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I sistemi cosmetici trasparenti sono di grande interesse non solo per il mercato detergente (sistemi micellari), ma anche per il trattamento skin care (micro e nano-emulsioni).
La loro caratterizzazione è molto importante per valutare alcune proprietà rilevanti per l’uso.
Durante le fasi di ricerca e sviluppo di un prodotto cosmetico, infatti, il formulatore deve assicurare standard di qualità e un’adeguata shelf-life. Le nano-emulsioni, ad esempio, pur essendo trasparenti, sono sistemi termodinamicamente instabili. Monitorare il diametro medio delle particelle che compongono la formulazione risulta quindi utile per prevedere l’eventuale instabilità del prodotto e prevenire fenomeni di aggregazione particellare.
Non solo, nel caso dei detergenti, il volume delle micelle formate dai tensioattivi che lo compongono può influenzare la dermocompatibilità del prodotto; maggiore è il diametro delle micelle e verosimilmente minore sarà la loro capacità di asportare i lipidi di barriera dello strato corneo.
Per questo motivo l’analisi dimensionale può rivelarsi un approccio semplice e veloce, molto utile per la caratterizzazione dei sistemi nano-dispersi e per garantire la stabilità chimico-fisica del prodotto nel tempo e la conformità alle sue specifiche.
Nei nostri laboratori l’analisi dimensionale viene effettuata mediante Dynamic Light Scattering (DLS), una tecnica strumentale non invasiva per la misura del diametro idrodinamico di nanoparticelle o colloidi tipicamente sub-micronici, dispersi o solubilizzati in un liquido. Il campione viene illuminato da un raggio laser e le variazioni d’intensità della luce diffusa (scattering) dal campione, generate dal movimento browniano delle particelle, vengono misurate in funzione del tempo. A parità di temperatura e di viscosità, le particelle più piccole si muovono molto velocemente generando variazioni rapide dell’intensità di scattering, mentre le particelle più grandi si muovono più lentamente generando variazioni d’intensità ritardate. Il segnale viene inviato a un autocorrelatore che calcola il coefficiente di diffusione delle particelle, che viene poi convertito in diametro idrodinamico.
L’uso di questa tecnica rappresenta un approccio innovativo che può efficientemente integrare le valutazioni di stabilità accelerata comunemente effettuate durante lo sviluppo di un prodotto cosmetico.

Le indicazioni fornite fino a ora riguardano le performance generiche di un QSAR, ma per la valutazione dell’uso concreto di un modello vanno affiancate al concetto di dominio di applicabilità. Esso serve a fornire un’informazione specifica di quanto possa essere affidabile la singola predizione fatta su un determinato composto.

Igienizzanti, sanificanti, disinfettanti, detergenti, saponi e chi più ne ha più ne metta; sugli scaffali reali e virtuali sono comparsi come funghi negli ultimi mesi. Molto simili o diversi per qualche particolarità, ma con un solo unico obiettivo: assecondare un’incessante richiesta del mercato ad avere prodotti disponibili in grado di soddisfare la necessità di pulizia e di igiene delle mani, in particolare ma non solo se parliamo di disinfezione. Prodotti simili talvolta come formulazioni ma diversi dal punto di vista regolatorio.
Come ben noto, le materie plastiche sono estremamente presenti nelle nostre vite e nella nostra economia. Esse infatti sono sufficientemente leggere, risultano idonee per diversi scopi in contesti di lavoro e domestici, e sono spesso meno costose di altre. Tuttavia, se non vengono correttamente smaltite o riciclate nella fase post-consumo, possono venire abbandonate nell’ambiente dove sono in grado di “sopravvivere” per periodi infinitamente lunghi e degradarsi via via in pezzetti piccoli chiamati “microplastiche”, che sono la causa di grandi preoccupazioni per gli effetti che sono in grado di provocare.
Tutti e tre i meccanismi giocano un ruolo fondamentale per la regolazione dei processi biochimici; possono essere reversibili e si innescano a causa di numerosi fattori di natura ambientale ed esogena (esposizione a raggi solari, stress, fumo, attività fisica, alimentazione, assunzione di anitossidanti) oppure di natura endogena (meccanismi intracellulari). L’aspetto sorprendente è che alcuni degli stessi fattori sono controllabili, soprattutto se di natura esogena, e siamo noi stessi a decidere come. In definitiva, il controllo del fenotipo dipende in parte dal nostro stesso lifestyle, quasi come se fosse un interruttore on-off (Fig.1) (5).