e cambia durante la vita di un organismo rispondendo rapidamente a fattori ambientali. […]

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1, 2, 3, click! Ordine fatto, acquisto completato

Diciamoci la verità: chi non l’ha fatto almeno una volta? Per prodotti utili e indispensabili o per uno dei “mai più (senza)”? Io sì! Pur preferendo (in via del tutto personale, sia chiaro) gli acquisti vis-à-vis, durante i quali posso toccare con mano i materiali, vedere i colori e sentire i profumi, lasciando forse meno spazio all’immaginazione, mi rendo conto che i vantaggi dell’ordine online sono innegabili.
L’e-commerce in Italia sta crescendo vertiginosamente: negli ultimi mesi si sono registrate crescite importanti per le vendite dei prodotti “più legati al quotidiano”, a scapito di alcuni settori che si erano consolidati negli anni quali il turismo (probabilmente immaginabile e indubbiamente complice la situazione contingente). In un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore leggiamo: “Ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale che durerà nel tempo e che modificherà fortemente l’economia e l’organizzazione del business di molte aziende, oltre che la società intera. Se fino ad oggi era normale ricevere una pizza a casa, da oggi in poi sarà normale ricevere anche un cacciavite”. E proprio a proposito di cambiamenti che si sono introdotti nelle nostre vite in seguito alla pandemia, secondo i dati elaborati da Netcomm sembra essersi registrato un salto evolutivo di 10 anni compiuto nell’arco di qualche mese: le abitudini di acquisto e i comportamenti dei consumatori italiani si sono spostati a favore dell’e-commerce, che ha garantito continuità di servizio per numerose attività e per i cittadini1.
Restando in tema, Erwin Annys (Head of Unit Support and Enforcement presso ECHA) ha recentemente pubblicato un post su LinkedIn dove ribadisce che ECHA is supporting EU inspectors in protecting consumers when shopping online. They are checking that many everyday product in online shops, for example, toys, textiles, household chemicals, biocidal products and others follow ECHA chemicals regulations.
E quando leggo questi post la mia anima regulatory non si trattiene e…niente…diamole spazio…
Da ricordare che il REACH-EN-FORCE-8 (REF-8)2 punta la sua attenzione proprio sugli obblighi imposti dai regolamenti REACH, CLP e sui prodotti biocidi su sostanze, miscele e articoli venduti online.
Il progetto riguarda i prodotti destinati al grande pubblico e ai professionisti che sono disponibili sui siti web delle aziende stesse e nelle grandi piattaforme di vendita online. Non solo: il Forum di ECHA ha stabilito che il REF-103 per il 2022 sarà focalizzato su controlli integrati di prodotti soggetti a diverse normative. Si prevede che la maggior parte dei prodotti sottoposti a controllo saranno prodotti di consumo.
E perché parlare di questo aspetto su Cosmetic Technology? Da non sottovalutare, ad esempio, il fatto che gli ingredienti utilizzati nelle formulazioni cosmetiche o nei loro imballi sono “fondamentalmente” sostanze (tal quali o in miscela) e cadono nell’ambito di applicazione dei regolamenti REACH e CLP.


1www.consorzionetcomm.it/il-lockdown-triplica-i-nuovi-consumatori-online-in-italia-tra-gennaio-e-maggio
2cnsc.iss.it/?p=2730
3echa.europa.eu/it/-/eu-inspectors-to-check-consumer-products-for-hazardous-substances

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La nuova prospettiva della protezione solare

Giuseppina Viscardi • Creative Cosmetic Consultant – giuseppinaviscardi@tiscali.it
Valentina Strada • Chemist research – valentinairene.strada@gmail.com


Il mercato dei prodotti solari è ricco di proposte per ogni tipo di esigenza e negli ultimi anni sono stati sviluppati moltissimi attivi in grado di completare, con azioni mirate, il lavoro di protezione che svolgono i filtri UV. Tuttavia, la formulazione di prodotti destinati al sun care deve necessariamente avvalersi di materie prime che non siano solo altamente performanti e caratterizzanti, ma soprattutto in grado di lavorare sinergicamente con i filtri, al fine di non ostacolarne l’attività. Di seguito una selezione di materie prime pensate appositamente per supportare e/o facilitare la formulazione di prodotti per la protezione solare di pelle e capelli.

Poly C10-30 Alkyl Acrylate
Polimero versatile per la gelificazione degli oli con punto di fusione attorno ai 55-60°C, è compatibile con un’ampia gamma di oli organici, mentre è difficilmente compatibile con i siliconi. Può essere utilizzato sia in emulsioni olio/acqua sia in acqua/olio. Una delle caratteristiche più interessanti per la formulazione dei prodotti solari è la capacità di agire da “amplificatore” dell’attività delle molecole filtro, poiché è un ottimo disperdente di questa classe di attivi notoriamente di non facile dispersione. Ne deriva che in fase di applicazione del prodotto finito si forma sulla pelle un film più uniforme in cui i filtri sono distribuiti in maniera più omogenea, aumentando così il loro potere filtrante e quindi la loro azione protettiva nei confronti delle radiazioni solari.
Inoltre, grazie alle sue proprietà filmogene, è in grado di aumentare la resistenza all’acqua, non solo dei prodotti solari ma anche di quelli da makeup.
Percentuale d’uso consigliata: 1,5-3%.

Pongamia Glabra Seed Oil
Dai semi della Pongamia si estrae un olio dal colore giallo-bruno ricco in acidi grassi, in saponificabili e pongamol.
La peculiarità di quest’olio è di avere una buona capacità di agire da filtro nei confronti dei raggi UVB. Il suo utilizzo si potrebbe rivelare interessante nei prodotti cosmetici che vantano “un’origine naturale” e potrebbe permettere una diminuzione dei filtri inorganici (biossido di titanio e/o ossido di zinco) che notoriamente influenzano negativamente la texture del prodotto finito, garantendo in ogni caso un buon livello di SPF.
Percentuale d’uso consigliata: 5%.

Titanium Dioxide (and) C12-15 Alkyl Benzoate (and) Polyhydroxystearic Acid (and) Stearic Acid (and) Alumin
L’innovativa dispersione di biossido di titanio rivestito, la cui granulometria è stata attentamente selezionata per avere una distribuzione controllata in uno specifico intervallo (145 nm), offre un ampio spettro di protezione dalla radiazione solare utilizzando un singolo ingrediente attivo e dona una sensazione di leggerezza in applicazione con un impercettibile “effetto bianco”. Permette di formulare prodotti a elevato SPF con la caratteristica di avere da un lato una copertura UVA superiore rispetto al TiO2 tradizionale e dall’altro di mantenere l’elevata protezione UVB come normalmente viene garantita dal biossido di titanio.
Particolarmente consigliato per i prodotti per bambini, per pelli sensibili e in generale per tutti quegli usi in cui è richiesto un fattore di protezione elevato e ad ampio spettro.
È disponibile anche la versione certificata Ecocert in Caprylic/Capeic/Triglyceride con le stesse caratteristiche applicative.
I test sono stati effettuati con emulsioni di diversa tipologia contenenti dal 18 al 22% di prodotto.

Propanedyol dicaprylate
Estere funzionale 100% di derivazione vegetale con un profilo sensoriale simile a quello di un silicone volatile; infatti dopo l’applicazione penetra rapidamente lasciando sulla pelle una sensazione molto morbida e setosa senza appiccicosità.
Non solo è un ottimo disperdente di filtri UV fisici (facilita quindi l’inserimento in formula di elevate percentuali di polveri), ma previene anche la ricristallizzazione dei filtri chimici. Ideale quindi nella formulazione di prodotti solari.

Styrene/Acrylates Copolymer
Si tratta di una polvere cava che lavora come booster di SPF sia con filtri organici sia inorganici. Il suo meccanismo d’azione si basa sulla capacità di deviare con maggiore efficienza la radiazione luminosa, aumentando la probabilità che quest’ultima incontri il filtro contenuto in formula. La sua facilità di impiego, unita all’alta compatibilità con le materie prime di più largo utilizzo, la rende un prodotto trasversale, sfruttabile sia nella formulazione di emulsioni sia in sistemi anidri. Questa materia prima permette di abbassare significativamente la quantità di filtri utilizzati in formula.
Percentuale di utilizzo consigliata: dall’1 al 5%.

Polymethyl Methacrylate (and) Butyl Methoxydibenzoylmethane (and) Ethylhexyl Triazone
Microsfere di PMMA (5 um), al cui interno sono contenuti due filtri liposolubili. Questo sistema consente di migliorare e preservare la fotostabilità dei filtri, coniugando un efficiente sistema di protezione a un texturizzante di largo impiego. Il suo utilizzo è suggerito in particolare per le formulazioni a base acquosa ed è necessario incorporare la polvere a una temperatura inferiorie a 30°C per evitare la possibile separazione dell’involucro dal suo contenuto. La percentuale di utilizzo massima deve tenere conto dei limiti stabiliti dalle normative vigenti.

Polyquaternium-59 (and) Butylene Glycol
Questo poliestere poliquaternizzato è in grado di interagire con le radiazioni UV-B (280-320 nm) preservando e proteggendo la struttura della fibra capillare. La radiazione UV-B è infatti responsabile della degradazione della cistina contenuta nel capello e la riduzione di questo amminoacido ha un importante impatto sulla resistenza meccanica delle fibre che lo compongono. Alcuni test hanno dimostrato che un’esposizione eccessiva alla luce del sole porta nel tempo a un aumento della porosità e dell’effetto crespo. L’inserimento in formula di questa materia prima permette di preservare l’integrità del capello, rendendolo più pettinabile. Il prodotto si presenta in forma liquida ed è facilmente incorporabile nella fase acquosa, in dose consigliata dal 2 al 4%.

Polyamide-2
Il polimero, che si presenta in forma liquida ed è solubile in acqua, è stato sviluppato per fornire una protezione UV ad ampio spettro nei prodotti per la cura dei capelli. La sua struttura contiene un cromoforo interno in grado di assorbire i raggi UV responsabili di danni a vario livello sulla fibra capillare. Gli studi condotti hanno infatti dimostrato che l’esposizione ai raggi UV-A è responsabile della degradazione del colore nei capelli trattati, mentre i raggi UV-B possono causare uno sbiancamento del colore naturale. L’ingrediente, se usato da solo, non può essere oggetto di rivendicazioni SPF, ma deve essere necessariamente abbinato ai classici filtri UVA e UVB.
Adatto sia per formulazioni leave on sia rinse off, la sua percentuale di utilizzo consigliata va dall’1 all’1,4% e risulta stabile in un ampio intervallo di pH (da 3,3 a 12).

 

Approfondimento pubblicato su Cosmetic Technology 3, 2020

Igienizzante alcolico per le mani o acqua e sapone

Irene Martinez Pérez • European Master in Translational Cosmetic and Dermatological Sciences, Novara – irenemartinezpe@gmail.com
Lorella Giovannelli • Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università del Piemonte Orientale, Novara – lorella.giovannelli@uniupo.it


Qual è l’opzione migliore per prevenire il contagio da Coronavirus?

I prodotti a base di alcol hanno azione disinfettante, mentre i saponi sono utili per la detersione delle mani. La questione è: “Quale delle due tipologie è più indicata per contrastare la diffusione del Coronavirus”?
A seguito della diffusione della malattia da Coronavirus (COVID-19), in tutto il mondo sono state intraprese molte azioni per prevenire e ridurre la trasmissione del virus: tra queste ha assunto un ruolo fondamentale la maggiore attenzione alle pratiche igieniche quotidiane. I centri per la prevenzione e il controllo delle malattie raccomandano di “lavarsi spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi o di utilizzare soluzioni, gel o salviettine a base di alcol” (1).
È dunque indispensabile avere chiara la differenza tra detergente e disinfettante per le mani e sapere quale risulta essere più idoneo nelle diverse circostanze.
A febbraio 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha assegnato alla malattia respiratoria causata dal virus SARS-CoV-2, facente parte della famiglia dei Coronavirus, il nome di COVID-19 (Coronavirus disease). Si tratta di virus respiratori umani costituiti da materiale genetico (RNA lineare a filamento singolo) racchiuso da un involucro lipidico, sulla cui superficie sono presenti delle proiezioni, ovvero glicoproteine S (spike) che formano una “corona” (2). Questi virus sono considerati la causa primaria del comune raffreddore (insieme ai Rinovirus), ma sono responsabili anche di sindromi respiratorie severe come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave). Non esistono attualmente trattamenti specifici per le infezioni causate da questi virus, né sono disponibili dei vaccini. Sono in corso studi clinici che prendono in considerazione alcuni farmaci antivirali già in commercio (favipiravir, lopinavir/ritonavir), farmaci sperimentali (remdesivir) e altri farmaci per il trattamento della malaria (clorochina) e dell’artrite reumatoide (tocilizumab, idrossiclorochina) (3). Anche se la maggior parte delle persone affette da Coronavirus comuni guarisce spontaneamente, l’assenza di terapie specifiche per debellare il SARS-CoV-2 conferisce alla prevenzione del contagio un ruolo fondamentale (4).
I Coronavirus si trasmettono facilmente da una persona infetta a un’altra e sono più contagiosi quando il paziente è sintomatico; tuttavia la trasmissione uomo-uomo può verificarsi anche durante il periodo di incubazione asintomatica, compreso tra 2 e 14 giorni (5).
L’infezione si trasmette per via aerea: le goccioline di saliva emesse da una persona infetta quando parla, tossisce o starnutisce sono in grado di contaminare le persone e le superfici sulle quali si depositano. Le goccioline più piccole potrebbero rimanere sospese in aria a lungo: diversi studi dimostrano che il virus rimane vitale e infettivo negli aerosol per più ore e su superfici fino ad alcuni giorni (6). Il virus può essere anche veicolato nell’organismo attraverso il contatto di bocca, naso e occhi con le mani sporche, potenzialmente contaminate. La capacità del virus di vivere così a lungo non fa che sottolineare l’importanza dell’igiene delle mani e della pulizia delle superfici (7).
L’igiene delle mani può essere effettuata fondamentalmente in due modi: mediante detergenza con acqua e sapone o frizionandole con una formulazione a base alcolica (8).
Il lavaggio con acqua e sapone è generalmente considerato il metodo principale per la rimozione dello sporco e dei microrganismi dalle mani. I saponi, in quanto prodotti cosmetici, non possono svolgere un’azione antibatterica. Tuttavia, le loro proprietà detergenti, unite all’accurato frizionamento delle mani e al risciacquo finale con acqua corrente, fanno sì che i saponi siano in grado di abbattere la carica microbica che aderisce allo strato superficiale della pelle. Il tempo totale consigliato per il corretto lavaggio delle mani è di almeno 20 secondi, di cui 10-15 secondi devono essere spesi nell’atto di frizionare meticolosamente ogni parte delle mani (8). Si ritiene, infatti, che questo sia il tempo necessario per il raggiungimento, da parte delle molecole di tensioattivo che compongono il sapone, di tutte le piccole rugosità della pelle in cui potrebbero annidarsi batteri e virus. Inoltre, è indispensabile che il sapone abbia il tempo di esplicare la propria azione detergente (9).
Recentemente l’OMS, al fine di prevenire le infezioni, ha raccomandato di dedicare alla detersione delle mani con acqua e sapone non meno di 40-60 secondi (10).
Le molecole di tensioattivo sono anfifiliche: presentano cioè una porzione idrofila (affine all’acqua) e una lipofila (affine alle sostanze lipidiche), mostrando quindi contemporaneamente proprietà polari e apolari. È questa doppia natura chimica che rende il sapone così efficace (8): i tensioattivi, quando vengono dispersi in acqua in concentrazione superiore a quella micellare critica (CMC), si organizzano in strutture supramolecolari chiamate micelle. Le particelle di sporco, che in genere hanno caratteristiche apolari, rimarranno intrappolate all’interno delle micelle, interagendo con la parte lipofila delle molecole di tensioattivo. Al contrario, le porzioni polari del tensioattivo saranno esposte all’acqua esterna, permettendo la rimozione mediante risciacquo delle strutture formatesi (11).
I virus “avvolti”, come il SARS-CoV-2, presentano un pericapside (involucro) lipidico, la cui struttura è tenuta insieme da interazioni idrofobiche e legami idrogeno, gli stessi che governano la fase di auto-assemblaggio dei virus (12,13). Durante il lavaggio delle mani, il tensioattivo che deriva dal processo di saponificazione è in grado di interagire con l’involucro del virus, danneggiandolo. Le porzioni lipofile delle molecole di tensioattivo, infatti, circondano l’agente patogeno instaurando delle interazioni con i lipidi esterni della capsula del virus: ne conseguono l’alterazione e la destabilizzazione del patogeno. Le micelle che si formano intorno ai frammenti virali vengono infine lavate via nella fase di risciacquo, essenziale per l’allontanamento dello sporco e dei patogeni ad esso adesi. Se è risaputo che non sempre il sapone è in grado di distruggere ogni tipo di virus, è tuttavia altrettanto noto che l’operazione di igienizzazione permette la rimozione meccanica dalla superficie delle mani dei microrganismi, così come dei residui di sporco (11).
Analogamente ai saponi, anche le molecole di alcol presentano una porzione polare e una non polare: quindi l’etanolo (alcol etilico), il 2-propanolo e altri alcoli sono anch’essi in grado di dissolvere le membrane lipidiche virali come quello del SARS-CoV-2.
I disinfettanti per le mani contengono elevate percentuali di alcol: nel caso dell’etanolo se ne raccomanda l’impiego in concentrazioni non inferiori al 60% Vol (12). Sono disponibili tre diverse tipologie di preparazioni a base alcolica: le liquide (soluzioni), le semisolide (gel) e le salviette umidificate (meno sostenibili dal punto di vista economico e ambientale). Le soluzioni contengono, oltre ad alcol e acqua, anche sostanze umettanti quali il glicerolo, il propilenglicole e il sorbitolo, che sono in grado di minimizzare la disidratazione della cute dopo il contatto delle mani con preparazioni acquose ad alto contenuto alcolico. I gel idroalcolici per l’igiene delle mani contengono anche sostanze viscosizzanti, responsabili della maggiore consistenza delle preparazioni: eccipienti ad alto peso molecolare come le cellulose modificate oppure i polimeri acrilici che prolungano il tempo di asciugatura e quindi il tempo di contatto della preparazione con la pelle, incrementando in tal modo l’attività biocida dell’alcol.
Tuttavia, la disinfezione non è sempre preferibile alla detersione (12). Infatti, anche se i disinfettanti per le mani hanno un’attività biocida che il sapone non presenta, non sono altrettanto efficienti nella rimozione di grasso, olio o altra sporcizia. Questo spiega perché, quando sono visibilmente sporche, lavare le mani con acqua e sapone è più efficace che usare disinfettanti a base di alcol (11), oltre al fatto che non tutti i virus presentano l’involucro lipidico e comunque, a seconda della tipologia, possiedono strutture esterne diverse. Per esempio, le spore di Clostridium difficile, avvolte da un rivestimento cheratinico resistente, sono generalmente meno sensibili agli alcol e a tal proposito si ricorda che in questi casi i disinfettanti per le mani non possono rimuovere i microbi dalla pelle.
Ricoprire la superficie delle mani con una formulazione contenente alcol e strofinarle insieme fino ad asciugarle resta la procedura di disinfezione preferita negli ambienti sanitari. Rispetto all’igienizzazione mediante sapone e acqua, infatti, l’impiego di soluzioni e gel a base di alcol risulta essere più veloce e pratico: tali prodotti sono più facilmente fruibili poiché non necessitano di risciacquo (8). Tuttavia, adoperati da soli, i disinfettanti non sembrano avere lo stesso effetto di un convenzionale lavaggio delle mani con sapone (9). La loro applicazione dopo la detersione con acqua e sapone potrebbe fornire un’efficacia maggiore rispetto ai prodotti disinfettanti e ai detergenti utilizzati singolarmente, di cui non si scenderà nel dettaglio dei contesti normativi specifici che disciplinano i diversi prodotti.
Nelle condizioni particolari di sanitari e parasanitari, soprattutto in un periodo così difficile come questo, la detersione e la successiva igienizzazione/disinfezione delle mani sono atti fondamentali, sia prima sia dopo aver indossato i guanti quale essenziale dispositivo di protezione individuale e presidio per la riduzione del rischio di contagio.
I disinfettanti per le mani a base di alcol rappresentano, quindi, il presidio igienizzante migliore soltanto quando sapone e acqua non sono a portata di mano.
In questo periodo di emergenza mondiale, l’igiene delle mani, associata a un prudente distanziamento sociale e all’impiego di dispositivi di protezione individuale, rappresenta una procedura indispensabile per limitare la diffusione del contagio da virus SARS-CoV-2. Il corretto utilizzo dei prodotti cosmetici detergenti e dei disinfettanti a base alcolica può quindi risultare vincente nella riduzione dell’incidenza della malattia COVID-19.

Bibliografia
1. The European Commission (2020) Guidance on the applicable legislation for leave-on hand cleaners and hand disinfectants (gel, solution, etc.).
2. Corum J, Zimmer C (2020) How Coronavirus Hijacks Your Cells. The New York Times March 13, www.nytimes.com/interactive/2020/03/11/science/how-Coronavirus-hijacks-your-cells.html
3. AIFA. Farmaci utilizzabili per il trattamento della malattia COVID-19 (2020).
4. Rezza G, Bella A, Riccardo F et al (2020) Coronavirus – Trasmissione, prevenzione e trattamento. Dipartimento Malattie infettive. Epicentro: L’epidemiologia per la sanità pubblica, Istituto Superiore di Sanità.
5. Lauer SA, Grantz KH, Qifang Bi et al (2020) The incubation period of Coronavirus disease 2019 (COVID-19) from publicly reported confirmed cases: estimation and application. Ann Intern Med doi:10.7326/M20-0504
6. Centers for Disease Control and Prevention (CDC) (2020) Social distancing, quarantine, and isolation keep your distance to slow the spread.
7. Van Doremalen N, Bushmaker T, Morris DH et al (2020) Aerosol and surface stability of SARS-CoV-2 as compared with SARS-CoV-1. N Engl J Med 382(16) doi:10.1056/NEJMc2004973
8. Longtin Y, Sax H, Allegranzi B et al (2011) Hand Hygiene. N Engl J Med 364:e24
9. Thordarson P (2020) The science of soap – here’s how it kills the Coronavirus. The Guardian, March 12
10. OMS. Previeni le infezioni con il corretto lavaggio delle mani (2020).
11. Ferris J (2020) Why Soap Works.
The New York Times, March 13, www.nytimes.com/2020/03/13/health/soap-coronavirus-handwashing-germs.html
12. Howes L (2020) What is hand sanitizer, and does it keep your hands germ-free? Chemical & Engineering News 98(12), cen.acs.org/business/consumer-products/hand-sanitizer-does-keep-hands/98/i12
13. Perlmutter JD and Hagan MF (2015) Mechanisms of virus assembly. Annu Rev Phys Chem 66:217-239

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 3, 2020

 

Circularity: nel nome la promessa di un nuovo modello di sviluppo

Nata nel 2018, Circularity è una startup che si pone un grande obiettivo: rivoluzionare il mondo dei rifiuti in Italia e accompagnare le imprese in un percorso di integrazione della sostenibilità nella loro strategia di crescita per ottimizzare e ridurre il consumo di risorse.
Per farlo ha messo insieme un team di esperti, un’offerta di servizi di consulenza costruiti intorno alle esigenze dei clienti e ha lanciato il primo motore di ricerca per lo sviluppo di percorsi circolari, perché la strada verso un cambio di paradigma produttivo, da lineare a circolare, passa attraverso la capacità di fare rete.


D. Da dove nasce l’idea di Circularity e di che cosa si occupa?
R. Circularity nasce dalla consapevolezza che il modello dell’economia lineare, cioè quello in cui si continuano a estrarre e consumare risorse per produrre beni destinati a finire in discarica una volta terminato il loro ciclo di vita, non è più sostenibile. In Circularity crediamo che i tempi siano maturi per un cambio di paradigma su larga scala, basato sull’integrazione del modello dell’economia circolare nel processo di sviluppo produttivo. Il nostro scopo è aiutare le aziende a ridurre sempre di più la quota di rifiuti non recuperabili che finisce in discarica, fino all’obiettivo Zero Waste. Per farlo abbiamo sviluppato nei primi due anni una serie di percorsi di consulenza e formazione, e abbiamo gettato le basi della nostra piattaforma per la realizzazione e il “calcolo” dell’impatto ambientale di nuovi percorsi circolari; un vero e proprio motore di ricerca dell’economia circolare.

D. Che cosa vuol dire?
R. La piattaforma per il calcolo del percorso circolare funziona come un motore di ricerca, perché consentendo alle imprese industriali di fare rete permette loro di attivare autonomamente percorsi di economia circolare. Questo significa, in ultima analisi, gestire i rifiuti come una risorsa e non soltanto come un costo: gli scarti di un’azienda possono diventare, se opportunamente lavorati, una risorsa per un’altra riducendo il consumo di risorse e la quantità di materiali che finiscono in discarica. La nostra è, infatti, una piattaforma peer-to-peer che mette in contatto le imprese industriali che producono scarti con le imprese che possono riutilizzare quegli scarti nei loro processi di produzione e con gli impianti di trasformazione dei rifiuti che li fanno diventare materie prime seconde per nuovi prodotti. Attraverso la piattaforma, e con il supporto del team di professionisti esperti di sostenibilità e di ingegneria dei materiali di Circularity, in pochi clic le imprese riescono ad analizzare il livello di circolarità dei loro processi produttivi avviando dei circoli virtuosi in cui i materiali vengono riutilizzati e gli sprechi vengono ridotti al massimo, con un duplice vantaggio: le imprese riducono il loro impatto ambientale e ottimizzano i costi di gestione dei loro rifiuti.

D. Perché un’azienda dovrebbe iniziare un percorso di economia circolare?
R. Secondo un Rapporto Ispra 2020 sui Rifiuti Speciali, ossia gli scarti delle attività economiche e produttive, lo smaltimento dei rifiuti delle imprese italiane in discarica e da altre operazioni corrisponde a oltre il 19% del totale dei rifiuti speciali gestiti nel 2018, pari a 29,5 milioni di tonnellate di materiali di scarto. Un dato ancora troppo elevato, insostenibile dal punto di vista ambientale e che genera costi di gestione molto alti per le imprese e per l’ambiente. Questo spreco di risorse e la considerazione che nella pratica i manager delle imprese italiane che si occupano della gestione dei rifiuti lo facciano nell’ottica dello smaltimento nel rispetto delle normative ma raramente in quella della valorizzazione e dell’economia circolare è alla base del nostro progetto e della nostra piattaforma. Gli imprenditori non hanno consapevolezza su cosa accade ai rifiuti “fuori dai cancelli della propria azienda”, sottovalutando la responsabilità estesa del produttore. Circularity punta dunque ad aiutarli diventando un unico coach per le aziende nel loro percorso di integrazione della sostenibilità nel business, in particolare nella sua dimensione ambientale, rendendo sistemico in tutta Italia l’accesso all’economia circolare e facilitando l’attivazione di percorsi virtuosi di recupero, riciclo e riuso.

D. Quali sono i vantaggi che può ottenere un’azienda che opera nella cosmesi?
R. Il primo punto da cui partire è l’analisi accurata degli acquisti. Gli scarti di un processo, infatti, provengono in primo luogo dalle materie prima che entrano in azienda e che poi, lavorate, danno origine appunto a rifiuti o sottoprodotti. Grazie all’esperienza del nostro team di ingegneri siamo in grado di affiancare le aziende facendo una fotografia dei loro acquisti e integrando politiche di sostenibilità che coniughino requisiti tecnici, sostenibilità economica ma anche una prospettiva di minor spreco.
Per le aziende virtuose che ce lo chiedono possiamo offrire il nostro aiuto per sviluppare prodotti formulati con ingredienti ottenuti da fonti rinnovabili e sostenibili, biologici, biodegradabili e prodotti chimici realizzati seguendo i principi della chimica verde.
Un altro aspetto fondamentale per il settore è l’imballaggio sia primario sia secondario; è infatti un elemento cardine per la sua funzione sia protettiva sia estetica e impatta in modo consistente nel ciclo di vita del prodotto. Grazie a Circularity possiamo supportare l’ottimizzazione del profilo ambientale del packaging riducendo l’impatto dei materiali e aumentandone la possibilità di riciclo nel loro fine vita.
Un ultimo tema è quello della distruzione dei prodotti non conformi che oggi per la maggior parte vanno a termovalorizzazione con uno spreco immenso di risorse! Su questo fronte è possibile creare progetti di upcycle.
Gli esperti di Circularity possono affiancare le aziende cosmetiche e aiutarle a integrare il modello dell’economia circolare all’interno del loro modello di produzione. La piattaforma permetterà poi loro di trovare in autonomia i migliori partner per questo percorso.

D. Come funziona la piattaforma?
R. Il servizio prevede un abbonamento che permette di avere accesso alla piattaforma per strutturare il proprio percorso circolare e per calcolare l’impatto ambientale di questo nuovo percorso di gestione dei propri scarti di produzione. Una volta inserita la posizione, l’azienda seleziona l’oggetto della sua ricerca scegliendo tra rifiuto (attraverso il codice EER – Elenco Europeo dei Rifiuti è possibile la massima precisione), sottoprodotto (scarti di produzione che possono essere riutilizzati nel processo di produzione) o End of Waste (materie prime seconde a seguito di un processo di recupero). A questo punto la piattaforma consente di definire le categorie di utenti da includere nella ricerca: produttore di scarti in forma di rifiuti o di sottoprodotti, utilizzatori di sottoprodotti o End of Waste, impianti autorizzati al trattamento di rifiuti speciali, trasportatori autorizzati di rifiuti. Infine, si imposta l’area geografica (distanza in km o regione e provincia di interesse) e si avvia la ricerca. La piattaforma restituisce quindi sulla mappa le informazioni dei soggetti che soddisfano i criteri di ricerca con il relativo rating, un punteggio attribuito da Circularity che permette di sapere di più sulla loro “sostenibilità”, in modo che la scelta dei propri partner tenga conto non solo di variabili come la vicinanza o i costi, ma anche del loro impatto sociale o ambientale. La piattaforma di Circularity genera quindi tutte le informazioni per attivare autonomamente il proprio percorso circolare. I consulenti di Circularity affiancano comunque le imprese abbonate integrando l’esito della ricerca tutte le volte in cui è possibile realizzare una scelta migliore rispetto a quella effettuata.
A questa parte di piattaforma si associa l’accompagnamento del team di Circularity su tutto il processo di integrazione della sostenibiltà nel business fatto da una serie di servizi di formazione e consulenza che rendono Circularity un unico coach per le aziende sull’economia circolare.

D. Una startup innovativa con un progetto molto ambizioso. Ci racconta qualcosa del dream team che ha fondato Circularity?
R. Circularity nasce dalla passione di quattro soci fondatori con competenze e percorsi diversi ma uniti dal comune interesse per la sostenibilità ambientale. Oggi alla guida dell’azienda ci sono due donne: io, che ricopro la carica di CEO di Circularity, e Camilla Colucci, co-founder e Amministratore di Circularity. Per me Circularity rappresenta una tappa naturale dopo una carriera di oltre 15 anni nel mondo della Green Economy e dei servizi ambientali. Nell’arco di questo periodo mi è parso chiaro come l’unica strada per consentire un futuro alla nostra civiltà passi attraverso un modello di sviluppo circolare che faccia della natura la maestra da seguire. Camilla Colucci, che ha 25 anni e una laurea in Psicologia, rappresenta la quarta generazione di una famiglia di imprenditori che operano nel mondo della Green Economy. Camilla porta con sé la carica innovatrice della sua generazione che si esprime nell’amore per l’ambiente e nella fiducia che un cambio di paradigma, capace di innescare innovazione e generare efficienza, sia non solo auspicabile ma anche possibile. Con noi lavora un team giovane di 11 esperti, per lo più ingegneri dei materiali, ma ci sono anche informatici, matematici (come me) e chi ha alle spalle una formazione artistica e filosofica. Noi facciamo da unico punto di riferimento per i clienti sui progetti, ma possiamo avvalerci di centinaia di tecnici e specialisti che provengono dalle nostre partnership strutturali con società di ingegneria ambientale e università riconosciute a livello nazionale e internazionale.

Per informazioni
Camilla Natalini • cosmeticandnutrition@circularity.comwww.circularity.com

SpheraCosmolife

Il nuovo software per la valutazione del rischio degli ingredienti cosmetici

Nell’ambito del progetto LIFE VERMEER (www.life-vermeer.eu), è stato ideato un nuovo software (SpheraCosmolife) per la valutazione in silico del rischio degli ingredienti cosmetici. Il software è stato realizzato per facilitare e armonizzare il processo di valutazione della sicurezza dei prodotti cosmetici. La grande innovazione di questo tool è rappresentata dal fatto che esso è in grado di valutare contemporaneamente sia il pericolo sia l’esposizione di una determinata sostanza impiegata nei prodotti cosmetici. L’attenzione è focalizzata sulla tossicità sistemica e viene calcolato il margine di sicurezza (MoS), considerando come punto di partenza il parametro tossicologico del No Observed Adverse Effect Level (NOAEL) di ciascun ingrediente oggetto di valutazione. Inoltre, il software contiene una serie di modelli QSAR per valutare mutagenicità, genotossicità e sensibilizzazione cutanea. Infine, propone una valutazione basata sull’approccio della Threshold of Toxicological Concern (TTC) integrata a un algoritmo che consente di inglobare l’assorbimento cutaneo all’interno del concetto della TTC. In futuro altre proprietà tossicologiche saranno inserite arricchendo il software di ulteriori funzionalità e possibilità di impiego da parte della funzione R&S aziendale.
Il software può occuparsi dell’elaborazione di più ingredienti contemporaneamente e fare predizioni per gli endpoint per i quali non vi fossero i valori sperimentali. Il software verifica, inoltre, se l’ingrediente sia presente negli allegati del Regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 novembre 2009, sui prodotti cosmetici, grazie alla presenza di un database implementato all’interno del software stesso.
L’impiego del tool SpheraCosmolife, la cui architettura ricalca i bisogni e le esigenze dell’utilizzatore finale, consentirà alle imprese cosmetiche di risparmiare tempo e denaro nel corso della propria attività di R&S, accorciando ad esempio i tempi della valutazione tossicologica e le risorse professionali da dedicare alla redazione del Product Information File (PIF).
Il software è stato presentato il 22 maggio 2020 tramite un webinar completamente dedicato, organizzato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (IRFMN) insieme a SC Sviluppo Chimica e Angel Consulting, e con la collaborazione di Cosmetica Italia e Aispec, Gruppo MAPIC di Federchimica.
Il webinar ha visto la partecipazione di oltre 50 persone, per la gran parte imprese afferenti al comparto cosmetico.
Per il webinar sono stati previsti tre interventi:
1. introduzione generale sul progetto VERMEER e in particolare sul software SpheraCosmolife quale piattaforma in silico tool dedicata specificatamente alla valutazione tossicologica in ambito cosmetico (Dr. Emilio Benfenati, coordinatore per IRFMN del progetto VERMEER);
2. illustrazione, mediante una “demo live”, delle istruzioni preliminari per l’installazione e il primo utilizzo del software, con un focus sulle principali funzioni a disposizione degli utenti, offrendo un esempio applicativo (Dr. Gianluca Selvestrel, IRFMN);
3. l’impatto sul processo di valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico, anche attraverso la proposta di discussione di alcuni “casi pratici” per l’uso del tool nella prassi quotidiana di un’impresa cosmetica (Dr. Matteo Zanotti Russo e Dott.ssa Federica Robino, Angel Consulting).

Al termine è stato inoltre dedicato un ampio spazio alla discussione e alle Q&A a beneficio dei partecipanti interessati.
Emilio Benfenati ha sottolineato un aspetto estremamente importante: ha invitato le imprese cosmetiche a scaricare il software e ad utilizzarlo affinché gli utenti possano mettere in luce agli sviluppatori eventuali elementi che ritengono essere salienti e che potrebbe essere opportuno implementare nelle successive versioni del software; in questo modo il percorso sarà effettivamente corale.
Il tool è scaricabile gratuitamente dal sito web www.vegahub.eu.
Allo stesso sito web sono inoltre disponibili un’utile User Guide per trovare ulteriori informazioni e screenshot esplicativi per l’uso del tool.


Articolo Pubblicato su Cosmetic Technology 3, 2020

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