Il benessere è in circolazione

Schermata 2016-12-28 alle 15.50.23Arterie, vene e capillari, sebbene diversi per struttura e funzione, convergono nella continuità della rete vascolare, un insieme regolato da complessi flussi di comunicazione. L’integrazione delle loro funzioni assicura l’equilibrio dell’intero organismo e si traduce in una percezione generale di benessere. Quando fattori famigliari predisponenti, stile di vita o età compromettono l’efficienza circolatoria, un disordine inizialmente circoscritto tende ad estendersi progressivamente e a trasmettersi ad altri comparti circolatori. Ciò suggerisce non solo di sostenere l’efficienza vascolare dei punti più vulnerabili, come le vene degli arti inferiori, ma anche di prevenire squilibri nella perfusione di altri distretti: ad esempio la pelle (couperose), il derma (cellulite), l’intestino (emorroidi).

Fitomedical propone VegeVen® Omeostat Capsule, una formulazione studiata per preservare l’equilibrio d’insieme della circolazione. Nella sua formulazione VegeVen® Capsule racchiude la Salvia cinese, conosciuta per la sua azione regolatrice delle funzioni del microcircolo e della circolazione sanguigna. Protegge la pavimentazione dei vasi (endotelio) e il suo ruolo cruciale nel mantenimento degli equilibri cellulari, delle comunicazioni e degli scambi. Il Rusco che agisce sulle pareti di vene e arterie, riducendo la permeabilità e lo stato infiammatorio, consolida le pareti vascolari, rendendole meno permeabili e soggette all’edema. La Centella che favorisce il mantenimento della normale struttura dei tessuti che circondano e rivestono vene e arterie; stabilizza e consolida i connettivi che circondano i vasi sanguigni, favorendo il mantenimento dell’elasticità fisiologica.

VegeVen® Omeostat Capsule agisce sul tono delle pareti dei vasi sanguigni, favorendo l’equilibrio omeostatico dell’intera circolazione arteriosa e venosa. È sostenuta dalla formulazione, costituita da piante preziose per la salute vascolare, le cui azioni si integrano in una valida sinergia, e dal corretto dosaggio di ciascun componente, utilizzato nelle quantità idonee, indicate dalla letteratura scientifica. Un gel, VegeVen®Omeostat Cremagel, per uso topico, può ottimizzare e prolungare i benefici apportati dalle capsule.

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Reazioni avverse di integratori alimentari a base di piante

Anche se gli integratori alimentari a base di piante (plant food supplement: PFS) sono sempre più popolari e ampiamente disponibili, le informazioni sui loro potenziali rischi sono scarse. Le reazioni avverse collegate al consumo di PFS sono state riportate da diversi Autori, ma la maggior parte delle pubblicazioni sono case report che descrivono un evento acuto specifico, oppure recensioni di casi in una particolare area clinica (cardiovascolare, gastrointestinale, ecc.). Un importante limite delle informazioni riportate finora nella letteratura scientifica è la mancanza di valutazione di causalità; infatti l’associazione tra l’assunzione di uno specifico derivato botanico e l’evento clinico è raramente dimostrata utilizzando biomarker o con sospensione e successiva riesposizione (dechallenge/rechallenge).

Inoltre, il consumo di PFS è di solito stimato sulla base dei dati di mercato e l’import/export di materie prime. Tuttavia, poiché le piante sono utilizzate sia nel campo alimentare che in altre tipologie di prodottii, l’estrapolazione al consumo di PFS è piuttosto difficile. I dati sull’uso di integratori alimentari segnalati dai consumatori sono molto limitati e normalmente includono solo quei prodotti che contengono vitamine e minerali, mentre altri dati disponibili provengono da studi relativi alla medicina complementare/tradizionale.

Allo scopo di fornire nuovi dati sull’utilizzo di PFS, è stata effettuata un’indagine tra i consumatori nel 2011-2012, nell’ambito del progetto PlantLIBRA, finanziato dal Settimo programma quadro della Comunità Europea (1). Recentemente, i ricercatori che hanno pubblicato un nuovo lavoro scientifico (2) in cui vengono descritte le reazioni avverse auto-riferite dai consumatori coinvolti nell’indagine. Gli autori hanno inoltre valutato criticamente la plausibilità dei sintomi riportati utilizzando i dati provenienti dalla letteratura e dallo studio PlantLIBRA sulla rilevazione dei centri antiveleno. Quest’ultimo è uno studio retrospettivo multicentrico di dati provenienti da centri antiveleno europei e brasiliani, riguardanti casi di eventi avversi causati da piante consumate come alimento o come ingredienti di integratori alimentari, raccolti tra il 2006 e il 2010 (3).

L’indagine tra i consumatori PlantLIBRA è stata condotto in sei paesi europei (Finlandia, Germania, Italia, Romania, Spagna e Regno Unito), ed i partecipanti sono stati reclutati in quattro città in ogni paese, per un totale di 2359 adulti. I prodotti da considerare nel sondaggio erano chiaramente definiti: potevano essere inclusi solo gli integratori alimentari con ingredienti vegetali, escludendo farmaci tradizionali, tisane e succhi di frutta. Ottantadue dei soggetti arruolati (3,5%) hanno riferito eventi avversi dopo il consumo di 87 PFS. Sono state osservate differenze tra i Paesi: il numero di consumatori che hanno segnalato effetti indesiderati variava tra il 5 e il 6% del totale degli intervistati in Finlandia, Germania e Spagna, mentre erano meno numerosi in Romania (2%), Italia (1%) e Regno Unito (0,3%). Non ci sono state differenze significative per sesso o età.

I casi erano auto-riportati, di conseguenza la causalità non è stata classificata sulla base di prove cliniche ma utilizzando la frequenza e il peso degli effetti avversi descritti in pubblicazioni scientifiche: 52 su 87 casi sono stati definiti possibili (59,8%) e quattro come probabili (4,6%). L’associazione non è stata confermata per 28 casi. L’interazione con farmaci convenzionali è stata considerata possibile in tre casi. La maggior parte degli eventi avversi riguardava il tratto gastrointestinale (60%), il sistema nervoso (17%) e cardiovascolare (4,6%).

Il numero totale di ingredienti botanici contenuti nei PFS per i quali sono stati riportati eventi avversi era 72. Nella maggior parte dei casi (46%), i PFS contenevano un solo ingrediente. Quaranta (55,6%) dei 72 ingredienti a base di piante sono stati associati a un singolo evento avverso, e l’80% dei PFS con eventi avversi conteneva due o più ingredienti.

Considerando le piante più diffuse associate a effetti avversi, 14 sono state associate a 68 effetti indesiderati riportati, pari al 47,2% degli eventi totali. In particolare, otto eventi avversi sono stati attribuiti a Valeriana officinalis (sette dei quali in Spagna), sette a Camellia sinensis (tè), sei a Ginkgo biloba e sei a Paullinia cupana (guaranà).
Gli elenchi di piante più segnalate dai centri antiveleno e dall’indagine dei consumatori erano simili, condividendo cinque su 13 piante; tra queste Valeriana officinalis e Camellia sinensis occupano le prime due posizioni. Inoltre, una posizione simile nella classifica era occupata da Paullinia cupana (sesta posizione), Panax ginseng (nona) e Cynara scolymus (undicesima).

Sulla base di questi risultati, gli Autori concludono che effetti avversi gravi a seguito del consumo di PFS sono piuttosto rari (sebbene possibili). Gli eventi avversi lievi e moderati sono più frequenti e comunemente non richiedono supporto clinico. Inoltre, i dati riportati confermano che alcune piante sono più frequentemente associate ad effetti avversi che altre. Queste informazioni potrebbero aiutare i medici di famiglia e altri operatori sanitari ad essere consapevoli delle possibili conseguenze dell’uso di PFS, e potrebbero anche essere utilizzate per educare il pubblico sui possibili eventi avversi associati con il consumo di integratori alimentari a base di piante.

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da L’Integratore Nutrizionale 4 – 2016

Il Dattero

Datteri-Medjoul-Jumbo

Un gustoso, dolcissimo frutto esotico a consumo “natalizio”.

Si tratta invece di un frutto contenente microelementi importanti per una corretta salutistica nutrizione.

Di solito, dalle nostre parti, belle reste di questo gradevole frutto delle calde regioni africane fanno bella mostra di sé nelle tavole natalizie imbandite a festa in una capace fruttiera con fichi secchi, noci e mandorle.

Ma il dolce frutto della palma da Dattero (Phoenix dactylifera L.) ha vari pregi, tali da consigliarne il consumo anche in altre occasioni.

Nell’alimentazione umana, di grande importanza è anche la presenza nella dieta quotidiana di oligoelementi, o micronutrienti che, seppure presenti nel cibo in quantità minime, possono concorrere in maniera importante e significativa ad una corretta e salutistica alimentazione.

Scarsa presenza nella dieta di ferro, zinco e vitamina A rappresenta in genere la più importante carenza di micronutrienti. Il consumo di una porzione di 100 g di Dattero da palma fresco può rappresentare l’assunzione della quota giornaliera raccomandata e necessaria dei sopra citati micronutrienti.

Nello studio – riportato su un recente numero di Journal Science Food and Agriculture – si riferisce di progetti e strategie governative e di organizzazioni agricole ai fini di identificare nuove idonee aree ove intensificare la coltivazione, la raccolta, la lavorazione e la commercializzazione di questo frutto al fine di renderne sempre maggiore la disponibilità, visto il suo interesse a fini nutrizionali salutistici.

da Erboristeria Domani 6 – 2016

Caratterizzazione di nanomateriali in matrici alimentari

Le nanotecnologie offrono grandi prospettive di innovazione per l’industria del settore agroalimentare. La nanoscala, infatti, conferisce ai materiali proprietà chimico-fisiche peculiari da cui possono derivare vantaggi, quali una maggiore reattività chimico/biologica che ne consente l’impiego nella produzione, nel processamento e nella conservazione degli alimenti, nella realizzazione di additivi ed ingredienti, e nello sviluppo di materiali innovativi a contatto con il cibo.

La maggior parte dei nanomateriali utilizzati nel settore agroalimentare sono inorganici (Tab.1), con metalli e ossidi metallici presenti nel 55% delle applicazioni, e nanotubi, fullereni ed argille impiegati nel 12% dei casi (1). I nanomateriali a base organica, come ad esempio micelle, liposomi o dendrimeri, vengono per lo più utilizzati per incapsulare e veicolare additivi, nutrienti o farmaci e rappresentano il 26% delle applicazioni. Vi sono infine i materiali nanocompositi, costituiti da strutture inorganiche come le argille, la cui superficie viene modificata o funzionalizzata con componenti organiche o polimeriche modificate o funzionalizzate con componenti nanometriche per ottimizzarne le proprietà barriera o conferirvi attività antimicrobiche, e che costituiscono circa il 7% delle applicazioni.

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A ciascuna tipologia di nanomateriale e modalità di utilizzo corrisponde uno scenario di esposizione per il consumatore, che può essere diretto nel caso di ingredienti e/o additivi costituiti da nanomateriali, o indiretto nel caso di nanoparticelle rilasciate negli alimenti dal materiale di confezionamento (2). Per entrambe le tipologie di esposizione, diretta e indiretta, è importante valutare la natura chimica, la quantità (esposizione) ed il comportamento del nanomateriale nell’alimento o nei simulanti alimentari. Come sottolinea la European Food Safety Authority (EFSA) nelle sue linee guida per la valutazione dell’esposizione ai nanomateriali (3), non è sufficiente caratterizzarli nella loro forma di materia prima in quanto a contatto con matrici biologiche potrebbero subire sostanziali trasformazioni chimico-fisiche che ne alterano l’impatto biologico. La capacità di identificare, quantificare e caratterizzare i nanomateriali negli alimenti e nei simulanti alimentari diventa quindi un requisito fondamentale per ottimizzarne l’efficacia, riducendo i rischi connessi al loro utilizzo in accordo con Raccomandazioni e Normative, come i Regolamenti (EU) n.1169/2011 e n.2283/2015 (4,5).

Essendo i nanomateriali definiti sulla base di un criterio dimensionale (2), determinarne le dimensioni è un requisito imprescindibile per la loro identificazione. Come riportato in Tabella 2, il concetto di “dimensioni” di un nanomateriale o nanoparticella ha diverse accezioni, tutte ugualmente adottabili, a cui corrispondono tecniche analitiche specifiche (6). In un contesto normativo dove un nanomateriale viene definito come …un materiale naturale, accidentale o prodotto intenzionalmente, contenente particelle libere o strutturate in aggregati/agglomerati con il 50% o più delle particelle aventi una distribuzione dimensionale compresa tra 1 nm e 100 nm. In alcuni casi e per ragioni di sicurezza la soglia del 50% può essere abbassata ad un valore compreso tra 1 e 50%, le tecniche di riferimento per la determinazione della distribuzione dimensionale di una popolazione di oggetti nanometrici sono la microscopia elettronica a trasmissione (TEM) e a scansione (SEM), che consentono di valutarne la morfologia, il diametro geometrico e la frequenza relativa di particelle che ricade nella definizione.

Il comportamento di un nanomateriale in matrici complesse come quelle alimentari è determinato da una grande varietà di caratteristiche chimico-fisiche che si influenzano reciprocamente, tra cui dimensioni e distribuzione dimensionale, morfologia, stato di aggregazione/agglomerazione, struttura cristallina, concentrazione e quantità totali, composizione chimica interna e superficiale, carica ed area superficiali (7). Se da un lato la scelta della proprietà di interesse condiziona la scelta della tecnica analitica per la sua determinazione (Tab.2), dall’altro il numero e l’interdipendenza delle proprietà impone l’integrazione di più approcci per ottenere informazioni adeguatamente complete. È altrettanto importante sottolineare che ciascuna tecnica per la caratterizzazione dei nanomateriali presenta limitazioni specifiche, spesso determinate dal modo in cui le componenti della matrice interferiscono con la proprietà misurata. Per questo motivo è a maggior ragione utile, quando possibile, utilizzare due o più tecniche per determinare una singola proprietà, in modo da consolidarne reciprocamente il risultato.

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Queste considerazioni contribuiscono a rendere la caratterizzazione dei nanomateriali in matrici di interesse agroalimentare una frontiera anche per la ricerca, oltre che operativamente complessa e dispendiosa. L’adozione di approcci sperimentali standardizzati e strutturati, ad esempio organizzando le prove su basi gerarchiche e sequenziali, può aiutare sensibilmente ad ottimizzare il processo analitico, e a renderlo più accessibile ad un ambito rutinario.

Molti approcci analitici per la determinazione di nanomateriali in matrici e simulanti alimentari richiedono campioni liquidi, e pertanto un’estrazione preliminare dei nanomateriali dalle matrici solide o semi-solide. Tra queste tecniche, il dynamic light scattering (DLS) fornisce una misura del diametro idrodinamico di una popolazione di nanoparticelle, garantendo una buona precisione in un ampio intervallo dimensionale. Rapido ed economico, ma poco sensibile e inadatto a materiali polidispersi, il DLS è generalmente utilizzato per effettuare screening preliminari. Sulla stessa definizione di dimensione idrodinamica si basano le tecniche per la separazione su base dimensionale di nanoparticelle in sospensione, quali la field flow fractionation (FFF) e la cromatografia
idrodinamica (HDC). Rispetto al DLS, queste tecniche sono potenzialmente più sensibili per le basse concentrazioni e più affidabili per nanomateriali eterogenei e polidispersi, ma richiedono accoppiamento con opportuni rivelatori quali multiangle light scattering (MALS), spettroscopia di assorbimento o fluorescenza, spettrometria di massa o di emissione atomica al plasma accoppiato induttivamente (ICP-MS e ICP-AES, solo per materiali inorganici). Il detector ICP-MS, utilizzato individualmente in modalità single-particle (sp), consente invece di ricavare le dimensioni di nanoparticelle inorganiche come diametro sferico equivalente alla massa. La diffrazione a raggi X (XRD) e la sua derivata small angle X-ray scattering (SAXS) sono altre tecniche ampiamente utilizzate per la caratterizzazione dimensionale di nanomateriali (solamente cristallini nel caso della XRD). La ridotta sensibilità le rende più adatte all’analisi diretta delle materie prime o dei materiali nanocompositi, anziché di campioni alimentari reali, in cui la concentrazione degli analiti è generalmente molto bassa.

Tra le tecniche separative si possono annoverare anche la centrifugal particle sedimentation (CPS) e l’ultracentrifugazione analitica (AUC), che abbinate ad un rivelatore spettrofotometrico forniscono una misura del diametro di sedimentazione di nanoparticelle in sospensione.

Verificare la presenza di un nanomateriale in matrici alimentari, e successivamente determinarne la concentrazione e composizione chimica, è di fondamentale importanza per valutazioni tossicologiche e di ottimizzazione di prodotto/processo. Molte delle tecniche utili a stimare le dimensioni dei nanomateriali consentono anche di ottenere informazioni quantitative, poiché la distribuzione dimensionale si esprime facendo riferimento ad un numero o ad una massa di particelle, o ad un’intensità di segnale. È il caso del DLS e delle tecniche separative, mentre le tecniche di microscopia non sono adatte a valutazioni quantitative. Tra i rivelatori accoppiabili (on-line) o combinabili (off-line) con le tecniche separative, gli strumenti ICP-AES e ancor più ICP-MS offrono la maggiore sensibilità assoluta e precisione nella quantificazione dei nanomateriali inorganici, ricavate misurando la massa degli elementi metallici o semimetallici che li costituiscono. La particle induced X-ray emission (PIXE) e l’ablazione laser (LA)–ICP-MS sono tecniche di imaging particolarmente sensibili per la determinazione di concentrazioni elementari, che in più permettono l’analisi diretta di campioni solidi anche senza particolari preparazioni. Tuttavia, utilizzate da sole sono poco affidabili per campioni reali in quanto non discriminano specie diverse di uno stesso elemento, come ad esempio nanoparticolata e non nanoparticolata. Anche detector basati sulla rifrattometria differenziale (DRI) o sulla spettroscopia UV-vis possono essere accoppiati/combinati con tecniche separative per ottenere dati quantitativi, con sensibilità inferiori alle precedenti, ma offrono il vantaggio di essere applicabili ai nanomateriali sia inorganici che organici.

La composizione chimica di un nanomateriale nella matrice alimentare è un’altra proprietà che consente di verificare la sua corretta identificazione, e di tracciare eventuali trasformazioni nelle matrici alimentari. Tecniche quantitative come ICP-AES/MS e PIXE effettuano misure elemento-specifiche su base spettrale, eventualmente multielementari, e quindi forniscono dati diretti sulla composizione chimica elementare. Tuttavia, con questi rivelatori la certezza di associare univocamente le specie determinate ad un nanomateriale di interesse, senza interferenze della matrice, può essere garantita solo dalla combinazione con una tecnica separativa di provata efficienza per l’applicazione in oggetto.

Diversamente, accoppiando uno spettrometro energy dispersive X-ray (EDS, anche noto come EDX o EDAX) a strumenti di microscopia elettronica a trasmissione (TEM) o scansione (SEM), è possibile ottenere direttamente la composizione elementare (semi-quantitativa) di singoli oggetti nanometrici, anche all’interno di una matrice complessa. L’identificazione di un nanomateriale organico in matrici alimentari è altresì difficile in quanto le sue componenti caratteristiche sono simili a quelle intrinseche della matrice. Per questo motivo, sebbene una grande varietà di tecniche analitiche sia teoricamente utilizzabile per questa determinazione (Tab.2), la loro applicazione spesso non può prescindere da complesse procedure di estrazione e purificazione, risultanti in potenzialmente significative alterazioni degli analiti, e formazione di artefatti analitici.

Sebbene ulteriore ricerca sia necessaria per superare i limiti di molte delle tecniche presentate, le potenzialità analitiche per individuare, caratterizzare e quantificare un nanomateriale in matrici alimentari sono già oggi consistenti. L’approccio ideale deve consentire l’analisi di matrici complesse ed eterogenee, minimizzare la produzione di artefatti derivanti dalla preparazione del campione, e fornire il maggior numero possibile di informazioni mantenendo il minor numero di passaggi operativi. Una strategia di questo tipo può essere realizzata attraverso l’integrazione di più tecniche in grado di produrre dati complementari e reciprocamente confirmatori, organizzate in procedure decisionali che consentano di bilanciare costi e benefici. Lo schema in Figura 1 rappresenta un efficace esempio di tale strategia, finalizzata all’individuazione di un nanomateriale inorganico in matrici alimentari (8).

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La messa a punto di metodiche analitiche e protocolli operativi standardizzati, applicabili quotidianamente e in grado di rispondere alle nuove normative, è un obiettivo su cui le istituzioni nazionali ed europee e i centri di ricerca stanno investendo molte energie. Le calibrazioni inter-laboratorio per la validazione delle metodiche e lo sviluppo di materiali di riferimento sono una parte fondamentale di queste strategie, cui il Laboratorio ECSIN partecipa attivamente nell’ambito di importanti progetti europei come NanoValid, NANoReg e NANoReg (2).

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da L’Integratore Nutrizionale 4 – 2016

DNA barcoding per le piante officinali:

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L’Ateneo di Milano-Bicocca è il più giovane polo universitario di Milano. La presenza e il ruolo culturale di questa Università nella vita della metropoli lombarda è in rapido sviluppo, come attestano i dati delle iscrizioni in costante aumento grazie alle moderne strutture e al recente collegamento con il centro e con le aree più dinamiche della città realizzato dalla nuova linea metropolitana. Accanto alla vocazione originaria dell’Ateneo nell’ambito socio-economico, è venuta via via affermandosi l’area scientifica, in particolare nel campo medico-farmaceutico e in quello alimentare (grazie all’impulso, pre e post, di Expo2015).

Schermata 2016-11-30 alle 17.51.29FEM2-Ambiente è uno spin-off universitario nato nel 2010 con l’intento di mettere a punto metodiche e servizi tecnico-scientifici innovativi per le imprese presenti nel campo ecologico-ambientale e nei settori legati all’utilizzo dei prodotti naturali e dei loro derivati.

L’identificazione genetica attraverso la metodologia del DNA Barcoding è un’attività nel quale FEM2-Ambiente ha raggiunto una particolare specializzazione, accreditandosi come uno dei nodi del network IBOL (International Barcode of Life), l’organizzazione scientifica internazionale che unisce gli enti impegnati nella costituzione delle banche dati dedicate.

I vantaggi offerti dal servizio di analisi DNA barcoding per il settore erboristico sono davvero molti”, ci dice Fabrizio De Mattia, amministratore delegato di FEM2-Ambiente. “La prima e più immediata applicazione riguarda la possibilità di identificare in modo certo una partita di prodotto erboristico; è possibile farlo praticamente partendo da qualsiasi materiale disponibile, un campione fresco o essiccato, parti triturate, una polvere o anche un estratto. 

Si tratta di un processo analitico che realizziamo a costi contenuti e in tempi rapidi per una ampia gamma di specie delle quali abbiamo già a disposizione il profilo identificativo. Naturalmente ogni caso ci può porre di fronte alla eventualità di dovere riconoscere una specie officinale, una sua adulterazione o un agente biologico contaminante non ancora tracciati, il che comporta un lavoro di ricerca più ampio che richiede anche l’analisi di banche dati specializzate. Oltre alla identificazione specifica certa, è possibile approfondire lo studio di matrici vegetali più complesse composte da miscele di piante, o di valutare la provenienza di una determinata specie. L’identificazione botanica dell’origine della droga vegetale non è il solo campo di applicazione del DNA Barcoding. L’analisi può essere utile anche nel controllo delle fasi di un processo di lavorazione nel quale il prodotto vegetale originario può venire in contatto con altri ingredienti di derivazione naturale, come ad esempio nella produzione di un cosmetico. Il prodotto intermedio può essere controllato velocemente attraverso la ricerca di eventuali contaminanti, non solo di natura vegetale ma anche microbica”.

Schermata 2016-11-30 alle 17.51.53Per ogni matrice controllata viene rilasciato un certificato di analisi che garantisce al cliente la bontà e la qualità del prodotto. In settori, come quello erboristico, dove la naturalità del prodotto è un scelta etica e strategica, dimostrare una particolare attenzione all’origine della materia prima è un elemento di credibilità dell’impresa e del professionista.

Verificare l’identità genetica dei prodotti naturali utilizzati è indice di consapevolezza ed attenzione per tutte quelle problematiche legate alla sostenibilità ambientale, alla difesa della biodiversità, alle politiche di fair trade che chi opera nel campo della salute, come tutte le aziende erboristiche, non può più trascurare,” dice ancora Fabrizio De Mattia. “In questo senso, oltre ai certificati analitici che forniamo, abbiamo registrato il marchio Verified DNA che può essere un utile strumento di marketing per le aziende che decidono di effettuare questi controlli valorizzando la purezza e quindi la qualità del loro prodotto”. L’applicazione della tecnica del DNA Barcoding alle specie officinali è anche alla base di un interessante progetto di cui FEM2-Ambiente, con il supporto di Università Bicocca, sarà protagonista: “Il passaporto biologico delle erbe”. Obiettivo primario è l’implementazione di una banca dati specializzata per i botanicals presenti sul mercato salutistico italiano e europeo, la cui struttura è già stata creata con il contributo scientifico delle Università di Genova e di Cagliari e con la collaborazione di imprese e orti botanici (da vedere in proposito l’articolo di Massimo Labra e Ilaria Bruni su questo stesso numero).

Oggi FEM2-Ambiente è presente presso i laboratori del Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze con un team composto da biologi molecolari che operano in laboratorio (Dr. Valerio Mezzasalma, Dr.ssa Jessica Frigerio e Dr.ssa Alice Rossi), da una responsabile commerciale (Dr.ssa Monica Pozzi) e da una responsabile della comunicazione (Dr.ssa Paola Re) coordinati dal Dr. Fabrizio De Mattia.

I nostri interlocutori devono sempre tenere conto del fatto che la nostra realtà aziendale è radicata all’interno dell’Università – ci ricorda ancora De Mattia – e questo significa che possiamo offrire risposte ad hoc per specifiche esigenze tecniche e di innovazione che possono provenire dalle aziende grazie alla costante interazione con diversi gruppi di ricerca.

Per Informazioni
www.fem2ambiente.com

da Erboristeria Domani 6/2016

Sperimentazione sugli animali

La Corte di Giustizia CE chiarisce la portata della norma che le vieta per i cosmetici distribuiti in Europa e la Commissione nell’ambito del regolamento REACH ammette il ricorso a metodi alternativi per le prove di sensibilizzazione cutanea

In data 21 settembre 2016 la Corte di Giustizia ha pronunciato una sentenza accolta con grande favore da ambientalisti e animalisti. Secondo la sentenza, che ha deciso la causa C-592/14, “l’art.18, paragrafo 1, lettera b), del regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento e del Consiglio, del 30 novembre 2009, sui prodotti cosmetici, deve essere interpretato nel senso che esso può vietare l’immissione sul mercato dell’Unione europea di prodotti cosmetici alcuni ingredienti dei quali sono stati oggetto di sperimentazioni animali al di fuori dell’Unione, al fine di consentire la commercializzazione di prodotti cosmetici in paesi terzi, se i dati che ne risultano sono utilizzati per dimostrare la sicurezza dei suddetti prodotti ai fini della loro immissione sul mercato dell’Unione”.

Il testo dell’art.18 par.1 lett.b) la cui interpretazione è stata oggetto della sentenza è il seguente: “…è vietato quanto segue: a)(omissis)…; b) l’immissione sul mercato di prodotti cosmetici contenenti ingredienti o combinazioni di ingredienti che siano stati oggetto, allo scopo di conformarsi alle disposizioni del presente regolamento, di una sperimentazione animale con un metodo diverso da un metodo alternativo…”.

Il caso è sorto quando la federazione europea per gli ingredienti cosmetici (EFFCI), associazione di categoria che opera all’interno dell’Unione Europea e rappresenta i fabbricanti di ingredienti impiegati nei prodotti cosmetici, ha presentato ricorso all’High Court of Justice (England and Wales) per verificare la portata della norma. EFFCI ha chiesto alla Corte di accertare se il fatto che tre società, associate a EFFCI, avessero sottoposto alcuni ingredienti a sperimentazione animale al di fuori dell’Unione al fine di ottenere dati necessari per poter utilizzare gli ingredienti in questione in cosmetici destinati alla vendita in Giappone e Cina, potesse dar luogo a responsabilità penali e alla conseguente irrogazione di sanzioni qualora le società avessero commercializzato tali cosmetici nel Regno Unito.

I Giudici inglesi hanno ritenuto la norma di difficile interpretazione e hanno investito la Corte di Giustizia chiedendo di chiarire:

“1) se l’art.18, paragrafo 1 lett.b) del regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30.11.2009, sui prodotti cosmetici debba essere interpretato nel senso che vieta l’immissione sul mercato comunitario di prodotti cosmetici contenenti ingredienti o combinazioni di ingredienti che siano stati oggetto di una sperimentazione animale, nel caso in cui detta sperimentazione sia stata effettuata al di fuori dell’Unione Europea allo scopo di soddisfare i requisiti legislativi o regolamentari dei paesi terzi, al fine di commercializzare in tali paesi prodotti cosmetici contenenti detti ingredienti. 

2) Se la risposta alla prima questione dipenda a) dal fatto che la valutazione della sicurezza svolta a norma dell’art.10 del regolamento in parola per dimostrare la sicurezza del prodotto cosmetico per la salute umana prima di renderlo disponibile sul mercato comunitario comporti l’uso di dati risultanti dalla sperimentazione animale effettuati al di fuori dell’Unione Europea; b) dal fatto che i requisiti legislativi o regolamentari dei paesi terzi si riferiscano alla sicurezza dei prodotti cosmetici; c) dal fatto che fosse ragionevolmente prevedibile, al momento della realizzazione al di fuori dell’Unione della sperimentazione su animali di un (omissis) ingrediente, che chiunque potesse tentare di immettere prima o poi sul mercato comunitario un cosmetico contenente tale ingrediente; e/o d) da un altro fattore, e, in caso affermativo, quale”.

Nel procedimento innanzi ai giudici europei l’avvocato generale della Corte, nelle sue conclusioni, ha pure dichiarato che l’articolo sottoposto ad interpretazione “Non è ben formulato” ed è comprensibile “la difficile situazione di chiunque cerchi di dare un senso all’art.18 par.1 lett.b) del regolamento sui cosmetici”. Infatti, la Corte di Giustizia per affrontare la questione ha dovuto sviluppare un articolato ragionamento.

Il fatto che non possano essere effettuati nel territorio della comunità europea sperimentazioni su animali per ingredienti o combinazioni di ingredienti per cosmetici è indiscusso. Il nocciolo della questione, sulla quale verte la causa, riguarda invece i casi in cui le sperimentazioni animali su un ingrediente o una combinazione di ingredienti siano state effettuate all’estero per adempiere a richieste di paesi extraeuropei. Ci si chiede cioè se il solo fatto di aver fatto ricorso alla sperimentazione animale sia sufficiente a rendere attivo il divieto di commercializzazione del cosmetico che li contiene nel mercato europeo, oppure ci siano casi in cui tali cosmetici possono trovare comunque legittimamente distribuzione.

I giudici hanno ritenuto che l’interpretazione della norma verta soprattutto sul significato da attribuire all’espressione “allo scopo di conformarsi alle disposizioni del presente regolamento” ed ha quindi analizzato il significato dell’espressione mediante un esame letterale, in relazione alla sua collocazione nel contesto del regolamento e dal suo rapporto rispetto gli obiettivi perseguiti dalla disciplina.

Da un punto di vista letterale la formulazione della norma è stata ritenuta ambigua dai giudici. Attenendosi strettamente alle parole utilizzate nella norma si potrebbe ritenere che il fatto dirimente per ritenere o meno vietata la condotta di chi effettua sperimentazioni su animali all’estero sia l’intenzione di utilizzare i dati sperimentali per “conformarsi alle disposizioni” del regolamento cosmetici. Se si accettasse tale interpretazione però si aprirebbero problemi di difficile soluzione in termini di individuazione e prova dello scopo perseguito dal professionista. Per questa ragione è apparso opportuno approfondire la ricerca del significato della norma ricorrendo ad un’interpretazione fondata sul contesto in cui l’articolo è inserito e sugli obiettivi generali perseguiti dalla disciplina sui cosmetici.

I giudici evidenziano dunque che l’obiettivo principale della disciplina sui cosmetici è quello della tutela della salute umana. Il cosmetico deve essere sicuro nelle normali condizioni d’uso (art.3) ed elemento fondamentale per dare prova della sicurezza è la relazione nella quale devono essere valutate tutte le informazioni pertinenti al prodotto ed ai suoi ingredienti (art.10), relazione che è documento chiave del fascicolo informativo sul prodotto che la persona responsabile deve tenere a disposizione dell’autorità (art.11).

Altro bene cui il regolamento cosmetico assicura un livello di tutela elevato, anzi più elevato rispetto a quello applicabile in altri settori, è il benessere degli animali. Infatti condizione per l’accesso dei cosmetici sul mercato europeo è proprio l’esclusione del ricorso alla sperimentazioni su animali, sostituita da metodi alternativi convalidati, per provare la sicurezza dei prodotti (art.18).

La Corte riconosce poi che il divieto di sperimentazione su animali, pur non essendo assoluto – a dimostrazione i giudici richiamano l’art.11, che riguarda la documentazione informativa sul prodotto e prevede al par.2 lett.e) che siano conservati “i dati concernenti le sperimentazioni animali effettuate dal fabbricante, dai suoi agenti o dai suoi fornitori relativamente allo sviluppo o alla valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico o dei suoi ingredienti, inclusi gli esperimenti sugli animali effettuati per soddisfare i requisiti legislativi o regolamentari dei paesi terzi” ma si può ricordare anche che nella valutazione di sicurezza può tenersi conto dei dati ottenuti con sperimentazioni animali condotte anteriormente all’entrata in vigore del divieto – ha l’obiettivo primario di promuovere l’applicazione di metodi alternativi che non comportino l’impiego di animali per garantire la sicurezza nel settore cosmetico e che dunque tale obiettivo sarebbe seriamente compromesso se fosse possibile sfruttare la richiesta di dati sperimentali su animali di paesi terzi per assicurare la sicurezza del cosmetico da immettere sul mercato comunitario.

La Corte giunge quindi alla conclusione che “letta alla luce del suo contesto e dei suoi obiettivi, detta disposizione deve essere interpretata nel senso che devono essere ritenute come effettuate “allo scopo di conformarsi alle disposizioni di tale regolamento” le sperimentazioni animali, effettuate fuori dell’Unione al fine di permettere la commercializzazione di prodotti cosmetici in paesi terzi, i cui risultati sono utilizzati per dimostrare la sicurezza di tali prodotti per la loro immissione sul mercato dell’Unione”.

Dal tenore della sentenza potrebbe ammettersi la presenza nel fascicolo informativo di dati ottenuti da sperimentazioni su animali qualora gli stessi non siano tenuti in conto per la valutazione di sicurezza, da basarsi esclusivamente su dati ottenuti attraverso metodi alternativi.

La conclusione è dunque che nella relazione sulla sicurezza di un cosmetico, gli ingredienti o le miscele di ingredienti cosmetici non devono mai essere valutati su dati ottenuti nell’ambito di sperimentazioni animali; unica esclusione prevista è costituita dai casi in cui tali dati siano stati ottenuti prima delle date limite per l’eliminazione progressiva delle diverse sperimentazioni animali.

Anche in un settore diverso ma che ha punti di contatto con il mondo dei cosmetici sono da segnalarsi importanti modifiche dirette ad un più elevato livello di protezione degli animali. Infatti, anche nel settore delle sostanze chimiche disciplinate dal regolamento “REACH” (CE) 1907/2006 si sta cercando di sostituire e ridurre il ricorso alla sperimentazione animale. In questo senso infatti il regolamento (UE) 2016/1688 della Commissione del 20 settembre 2016 che modifica l’allegato VII del regolamento CE n.1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche per quanto riguarda la sensibilizzazione cutanea.

La modifica portata dal regolamento 2016/1688 riguarda infatti la possibilità, resa oggi possibile dal progredire della scienza, di sostituire le prove in vivo per la sensibilizzazione cutanea con nuovi metodi alternativi convalidati. Benchè le prove in vivo non siano state vietate del tutto, essendo possibile il ricorso alle sperimentazioni animali nei casi in cui i metodi alternativi non siano applicabili a specifiche sostanze, oppure se i risultati di tali studi non siano ritenuti adeguati ai fini della classificazione e valutazione dei rischi della sostanza valutata, si tratta di un sostanziale passo avanti per la tutela del benessere degli animali.

da Cosmetic Technology 5 – 2016

Maressentia

Schermata 2016-11-04 alle 17.15.01Maressentia è un marchio di Egadi Cosmesi Naturale, una start up innovativa con sede sull’isola di Favignana e unità locale a Genova. 

L’azienda è presente sul mercato dell’erboristeria da gennaio 2016, inaugurando un nuovo segmento nel mercato dei cosmetici naturali, la cosmesi fitomarina mediterranea, nata dallo studio della Posidonia oceanica, la pianta marina che caratterizza le nostre coste, e delle potenziali-tà dei suoi derivati in campo cosmetico, grazie alla loro valorizzazione attraverso progetti so-stenibili, sviluppati in accordo con la gestione dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi (un ampio dossier sulla Posidonia e sul suo utilizzo in campo cosmetico è stato pubblicato sul numero 394, gennaio-febbraio 2016, di Erboristeria domani).

Egadi Cosmesi Naturale, che ha debuttato con la linea Posidonia composta da cinque prodotti per il viso e cinque per il corpo, presenterà al SANA (Padiglione 36 Stand C83) una nuova linea anti-macchia: 4 innovativi prodotti che vanno ad aggiungersi ai 10 già in gamma. Tutti caratterizzati dall’esclusivo estratto di Posidonia oceanica e da sinergie di estratti di piante tipiche delle Isole Egadi e della Sicilia.

A pochi mesi dal lancio della linea in erboristeria parliamo con Silvia Bruni, titolare di “Erboristeria Bottega del Naturista” di Roma, riguardo alla risposta che la sua clientela riserva a questo nuovo marchio di cosmesi naturale italiano:

Schermata 2016-11-04 alle 17.17.30L’incontro con Maressentia è avvenuto grazie ad un agente di zona, una persona di fiducia che conoscevo da diversi anni,” ci dice per prima cosa l’erborista romana, alla quale chiediamo cosa apprezza maggiormente di questa nuova linea: “Si tratta di una proposta assolutamente originale e molto suggestiva per le nostre clienti quando si rendono conto che si tratta di una linea cosmetica nata da una risorsa spontanea della nostra flora e del nostro mare. L’idea di studiare scientificamente le proprietà di una specie tratta dal nostro ambiente naturale, e organizzare la produzione industriale di una nuova linea cosmetica senza creare danni al suo habitat, anzi creando un valore che servirà per proteggerlo, è un concetto che si sposa perfettamente con le scelte della nostra erboristeria.

Parlando specificamente dei prodotti, da un attento esame della formulazione si nota che sono stati selezionati ingredienti di qualità e perfettamente coerenti con l’idea di una cosmesi naturale, il che costituisce il vero punto di forza della linea. 

Si tratta di creme di facile assorbimento e stendibilità, il che si traduce in un utilizzo davvero semplice da parte dell’utente, anche nel caso di pelli mature. 

Un altro carattere molto positivo è la profumazione: spesso i prodotti a base di alghe o altri derivati marini hanno un aroma molto intenso, che non è gradito a tutti. Questi prodotti invece sono caratterizzati da una profumazione e una texture estremamente piacevoli, forse perché in effetti non si tratta di un’alga ma di una pianta marina. 

In sintesi, questa linea a base di estratto di Posidonia oceanica è dunque veramente innovativa. Così come lo è del resto anche l’attenzione verso tematiche quali sostenibilità e tutela ambientale; la linea Maressentia utilizza solo foglie spiaggiate, senza intaccare il paesaggio naturale; le piante spiaggiate ancora verdi sono raccolte immediatamente dopo le mareggiate e vengono poi essiccate, polverizzate e infine vengono estratti i principi attivi; la stessa area di raccolta, le isole Egadi, è una zona marina protetta e non inquinata, di conseguenza il prodotto è assolutamente puro”. 

E rispetto al prezzo? “La linea si colloca nella fascia di prezzi media, il che ci porta in effetti un ottimo rapporto qualità/prezzo. Tra l’altro, da apprezzare è anche il packaging, che colpisce immediatamente: trattandosi di un “involucro”, la cura del dettaglio e la gradevolezza estetica non passano inosservate”.

La clientela ha apprezzato la linea? “Noi offriamo questi prodotti dal mese di febbraio 2016 e devo dire che i nostri clienti sono già tornati più volte a riacquistarli”. 

Riesce a darci un profilo della clientela più interessata a Maressentia? “Si tratta prevalentemente di donne dai 40 anni in su; sono consumatrici che provengono da brand di alto livello, che conoscono molto bene sia il prodotto erboristico che quello di profumeria. Sono consumatrici molto attente e informate che prestano molta attenzione alla qualità della vita e che scelgono Maressentia anche come alternativa a marchi importanti di profumeria. Sono consumatrici attente alla salvaguardia ambientale e la naturalità del prodotto ha quindi certamente un peso nella scelta finale. Sono clienti molto esigenti che si rivolgono a noi perché sanno che siamo sempre alla ricerca di prodotti innovativi. Diverse clienti sono venute in negozio chiedendo espressamente di questi prodotti che hanno conosciuto mediante il passaparola e la stampa”.

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Quali sono i prodotti Maressentia più venduti?

È davvero difficile stilare una classifica dei cosiddetti “best sellers” perché ogni prodotto Maressentia ha le sue peculiarità e gode di grande apprezzamento fra i nostri clienti. L’acqua corpo idratante ha una fragranza davvero straordinaria ma detto questo, tutte le creme viso, così come le creme corpo sono davvero prodotti molto apprezzati proprio per le caratteristiche sopra esposte: naturalità del prodotto, texture, proprietà”.

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Infine, vuole dirci qualcosa a proposito del servizio clienti Maressentia? Come le sembra?

L’evasione degli ordini è davvero rapida e avviene in pochi giorni; ho ricevuto una grande assistenza continua, abbondante materiale promozionale per l’allestimento del punto vendita e per la promozione presso la clientela (la campionatura prodotti è stata davvero generosa) e ho avuto anche la possibilità di avere giornate promozionali di una beauty expert a supporto delle vendite. 

La cosmetologa dell’azienda è sempre a disposizione per chiarimenti, consigli e per attività di formazione 

Maressentia mi ha anche fornito un video che mostriamo qui nel nostro negozio; è davvero bello e interessante e mostra il paesaggio delle isole Egadi e delle piante”. 

da Erboristeria Domani 5 – 2016

Natto MK-7™

La vitamina K è un cofattore essenziale per l’organismo umano, normalmente assunto con la dieta. Consiste in una famiglia di molecole liposolubili strutturalmente simili, caratterizzate da un anello 2-metil-1,4-naftochinonico comune e da catene laterali variabili legate al carbonio 3. Differenti forme di vitamina K sono naturalmente contenute in diversi alimenti: il fillochinone (2-metil-3-fitil-1,4-naftochinone), anche conosciuto come vitamina K1, è particolarmente diffuso nei vegetali a foglia verde ed è quindi una delle fonti maggioritarie di questo cofattore. I menachinoni (MK-n), conosciuti collettivamente anche come vitamina K2, presentano invece una catena laterale isoprenoide ad unità ripetute in numero variabile: MK-4 è caratteristica di alcune carni, uova e formaggi mentre MK-7 è presente nei formaggi e nel Natto, un alimento tradizionale giapponese che consiste in soia fermentata attraverso un ceppo di B. subtilis e che è ben noto per l’elevata concentrazione di questa vitamina. Menachinoni con catena laterale ancora più lunga (MK-8/10) sono prodotti dal microbiota intestinale ma risultano scarsamente assorbiti dall’organismo. Sono invece generalmente ben assorbite le forme di Vitamina K citate in precedenza, sebbene i menachinoni risultino in generale più biodisponibili rispetto ai fillochinoni. I menachinoni a lunga catena, in particolare MK-7, appaiono essere le forme più attive anche per via di una emivita notevolmente più lunga nell’organismo (clearance completa dopo diversi giorni) rispetto ai fillochinoni (emivita di circa un giorno), caratteristica che determinerebbe poi un migliore uptake da parte dei diversi tessuti (1).

La funzione della vitamina K2 consiste nell’agire da cofattore per la carbossilazione post-traduzionale di alcune proteine su specifici residui di acido glutammico, convertiti in acido γ-carbossiglutammico (Gla) (1). Tali residui carbossilati fungono da siti ad alta affinità per il calcio. Esempi di proteine il cui funzionamento richiede la carbossilazione dipendente dalla vitamina K sono, tra le varie, l’osteocalcina (OC), diversi fattori di coagulazione del sangue (II, VII, IX, X) e la proteina-Gla della matrice (MGP). L’osteocalcina è una proteina prodotta dagli osteoblasti (cellule deputate alla crescita del tessuto osseo) che interviene nella corretta mineralizzazione delle ossa; essa, inattiva subito dopo la sintesi, in seguito alla carbossilazione mostra alta affinità per gli ioni calcio (2) e contribuisce a legarli nel circolo sanguigno per veicolarli alla matrice ossea, regolando la crescita dei cristalli di idrossiapatite e intervenendo quindi attivamente nelle dinamiche di turnover scheletrico (3). I livelli sanguigni di osteocalcina sotto-carbossilata (uOC, undercarboxylated osteocalcin) sono indicatori del livello di vitamina K nell’organismo (1). Anche la proteina MGP, carbossilata attraverso la vitamina K2, interviene in sviluppo e crescita normali delle ossa; la stessa proteina, collocata invece a livello vascolare, contribuirebbe a mantenere mobilizzato il calcio, riducendo la calcificazione delle arterie a livello delle lesioni aterosclerotiche, mantenendo i vasi più elastici e riducendo il rischio di eventi ischemici e malattie cardiovascolari. I fattori di coagulazione II, VII, IX e X infine sono tra le Gla-proteine più note e la carbossilazione dipendente dalla vitamina K rappresenta un meccanismo di attivazione delle stesse durante la cascata di coagulazione; coagulopatie possono verificarsi per gravi carenze di questa vitamina. Scarsa assunzione di vitamina K ha mostrato di essere associata con ridotta densità minerale delle ossa, aumento del rischio di fratture e aumento del rischio di malattie cardiovascolari e mortalità, mentre il corretto apporto specialmente di forme maggiormente efficaci e disponibili per l’organismo, come il menachinone-7, può esercitare effetti benefici per la salute delle ossa e la salute vascolare.

È di recente costituzione la collaborazione tra l’azienda americana Vesta Ingredients Inc. e C.F.M. Co. Farmaceutica Milanese SpA. Vesta è una società con sede ad Indianapolis, USA, impegnata nel settore nutrizionale come produttore di diversi ingredienti nutraceutici.

Natto MK-7™ è il brand di vitamina K2 naturale-menachinone-7 prodotta da Vesta e ottenuta per fermentazione da B. subtilis, e rappresenta uno dei principali prodotti di Vesta per il mercato nutraceutico.

Natto MK-7™ e i prodotti Vesta sono distribuiti in Italia da C.F.M. Co. Farmaceutica Milanese.

Caratteristiche tecniche

Natto MK-7™ è la vitamina K2 (menachinone-7) prodotta da Vesta Ingredients per l’ambito nutrizionale. Natto MK-7™ è ottenuta naturalmente per fermentazione del ceppo batterico Bacillus subtilis Natto, lo stesso ceppo utilizzato per la produzione del Natto (alimento tradizionale giapponese) e per successiva purificazione.

Schermata 2016-11-02 alle 12.39.20Si tratta di una materia prima in polvere in cui la vitamina K2 è disponibile, in base alle diverse esigenze formulative, a diverse concentrazioni, supportata su fosfato dicalcico. Le concentrazioni disponibili sono 0,2, 1 e 1,3% (titolo determinato con metodo HPLC). A titolo esemplificativo le caratteristiche tecniche del prodotto all’1% sono riassunte in Tabella 1.

La materia prima è stata certificata completamente non-OGM da un ente certificatore indipendente internazionale (Non-GMO Project), che ha verificato l’origine naturale e non da organismi geneticamente modificati del prodotto per tutta la sua filiera.

Meccanismo d’azione

Durante la reazione di γ-carbossilazione dell’acido glutammico nelle proteine Gla, mediata dalla vitamina K, essa viene inizialmente ossidata in una forma epossido, la quale viene successivamente riciclata alla forma originaria attraverso l’azione dell’enzima Vitamina K Epossido Reduttasi. Farmaci cumarinici come il warfarin, che inibiscono la coagulazione sanguigna, hanno come bersaglio proprio questo enzima, di fatto inibendo la funzione della vitamina K; l’eventuale interazione menzionata va presa in considerazione in caso di somministrazione contemporanea dei due prodotti.

Studi scientifici

Assorbimento, biodisponibilità ed efficacia 

In diversi studi si è osservato come la Vitamina K2–menachinone-7 sia la forma di vitamina K più efficace e biodisponibile per l’organismo. In una pubblicazione del 2006, Schurgers e colleghi (4) hanno valutato l’assorbimento e l’efficacia della vitamina K2 in forma di menachinone-7 in 15 soggetti sani in comparazione con la vitamina K1 (fillochinone). La somministrazione di pari quantità dei due tipi di Vitamina K e la successiva misurazione nel sangue per 96 ore ha mostrato (Fig.1A) un picco di assorbimento attorno alle 4 ore dall’assunzione, seguito da un successivo declino; tuttavia, mentre alle 8 ore la vitamina K1 era tornata ai livelli basali (emivita 1-2 ore), la vitamina K2 era ancora presente a livelli considerevoli, diminuendo poi in maniera molto più graduale (emivita attorno ai 3 giorni) e   risultando quindi più disponibile nei tessuti extraepatici.

Nello stesso studio è stato condotto anche un test per valutare, a tempi diversi dall’assunzione con la colazione, la curva dose/risposta delle due forme di vitamina K; in Figura 1B e 1C si osserva, rispettivamente per vitamina K1 e K2, la relazione dose/risposta tra dose somministrata (50-500 μg) e la concentrazione di vitamina K nel siero: mentre alle 4 ore si è osservato un livello apprezzabile di vitamina nel siero per entrambe le forme (con una relazione dose/risposta lineare per entrambe le vitamine ma con una curva significativamente più ripida per il menachinone-7), alle 24 ore dosi fino a 200 μg di fillochinone non hanno determinato uno scostamento dalla baseline, al contrario di quanto osservato con il MK-7. Questo indica che a questi dosaggi solo la vitamina K2 MK-7 sembra essere effettivamente disponibile per l’assorbimento da parte dei tessuti nelle 24 ore dopo l’assunzione.

Nello stesso studio si è infine osservato l’effetto dei due tipi di vitamina K sul rapporto tra osteocalcina carbossilata (cOC) e non carbossilata (ucOC), dopo somministrazione a soggetti volontari per 6 settimane. Il rapporto cOC/ucOC, un marker del livello di vitamina K, e del suo efficiente utilizzo, nell’organismo, è aumentato in modo equivalente tra le due forme nei primi tre giorni; per il restante periodo di tempo, il rapporto è rimasto stabile per somministrazione di vitamina K1 mentre è costantemente aumentato per assunzione di vitamina K2 menachinone-7, fino ad arrivare ad un livello 3 volte superiore rispetto a quello ottenuto con fillochinone. Ciò ha suggerito quindi una migliore disponibilità ed efficacia nei tessuti di MK-7 rispetto alla vitamina K1.

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Studi clinici

Salute delle ossa – Molti studi osservazionali, condotti soprattutto in Giappone, hanno mostrato che la frequenza di fratture ossee è inversamente correlata con un elevato consumo di Natto, ricco di vitamina K2–menachinone-7. In uno studio pubblicato nel 2006 (3) gli Autori hanno valutato l’effetto del consumo abituale di Natto sulla densità minerale delle ossa in un’ampia coorte di 944 donne in menopausa, in una scala temporale di 3 anni. Oltre ad un incremento significativo della densità ossea dell’anca rispetto ai valori basali, si è riscontrata una correlazione diretta significativa tra frequenza di consumo di Natto (e quindi di vitamina K2) e tasso di modificazione della densità minerale ossea di femore e radio. In un altro recente studio (5) i ricercatori hanno valutato l’effetto di dosi crescenti di MK-7 o di un placebo in 60 donne per 4 settimane, osservando che 100 e 200 μg/giorno erano in grado di incrementare significativamente il rapporto cOC/ucOC rispetto al placebo. Analoghi risultati si sono osservati in una seconda parte dello studio in cui la somministrazione per 12 settimane di 100 μg/giorno di MK-7 ha determinato un rapporto cOC/ucOC significativamente superiore rispetto al placebo. I risultati sono confermati da un ulteriore studio su 244 donne in post-menopausa (6) in cui la somministrazione di MK-7 per 3 anni (contro placebo) ha significativamente rallentato il declino della densità e del contenuto minerale delle ossa a livello della spina dorsale e del femore, oltre a migliorare due indici di resistenza ossea e il rapporto cOC/ucOC rispetto al placebo.

Salute vascolare – Oltre al ben conosciuto ed essenziale ruolo nell’emostasi, per attivazione della cascata della coagulazione, la vitamina K ha mostrato in diversi studi di avere influenza sulla salute vascolare. La proteina MGP, che utilizza la vitamina K come cofattore e che lega il calcio, è riscontrabile a livello dei tessuti vascolari e delle placche aterosclerotiche; proprio in questi siti, MGP, nella forma carbossilata, sembra sia in grado di regolare la precipitazione di calcio mantenendo i vasi elastici e diminuendo il rischio di lesioni aterosclerotiche e il rischio cardiovascolare in generale (6). In topi knock-out per la proteina MGP, infatti, si sono effettivamente osservati decessi poco tempo dopo la nascita per importanti fenomeni di calcificazione aortica e coronarica. In uno studio del 2004, condotto analizzando le abitudini alimentari di 4807 soggetti per diversi anni e valutando gli effetti sulla salute, si è osservato che l’assunzione regolare di menachinone (ma non di fillochinone) era correlata inversamente con l’insorgenza di eventi di coronaropatie, con i decessi per coronaropatie, con decessi per qualsiasi causa e con processi di calcificazione aortica (7). Simili risultati sono emersi in altri studi condotti in modo analogo; in una coorte di 16000 donne osservate con un follow up di 8 anni, è stato riportato un ruolo protettivo da parte dell’assunzione regolare di menachinoni a lunga catena (MK-7 ed oltre) rispetto a eventi cardiovascolari (coronaropatie), mentre la medesima relazione non è stata osservata per il fillochinone (8). In un’altra pubblicazione, in simili condizioni, in una coorte di 564 donne post-menopausa, si è osservata una relazione inversa significativa tra consumo di menachinoni e misura della calcificazione aortica (9). Dagli studi menzionati si può inferire la potenziale importanza di un corretto apporto di menachinone per la salute cardiovascolare.

Sicurezza

La materia prima di Vesta Ingredients, Natto MK-7™, non contiene allergeni ed è conforme a tutte le normative di sicurezza alimentare disposte dalle Autorità Europee; è stata recentemente approvata per il mercato europeo in seno al regolamento Novel Food, secondo la procedura di sostanziale equivalenza, da parte della Food Safety Authority of Ireland.

L’autorità di Sicurezza Alimentare Europea (EFSA) ha riconosciuto due claim salutistici specifici per la vitamina K secondo l’articolo 13.1 del Regolamento Claim: “la vitamina K contribuisce alla normale coagulazione sanguigna” e “la vitamina K contribuisce al mantenimento di ossa normali”.

Applicazioni e Modalità d’uso

La vitamina K2 menachinone-7 è tra le vitamine la cui integrazione è ammessa dalle Autorità; il dosaggio massimo impiegabile negli integratori è di 105 μg/giorno.

La materia prima è utilizzabile in qualsivoglia forma galenica, come capsule, compresse o bustine.

Bibliografia
1 Beulens J et al (2013) The role of menaquinones (vitamin K2) in human health. Br J Nutr 110(8):1357-1368
2 Maresz K (2015) Proper calcium use: Vitamin K2 as a promoter of bone and cardiovascular health.
Integr Health 14(1):34-39
3 Ikeda Y et al (2006) Intake of Fermented Soybeans, Natto, Is Associated with Reduced Bone Loss in Postmenopausal Women: Japanese Population-Based Osteoporosis (JPOS) Study.
J Nutr 136(5):1323-1328
4 Schurgers L et al (2007) Vitamin K-containing dietary supplements: comparison of synthetic vitamin K1 and natto-derived menaquinone-7. Blood 109(8):3279-3283
5 Inaba N et al (2015) Low-Dose Daily Intake of Vitamin K2 (Menaquinone-7) Improves Osteocalcin γ-Carboxylation: A Double-Blind, Randomized Controlled Trial. J Nutr Sci Vitaminol (Tokyo) 61(6):471-480
6 Knapen M et al (2013) Three-year low-dose menaquinone-7 supplementation helps decrease bone loss in healthy postmenopausal women. Osteoporosis Int 24(9):2499-2507
7 Geleijnse J et al (2004) Dietary intake of menaquinone is associated with a reduced risk of coronary heart disease: the Rotterdam study.
J Nutr 134(11):3100-3105
8 Gast GCM et al (2008) A high menaquinone intake reduces the incidence of coronary heart disease.
Nutr Metab Cardiovasc Dis 19(7):504-510
9 Beulens J et al (2008) High dietary menaquinone intake is associated with reduced coronary calcification.
Atherosclerosis 203 (2009):489-493

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da L’Integratore Nutrizionale 3 – 2016

Physavie®

Per lungo tempo il foto-invecchiamento è stato riconosciuto come il risultato esclusivo dell’esposizione a raggi ultravioletti, ma negli ultimi anni, studi scientifici hanno dimostrato l’importanza della radiazione infrarossa (IR) e della luce visibile (VL) nella comparsa di rughe premature. L’IR è anche una delle principali cause del fenomeno dell’invecchiamento termico.

Physavie®, un prodotto sviluppato da Chemyunion e distribuito in Italia da Active Box, è un principio attivo naturale ottenuto con una tecnologia di ultima generazione, l’estrazione in fluido supercritico, che permette di ottenere estratti altamente concentrati, solvent-free e che rispondono ai più stringenti requisiti di eco-sostenibilità ambientale.

L’attivo rappresenta una soluzione innovativa per il trattamento e la prevenzione dei danni causati da IR, riducendo i principali fattori chiave del foto-invecchiamento, come l’infiammazione e la degradazione della matrice extracellulare (ECM).

Schermata 2016-10-21 alle 17.37.01Composizione e Caratteristiche tecniche

Physavie® (nome INCI: Physalis Angulata Extract, Caprylic/Capric Triglyceride) è ottenuto da Physalis angulata, una pianta ampiamente conosciuta come camapú. Si tratta di una pianta originaria del Brasile, che cresce spontaneamente nel Nord del paese. L’estrazione con CO2 supercritica permette l’isolamento di composti altamente attivi, della classe dei fitosteroli, in forma concentrata. Questa tecnologia evita l’utilizzo di solventi organici per l’estrazione di composti bioattivi. Aderendo a criteri di sostenibilità , e controllando la qualità di semina, coltivazione e raccolta di Physalis angulata utilizzata per ottenere Physavie®, Chemyunion ha sviluppato, grazie a 5 anni di ricerca costante, un piano di gestione e crescita controllata che soddisfa i requisiti ECOCERT® per la certificazione biologica.

In Tabella 1 sono riportate le caratteristiche tecniche del prodotto.

Efficacia

Test in vitro

Grazie ad una azione multi-target, la materia prima mira a combattere il foto-invecchiamento, agendo su diversi target biologici.

L’esposizione cronica ai raggi infrarossi può causare una pronunciata elastosi cutanea e un danno degenerativo simile al danno da esposizione ai raggi UV. Inoltre, è stato riportato che la radiazione IR A può penetrare lo strato epidermico ed il derma, raggiungendo il tessuto sottocutaneo senza aumentare significativamente la temperatura della pelle, mentre la radiazione infrarossa B e C viene assorbita principalmente dagli strati epidermici superiori aumentando significativamente la temperatura cutanea.

L’attivo ha la capacità di contrastare i danni associati all’esposizione a luce infrarossa e visibile. Questa capacità è mediata da meccanismi molecolari distinti.

In prima istanza, Physavie® è in grado di aumentare in modo significativo le attività degli enzimi antiossidanti SOD e CAT in cellule sottoposte a irradiazione. Un altro fenomeno associato all’IR è la degradazione delle proteine della matrice extracellulare (ECM). La radiazione IR A infatti determina l’attivazione di MMP-1 (metalloproteinasi-1) nei fibroblasti del derma. L’aumentata attività delle MMP è riconosciuta come un importante fattore fisiopatologico dell’invecchiamento cutaneo esogeno e si traduce nella degradazione del collagene fibrillare con conseguente compromissione dell’integrità strutturale del derma. È stato inoltre recentemente dimostrato che la radiazione IR è responsabile della riduzione dell’espressione del gene dominante del collagene umano in test in vitro ed in vivo. In questo studio abbiamo dimostrato la capacità dell’attivo non solo di ridurre MMP-1, ma anche di indurre la produzione di collagene endogeno.

Colligin è una proteina di 46000-KDa situata nel reticolo endoplasmatico (ER) di vari tipi di cellule che producono collagene I, è una proteina fosforilata e viene indotta in caso di aumento di temperatura. Recenti studi hanno dimostrato che Colligin protegge il pro-collagene ed il collagene di tipo I contro enzimi catabolici durante formazione e biosintesi all’interno dei fibroblasti in caso di stress acuto. Abbiamo dimostrato che Physavie® è in grado di aumentare l’espressione di Colligin, migliorando così la protezione del derma dal danno indotto dalla luce IR e visibile.

In conclusione, i test in vitro mostrano che la materia prima è in grado di:

– Ridurre le citochine pro-infiammatorie (es. IL-6) del 39%;

– Ridurre l’enzima MMP-1, responsabile della degradazione del collagene, del 40%;

– Aumentare l’enzima Colligin, termo-protettore del collagene, del 87%;

– Aumentare i livelli di collagene del 237%;

– Aumentare gli enzimi antiossidanti CAT e SOD rispettivamente del 123 e 278%.

Schermata 2016-10-21 alle 17.37.19Test ex vivo e test in vivo 

Le attività di Physavie® nel combattere gli effetti dell’invecchiamento termico e dell’esposizione ai raggi IR, sono stati valutati anche con modelli ex vivo attraverso l’analisi microscopica con immunofluorescenza, utilizzando l’anticorpo anti-collagene I marcato. I frammenti di cute utilizzati in questo studio sono stati ottenuti da interventi di blefaroplastica in pazienti sani di età compresa tra i 45 ed i 60 anni. Tali esperimenti sono stati condotti utilizzando l’attivo allo 0,1% ed esponendo i campioni alla luce infrarossa/visibile (2 J/cm2). In Figura 1A è possibile notare un marcato aumento dell’espressione del collagene in comparazione al trattamento di controllo non contenente l’attivo.

L’efficacia clinica è stata valutata con uno studio in doppio cieco, randomizzato, che ha coinvolto 33 volontari di età compresa tra i 18 ed i 60 anni, con fototipo da I a IV (Fitzpatrick).

L’applicazione topica di una formulazione contenente lo 0,5% della materia prima evita l’aumento della temperatura e del flusso sanguigno indotti da stress vasodilatatorio provocato da nicotinato di metile (0,1%). Infatti, a seguito dell’applicazione di nicotinato di metile, la temperatura cutanea aumenta dai normali 37,2 ai 42,2°C nell’arco di 20 minuti. Più efficiente rispetto ad una formulazione contenente lo 0,5% di idrocortisone, la crema con 0,5 % di Physavie® mantiene la temperatura cutanea a livelli basali (Fig.1B), evitando quindi le conseguenze dallo stress termico tipicamente indotto dall’esposizione solare e nel particolare dall’esposizione alla radiazione infrarossa. Il nicotinato di metile promuove anche un aumento significativo del flusso ematico locale, con picchi a 20 minuti dall’applicazione dello stress vasodilatatorio. Il pretrattamento con una crema contenente lo 0,5% di Physavie® riduce il flusso sanguigno rispetto al controllo non trattato con migliori risultati anche rispetto alla crema contenente lo 0,5% di idrocortisone.

I risultati ottenuti nei test in vitro, ex-vivo e clinici, evidenziano e confermano quindi l’effetto lenitivo e anti thermal-aging della sostanza.

Sicurezza

Physavie® è stato valutato in vitro e con test clinici per la sua sicurezza. è da considerarsi sicuro per l’uso cosmetico. Sono disponibili su richiesta dati a supporto.

Applicazioni e Modalità d’uso

Physavie® inserito in prodotti cosmetici solari o da giorno, permette una azione integrale contro il foto-invecchiamento ed è complementare alla classica protezione UV. Può essere quindi utilizzato in combinazione con agenti foto-protettivi come attivo protettivo da radiazione IR e visibile, in formulazioni anti-age come attivo anti-invecchiamento grazie alla sua capacità di proteggere le fibre di collagene e in prodotti skin care dedicati alla pelle sensibile, grazie alle sue proprietà lenitive.

La percentuale di uso suggerita è 0,5 – 2 %.

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da Cosmetic Technology 4 – 2016

Ginseng, le bacche oltre alla radice

Schermata 2016-10-19 alle 17.33.28Recenti ricerche attribuiscono ai componenti delle bacche del Ginseng un’attività biologica superiore a quella tradizionalmente riconosciuta agli estratti dalla sua radice.

La forma della radice del Ginseng, quantomeno strana, assomigliando proprio alla figura di un uomo, concorre alla nascita nell’antica Cina ed al diffondersi negli altri paesi del mondo, di fantasiosi nomi circa la sua definizione: “radice dell’uomo” o, “uomo-radice” o, ancora “radice della vita”. Il tutto confortato dalle straordinarie proprietà benefiche per la salute dell’uomo che in essa risiedono. Quindi, ovvio, che nella pianta, la parte estrattiva a fini officinali di maggiore interesse e notorietà sia stata sempre considerata proprio la radice.

Non poca, quindi, la sorpresa nel leggere che recenti ricerche hanno scoperto che nelle rosse bacche del Ginseng esiste un insieme di principi attivi ad attività biologica ancor più marcata rispetto a quella attribuita agli estratti dalla radice.

I più importanti componenti attivi della droga della pianta sono triterpen-glucosidi (saponine) ben noti quali ginsenosidi. Altri componenti attivi, sono steroli, flavonoidi, fenilpropanoidi, carboidrati, acidi organici, vari enzimi presenti, dicono le recenti scoperte, nelle bacche in quantità maggiori che non nella radice. In particolare il profilo ginsenosidico delle bacche è più marcato di quello delle radici. Ed è proprio il contenuto in Ginsenoside-Re, il più attivo tra i vari isolati dalla droga, che fa la differenza più sostanziale, essendo presente nelle bacche in quantità maggiore di almeno il 30% rispetto a quello contenuto nella radice. Così come nelle bacche è stata identificata una dose maggiore di vitamina E e K ed acido folico rispetto alla radice.

Dalla droga contenuta nella polpa delle bacche è stato infine, recentemente, isolato un derivato della lignina, denominato siringaresinolo. Si è scoperto che tale molecola è in grado di attivare l’espressione di SIRT-1. È questo un enzima (una proteina, sirtuina), fattore trascrizionale implicato nei fenomeni di invecchiamento della pelle: porta ad un ritardo della senescenza cellulare e a una migliorata funzione delle cellule endoteliali, praticamente è un vero e proprio attivo anti-aging. È quindi giustificato il consenso all’impiego di estratti da Ginseng ottenuti dalle rosse bacche, dal momento  che si è scoperto che sono queste a rappresentare la “miniera’” più ricca di elementi preziosi per il benessere del consumatore.

da Erboristeria Domani 5 – 2016