Innovazione per la sicurezza

Innovazione per la sicurezza

Screening del makeup per l’identificazione dei metalli potenzialmente tossici

Gli effetti collaterali che possono essere causati alla salute dall’utilizzo di makeup e prodotti cosmetici contenenti elementi e composti potenzialmente tossici sono ben noti e studiati approfonditamente. La consapevolezza dei produttori e dei consumatori nei riguardi della qualità del makeup è notevolmente aumentata negli ultimi anni. Tuttavia, sono noti recenti casi di effetti negativi riscontrati da alcuni consumatori in seguito all’uso di alcuni prodotti presenti sul mercato, per cui si è parlato di toxic beauty. Per questo motivo, a livello europeo è necessario procedere a un accurato e costante controllo di qualità delle materie prime utilizzate, dei processi di produzione e dei prodotti cosmetici provenienti da Paesi extra EU. A tal fine è auspicabile l’utilizzo di metodi di screening attendibili, semplici, veloci, economici e sostenibili che permettano un più facile e ampio controllo dei prodotti “pre” e “post” produzione.
Tra gli elementi critici figurano alcuni metalli pesanti, come il piombo, che possono essere facilmente rilevati dalle tecniche di fluorescenza dei raggi X (XRF). Queste permettono l’identificazione simultanea di tutti gli elementi rilevabili presenti nei campioni. Rispetto alle tecniche spettroscopiche tradizionali, l’analisi mediante XRF permette di utilizzare diversi metodi di preparazione dei campioni. In questo studio sono stati analizzati con la tecnica XRF in riflessione totale (TXRF) vari prodotti di makeup raccolti sul mercato italiano, preparati con metodiche diverse: solubilizzazione, sospensione e il nuovo metodo SMART STORE® ideato dal nostro gruppo di ricerca per lo screening e la conservazione dei campioni.
I risultati evidenziano le potenzialità di questo nuovo metodo rapido e semplice per l’individuazione di metalli potenzialmente tossici nei cosmetici.

Introduzione

La direttiva dell’Unione Europea (UE) sui cosmetici afferma, nell’art.2, che la sicurezza dei cosmetici e la protezione dei consumatori sono responsabilità di produttori, distributori e importatori; un prodotto cosmetico immesso sul mercato europeo non deve causare danni alla salute umana se applicato in condizioni d’uso normali e ragionevolmente prevedibili, tenendo conto della sua etichetta, delle istruzioni per l’uso e smaltimento, e di qualsiasi altra indicazione o informazione fornita dal produttore, dal suo agente autorizzato o da chiunque ne abbia la responsabilità (1). Esistono regolamenti precisi che garantiscono la sicurezza dei cosmetici e vietano l’utilizzo di nove ingredienti, tra cui coloranti di catrame e di carbone, formaldeide, etere glicolico, piombo, mercurio, parabeni, fenilendiammina e ftalati (2). Anche il regolamento più rigoroso, tuttavia, accetta tracce di elementi e composti non desiderabili, detti “tecnicamente” inevitabili (2). Tra questi sono presenti piombo, arsenico, cadmio, mercurio e antimonio; metalli potenzialmente tossici che possono derivare da impurità delle materie prime o da pigmenti aggiunti nel processo di produzione.
La normativa canadese fissa i seguenti limiti per i metalli: Pb 10 µg/g, As 3 µg/g, Cd 3 µg/g, Hg 3 µg/g e Sb 5 µg/g (3). Il Federal office of consumer protection and food safety (BVL) tedesco ha emanato delle linee guida più restrittive per la concentrazione di questi metalli nei cosmetici: Pb 5 µg/g (in qualche cosmetico anche inferiore, fino a 2 µg/g), Ni 10 µg/g, As 0.5 µg/g Cd 0.1 µg/g e Hg 0,1 µg/g.
La presenza di sostanze tossiche come i metalli in alcuni prodotti presenti sul mercato e gli effetti negativi riscontrati anche recentemente su alcuni consumatori hanno portato a parlare di toxic beauty (4). Particolare interesse suscitano piombo e cadmio che, se accumulati, possono essere la causa di malattie cardiovascolari, renali, ossee, epatiche e oncologiche (5). Questi e altri effetti collaterali sulla salute sono ben noti e studiati approfonditamente (6,7). Per questo motivo, a livello europeo è necessario procedere a un accurato e costante controllo di qualità delle materie prime utilizzate, dei processi di produzione e dei prodotti cosmetici provenienti da Paesi extra EU. A tal fine è auspicabile l’utilizzo di metodi di screening attendibili, semplici, veloci, economici e sostenibili che permettano un più facile e ampio controllo dei prodotti.
L’analisi chimica elementare dei cosmetici non è facile a causa dell’ampia variazione delle concentrazioni degli elementi (da pochi µg/kg a g/kg) e della complessità chimico-fisica delle matrici. Le tecniche analitiche più comunemente impiegate sono la spettrometria di massa al plasma (8) e la spettrometria di assorbimento atomico (9-11). Entrambe le tecniche richiedono la solubilizzazione completa del campione da analizzare, che solitamente avviene mediante un processo di digestione con una miscela di acidi minerali, metodo piuttosto lungo e impattante dal punto di vista ambientale. Un’altra tecnica di analisi chimica elementare è la fluorescenza dei raggi X (XRF), che rispetto alle sopracitate spettrometrie presenta alcuni vantaggi, tra i quali l’identificazione simultanea degli elementi presenti e la possibilità di utilizzare metodi di preparazione dei campioni semplici e veloci.
Negli ultimi anni si sta diffondendo la spettrometria XRF in riflessione totale (TXRF) in numerosi campi di applicazione. Un’ampia letteratura scientifica riporta l’analisi qualitativa e quantitativa di matrici ambientali come le acque (12,13), i terreni (14,15), i vegetali usati come indicatori di inquinamento (16), il particolato atmosferico (PM) (17); gli alimenti (18); varie tipologie di campioni biologici (19,20); farmaci (21). Pochi e recenti sono invece gli studi che riguardano l’analisi dei cosmetici (22,23).
I metodi di preparazione del campione per l’analisi TXRF variano in funzione della matrice, con l’obiettivo di ottenere una piccola quantità di materiale misurabile, il più possibile omogeneo e rappresentativo. Accanto ai metodi più utilizzati di solubilizzazione e sospensione, il nostro gruppo di ricerca propone il nuovo metodo SMART STORE®, che permette la conservazione permanente del campione che viene racchiuso tra due strati adesivi di polimero. Il metodo è già stato testato nell’analisi del particolato atmosferico depositato sulle foglie (16) o raccolto su membrane filtranti (24-27) e per lo screening di campioni alimentari (28).
Lo scopo di questa ricerca è presentare e confrontare i risultati ottenuti dall’analisi TXRF di campioni commerciali di makeup preparati mediante solubilizzazione, sospensione e SMART STORE®, illustrando vantaggi e svantaggi di queste metodiche. Lo studio si occupa, in particolare, del rilevamento di piombo, cromio e nickel in matita per gli occhi, ombretto di vari colori, mascara, rossetto, fard e fondotinta di provenienza differente, e dimostra che è possibile effettuare uno screening veloce per l’individuazione di questi elementi in concentrazioni potenzialmente dannose […]

Articolo pubblicato su MakeUp Technology Autunno/Inverno 2020

MAKEUP TECHNOLOGY

Fabjola Bilo, Laura Borgese INSTM e Laboratorio di Chimica per le Tecnologie, Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale, Università degli Studi di Brescia, Brescia

SMART Solutions, spin-off dell’Università degli Studi di Brescia, Brescia

fabjola.bilo@smartsolutionsweb.it

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

DOES TOMORROW MATTER TO YOU?
Sustainable Research and Development

Sicurezza microbiologica nei cosmetici

Sicurezza microbiologica
nei cosmetici

Quali sono i test più efficaci per garantirla?

 

Il rispetto dei parametri di qualità e sicurezza sono elementi essenziali per garantire ai consumatori l’utilizzo dei prodotti cosmetici senza alcun rischio.
Con l’entrata in vigore del Regolamento (CE) n.1223/2009, tutti i prodotti cosmetici immessi sul mercato devono essere sicuri: “È essenziale che i prodotti cosmetici messi a disposizione sul mercato dell’Unione europea siano sicuri per la salute umana se utilizzati in condizioni d’uso normali o ragionevolmente prevedibili. A tale scopo, il Regolamento prescrive che, per stabilire che un prodotto cosmetico sia sicuro in tali condizioni, i prodotti cosmetici debbano essere sottoposti a una valutazione della sicurezza”. Uno dei principali requisiti per garantire la sicurezza dei cosmetici è la valutazione delle caratteristiche microbiologiche per determinare le specifiche accettabili di ingredienti e prodotti finiti. Queste analisi permettono di assicurare il controllo microbiologico, mantenere la qualità e le specifiche previste, e quindi preservare l’immagine e la reputazione delle aziende.

Microbiological safety in cosmetic products
What are the most valid tests  to guarantee it?

The compliance with quality and safety standards is essential to ensure that consumers can use cosmetic products without any risk.
With the implementation of the Regulation (EC) No. 1223/2009, all cosmetic products placed on the market must be safe: “It is essential that cosmetic products made available on the Union market be safe for human health when used under normal and reasonably foreseeable conditions of use. To that end, the Regulation requires that, in order to establish that a cosmetic product is safe under those conditions, cosmetic products undergo a safety assessment”. One of the main requirements to ensure the safety of cosmetics is the evaluation of microbiological characteristics to determine the acceptable specifications of ingredients and finished products. The analyses allow to guarantee microbiological control, maintain quality and specifications and, therefore, preserve the brand reputation of the companies
.

Milioni di persone in tutto il mondo utilizzano ogni giorno prodotti per l’igiene personale. I rituali di cura e bellezza includono l’applicazione di diversi prodotti quali shampoo, balsamo per capelli, sapone, dentifricio, deodorante, balsamo per le labbra, crema solare, lozioni per viso e corpo, prodotti per la rasatura e makeup. Anche se non sterili, questi prodotti sono accuratamente progettati e fabbricati per garantire la sicurezza microbiologica e la stabilità durante l’uso normale e ragionevolmente prevedibile del prodotto (1,2).
La valutazione della sicurezza microbiologica di tutti i prodotti cosmetici viene normata nelle linee guida cosmetiche degli standard internazionali come l’ISO (2).
Il rispetto dei parametri di qualità e sicurezza sono elementi essenziali per garantire ai consumatori l’utilizzo dei prodotti cosmetici senza alcun rischio. Le norme e i principi applicati ai cosmetici, compresa la considerazione di microrganismi patogeni o indesiderabili, si basano su quelli utilizzati nell’industria farmaceutica per i prodotti farmaceutici non sterili (3). Questi sono stati stabiliti dalla United States Pharmacopeia (USP) e sono applicabili negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration (FDA) e in Europa con l’entrata in vigore del Regolamento (CE) n.1223/2009.
Negli ultimi anni il livello di sicurezza dei prodotti per l’igiene personale è stato eccellente e le infezioni derivanti da prodotti contaminati sono state rare, con molti dei casi segnalati verificatisi in individui ospedalizzati (3). Tuttavia, in Europa si sono comunque registrati più di 100 recall di cosmetici, a causa di contaminazioni di origine microbiologica (estrazione dati Rapex – 2010-2020) che hanno visto il coinvolgimento di numerosi Paesi della Comunità oppure di provenienza extra-europea e di cui è possibile apprenderne i dettagli (4).
In linee generali, la contaminazione dei cosmetici originata da funghi o batteri può avvenire tramite:
• materie prime, acqua o altri ingredienti contaminati;
• cattive condizioni di produzione;
• ingredienti che favoriscono la crescita dei microrganismi, senza l’impiego di un efficace sistema conservante;
• packaging non in grado di proteggere adeguatamente il prodotto;
• cattive condizioni di spedizione o di stoccaggio;
• l’utilizzo diretto da parte dei consumatori, come ad esempio la necessità di immergere le dita nel prodotto per applicarlo.

Per leggere l’intero articolo, acquista il singolo numero o abbonati alla rivista

COSMETIC TECHNOLOGY

Chiara Chiaratti, Monica Mapelli,
Nicola Lorenzetto*

Mérieux NutriSciences – Pharma, Healthcare & Cosmetics, Resana (TV)
*Cosmetic scientific and technical expert

nicola.lorenzetto@mxns.com

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Hydraprotect Plus Senza Alcool

Hydraprotect Plus Senza Alcool

Dalla natura un nuovo alleato per la protezione cutanea

Un efficace alleato per la protezione delle nostre mani, alcohol-free, con antibatterico naturale e arricchito con un olio ricco in omega 3,6,7 e 9.

#senzaalcool • #lavamani • #delicato
Nome commercialeFornitoreNome INCI%Funzione tecnicaCertificazioni
Fase A
Emulfit 415ChemyunionPolyacrylamide, C13-14 Isoparaffin, Laureth-71,8Emulsionante-
--Glycerin1Umettante-
Fase B
--Aquaa 100Solvente-
Fase C
Omega PlusChemyunionHelianthus Annuus Seed Oil, Zea Mays Oil, Macadamia Integrifolia Seed Oil, Olea Europaea Fruit Oil, Sesamum Indicum Seed Oil1,5Attivo-
--Dibutyl Adipate2Umettante-
Fase D
Hebeatol® Plus DeoChemyunionXylityl Sesquicaprylate0,5Antimicrobico-
Chemynol® FChemyunionPhenoxyethanol0,8Conservante-
--Parfum0,4Fragranza-
Descrizione processo produttivo
Proprietà

COSMETIC TECHNOLOGY

Mara Bisio
tel 02 36530596
mara.bisio@activebox.it
www.activebox.it

Con la speciale collaborazione di Valéria B Câmara, Business Development Manager EMEA, Chemyunion Ltda.

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Il digitale al servizio della persona

Il digitale al servizio della persona

L’e-recruitment dedicato al mondo della cosmetica

L’avanzata della digitalizzazione

Oggi più che mai, a seguito degli ultimi eventi che hanno modificato le nostre vite, non solo da un punto di vista personale ma anche lavorativo, il digitale è diventato un alleato di cui non si può e non si potrà più fare a meno.
Pertanto, se ancora prima che si verificasse questa situazione la trasformazione digitale era un processo inevitabile per le imprese, ora è divenuta una realtà imprescindibile se si vuole rimanere competitivi sul mercato.
Per trasformazione digitale si intende un radicale cambiamento nell’organizzazione aziendale, nei processi e nelle attività che costituiscono l’ecosistema di una società.
L’introduzione del digitale comporta una riduzione delle mansioni più ripetitive, inserendo l’automazione di determinati processi volti a migliorare e velocizzare non solo il sistema produttivo ma tutte le aree coinvolte nel business, dalle funzioni aziendali (quali, ad esempio, marketing, risorse umane, amministrazione) ai modelli di business, di partnership e così via.
C’era un tempo in cui si temeva che la macchina industriale avrebbe “rubato” lavoro all’uomo sostituendolo nelle sue mansioni. Tale previsione non si è avverata, anzi, all’opposto, l’industrializzazione ha sgravato l’uomo dai lavori più pesanti, consentendogli di concentrarsi maggiormente sulle attività intellettuali, e ha contribuito alla creazione di un nuovo mercato del lavoro, nel quale nuove professioni prendono forma e altre svaniscono. Il digitale deve essere inteso come un’opportunità di crescita attraverso uno strumento che accelera determinati meccanismi, consente l’ottimizzazione dei processi e quindi la possibilità di concentrarsi sul proprio core business.
La tecnologia, dunque, come importante opportunità di miglioramento in tutti i settori, ma anche come possibile fonte di rischio per la privacy. Non si possono infatti dimenticare i problemi connessi alla gestione dei dati personali che sorgono in particolari processi aziendali. Il General Data Protection Regulation (GDPR) è nato proprio per regolamentare la protezione di tali informazioni, coniugando tutela personale e sviluppo tecnologico. Non è questa la sede per discutere di sicurezza dei dati, ma il principio non può essere trascurato; non a caso, la sicurezza è diventata l’elemento cardine in materia di protezione dei dati, senza il rispetto della quale il trattamento degli stessi non può essere effettuato.

La digitalizzazione nel comparto cosmetico
Anche nella beauty industry il processo di digitalizzazione è in fase di forte crescita e sviluppo. Dal report di Cosmetica Italia del 2019 è emerso che le imprese cosmetiche hanno e stanno tuttora reagendo al tema dell’informatizzazione, non solo investendo maggiormente nell’e-commerce, ma anche impegnandosi a progettare e realizzare un piano destinato a trasformare l’intera organizzazione aziendale.
Nel mondo cosmetico l’e-commerce ha comportato una parte di disinvestimento nei confronti dell’intermediazione tradizionale, tuttavia rimane affiancato ad altri canali di vendita attraverso intermediari esterni e interni all’azienda. Le imprese interpellate sul punto hanno riconosciuto la fondamentale importanza dell’investimento nell’e-commerce, poiché esso offre enormi potenzialità commerciali. Non per niente, dall’indagine effettuata da Ermeneia è emerso che nel 2019 il 40% delle imprese cosmetiche ha venduto online rispetto al 9% del 2011.
Sul piano della progettazione e della realizzazione effettiva, invece, il report di Cosmetica Italia sostiene che il 60% degli imprenditori intervistati ha dichiarato di essere già impegnato in un processo di digitalizzazione, seppure a livelli e intensità differenti. La maggior parte degli imprenditori che ha partecipato all’indagine riconosce l’opportunità e il beneficio dietro al digitale, non solo all’interno della propria azienda, ma anche nei rapporti con la lunga filiera che costituisce l’impresa cosmetica, sia a monte con la produzione sia a valle con la rete di vendita. L’interconnessione tra i vari e numerosi attori deve essere facilitata e velocizzata attraverso la circolazione fluida delle informazioni, in modo tale da instaurare un dialogo costante e continuo tra i soggetti coinvolti.
Nel microcosmo aziendale, però, il 78% degli intervistati ha sostenuto che tale rivoluzione digitale è stata frammentaria, ovvero è avvenuta in modo discontinuo, solo in alcuni reparti. Per trarre il beneficio digitale è invece necessario coinvolgere tutto il sistema organizzativo, nel suo complesso e nelle singole funzioni, considerando sempre le caratteristiche e le specificità della singola impresa (1,2).

La digitalizzazione e il recruitment del personale

Anche nel settore della ricerca e selezione e formazione del personale esistono realtà che si sono distinte grazie alla tecnologia, non sottovalutando il concetto di e-recruitment ma, al contrario, implementando strumenti digitali innovativi volti a facilitare il flusso delle informazioni tra i vari attori interessati. Alcune società hanno addirittura utilizzato sistemi in grado di fornire un servizio di ricerca e selezione del personale in modalità “self-service”, offrendo al cliente la possibilità di trovare il proprio candidato ideale in modo autonomo e indipendente, senza interferenza da parte del recruiter, se non specificatamente richiesta.
Tuttavia, se nell’era del digitale la tecnologia è fondamentale per raggiungere ottimi risultati in tempi ridotti, soprattutto in un ambito quale quello del recruitment, la componente umana rimane parte integrante dell’attività, anzi, al centro della selezione.
La tecnologia non è tutto: il focus rimane sulla persona.
In un mondo dove il digitale e i social la fanno da padroni nelle relazioni, un’efficiente ed efficace società di recruitment non può prescindere dalla competenza umana. Sono le persone giuste al posto giusto a fare la differenza e per trovare il candidato ideale occorrono competenza, specializzazione, innovazione e collaborazione.
Il vero tratto distintivo di una selezione adeguata e soddisfacente presuppone, infatti, una serie di competenze e soft skills che non possono essere fornite dall’automazione, ma devono essere affidate a risorse valide, capaci e altamente qualificate. Una volta che il candidato ha compilato la parte digitale con l’inserimento dei propri dati, esperienze e qualifiche professionali, la selezione deve essere completata attraverso un’intervista o un incontro con un team di professionisti. Tale modo di operare evidenzia l’importanza della relazione e della collaborazione, considerando l’elemento umano quale strumento indispensabile al raggiungimento dell’obiettivo.
Soprattutto nei settori come quello del recruitment, in cui la persona deve rimanere l’attore protagonista, oggi la vera sfida è quella di riuscire a sfruttare i vantaggi forniti dalla digitalizzazione integrando il processo nell’unico modo possibile per superare i limiti che la tecnologia comporta: con la componente umana.

MAKEUP TECHNOLOGY

Webinar

Giorgia Lanza
HR Business Partner,
Job On Beauty, Milano

giorgia.lanza@jobonbeauty.com

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
JOB ON BEAUTY

Prenditi cura del tuo recruitment

Il nuovo alleato del benessere di cani e gatti

Il nuovo alleato del benessere

di cani e gatti

ELANCO

Il nuovo mangime complementare dietetico a particolari fini nutrizionali, FormaLIFE da Elanco, ha una formula unica ed elevata appetibilità. La sua formula contiene un’azione combinata di due ceppi probiotici vivi, due prebiotici FOS e MOS, vitamine, oligoelementi ed elementi adsorbenti per rimettere in forma l’intestino di cani e gatti.

Indicazioni

Riduzione dei disturbi acuti dell’assorbimento intestinale; durante le diarree acute e i periodi di convalescenza successivi.
FormaLIFE contiene l’esclusivo ceppo vivo di Lactobacillus acidophilus ed Enterococcus faecium.
In particolare, il Lactobacillus acidophilus è uno dei probiotici più studiati per i suoi effetti sul benessere intestinale per cani e gatti. Inoltre, il mangime è arricchito con alcune vitamine utili in caso di disturbi intestinali e di terapie con antibiotici: vitamina A ad azione epitelio protettiva, vitamina B12 ad azione antianemica, vitamina E e zinco chelato che aiutano a supportare un sano sistema immunitario. Altre sostanze che completano FormaLIFE sono l’acido tannico e i tannini, ad azione adsorbente sui liquidi in eccesso. 

Composizione

Fruttoligosaccaridi (35%) (ingredienti ad alta digeribilità), estratto di fegato, prodotti del lievito (mannanoligosaccaridi) (5%), maltodestrina, mono-digliceridi degli acidi grassi esterificati con acidi organici (gliceril dibehenato), sali di acidi organici di magnesio, cloruro di sodio, solfato di potassio, fosfato dicalcico, ossido di magnesio.

Modalità d’uso

FormaLIFE è indicato sia per cani sia per gatti ed è adatto durante le diarree acute e i periodi di convalescenza successivi. Si raccomanda di chiedere il parere del veterinario prima dell’uso del prodotto e di tenere abbondante acqua a disposizione dell’animale.
Il periodo di impiego raccomandato va da 1 a 2 settimane e le compresse possono essere miscelate al cibo o introdotte direttamente nella bocca dell’animale. Il dosaggio è di 1 compressa per il gatto e 1 compressa ogni 8 kg per il cane (per i cani >32 kg 5/6 cpr).
Di solito problemi intestinali acuti si risolvono nell’arco di 7 giorni, tuttavia il trattamento con Formalife può essere prolungato senza rischi per la salute dell’animale. La quantità giornaliera viene suddivisa in due somministrazioni, al mattino e alla sera. Chiedere il parere di un veterinario prima dell’uso.
Il barattolo da 30 compresse può essere richiesto in farmacia.

L’INTEGRATORE NUTRIZIONALE

Giulia Vilotti
tel 02 360211664
giulia.vilotti@elancoah.com
www.mypetandme.it

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
MY PET AND ME • ELANCO

FormaLIFE - Fermenti lattici vivi per cani e gatti

Notte dei ricercatori

Dai vasetti ai sacchetti

Un nuovo modo di concepire il packaging cosmetico

Università: mai stata così vicina

In quest’anno profondamente segnato dalla pandemia è emersa ancora di più la necessità di instaurare un dialogo costruttivo tra scienza e popolazione. La scienza, infatti, si interroga da decenni su come coinvolgere e interessare i cittadini alle sue scoperte. A tal fine, ogni anno dal 2005 viene organizzata in diverse città europee la notte delle ricercatrici e dei ricercatori, che nel caso degli atenei di Padova, Venezia e Verona prende il nome di Venetonight. A causa della pandemia, quest’anno è stata organizzata un’edizione interamente online che ha visto la realizzazione di webinar, esperimenti di laboratorio online e video informativi su domande che posso sorgere spontanee a chiunque, ad esempio come nasce un vaccino, come avviene l’effetto serra o che cosa sono e a che cosa servono le emozioni.
Scopo dell’iniziativa è quello di portare fuori dai laboratori la ricerca accademica, mostrando alla popolazione quanto la ricerca affronti ogni giorno problemi che interessano tutti noi, ma soprattutto quanto questa possa offrire soluzioni che hanno una ricaduta pratica nella società. Quest’ultimo aspetto in particolare è parte della mission degli spin-off universitari che si pongono come veri e propri luoghi di incontro tra accademia e impresa, al fine di favorire il trasferimento tecnologico della ricerca.
Ne è un esempio il video realizzato da Unired, spin-off dell’Università degli Studi di Padova, che da più di otto anni collabora con aziende del settore cosmetico e nutraceutico con lo scopo di favorire l’innovazione di prodotto e la crescita del know-how. Il video in questione  riguarda il frutto dell’ultimo anno di ricerca di Unired sulla sostenibilità dei packaging cosmetici. Tale ricerca ha portato recentemente allo sviluppo di ECO PIPING BAGS, un packaging cosmetico dal design innovativo e in materiale completamente biodegradabile e compostabile.

Quanti contenitori di plastica abbiamo in casa? L’industria cosmetica da anni predilige questo tipo di vasetti e flaconi che rendono facile l’utilizzo del prodotto e la conservazione. Ma un’ottima alternativa che guarda al nostro pianeta in un’ottica ecologica e sostenibile c’è!

La rivoluzione del packaging in un sacchetto

La maggior parte dei prodotti cosmetici è contenuta in vasetti, flaconi o tubetti di plastica, i quali hanno un ruolo fondamentale nel garantire la corretta conservazione del prodotto, proteggendolo efficacemente dagli agenti esterni, oltre che a permettere il giusto dosaggio e una consona applicazione. I classici contenitori cosmetici sono però voluminosi, aumentano notevolmente la produzione di rifiuti e spesso non possono essere inclusi nella filiera del riciclaggio.
In un mondo in cui l’attenzione all’ambiente è sempre più impellente e una delle tematiche più dibattute è come ridurre i rifiuti, è necessario cercare soluzioni sostenibili. Proprio in quest’ottica è nato il progetto ECO PIPING BAGS.
Esso sostituisce il classico flacone o vasetto di plastica con un sacchetto sottile, leggero e dal design unico, realizzato in materiale completamente biodegradabile e compostabile. Il nuovo contenitore per prodotti per la pelle, innovativo e sostenibile, mira a cambiare l’idea del cosmetico e il suo impiego, richiamando il mondo della pasticceria. L’innovazione di questo imballaggio consiste, infatti, nel trasferire e adattare al mondo cosmetico un contenitore come la sac à poche, che è proprio di una realtà, la pasticceria, altrettanto costellata di creme.

Come si presenta il sacchetto e da cosa è composto

Il contenitore a sacchetto (Fig.1A) è realizzato con polimeri biobased, biodegradabili e compostabili provenienti dal mondo dell’agricoltura, ed è avvolto da carta biodegradabile che ne favorisce la presa e garantisce una sensazione tattile piacevole, aspetto fondamentale della gestualità cosmetica (Fig.1B). Il corretto svuotamento della confezione viene favorito dall’impugnatura “da pasticceria”, evitando così il contatto diretto del dito con il prodotto, come avviene ad esempio con i vasetti, e riducendo quindi la possibile contaminazione.
L’erogazione del prodotto dal “contenitore a sacchetto” avviene grazie a un dispositivo di erogazione anch’esso biodegradabile e compostabile, dal design ideato su misura e dotato di tappo richiudibile. Questo sistema “apri e chiudi” permette di dosare facilmente il prodotto. Infine il sacchetto viene riposto in un contenitore di carta rettangolare che permette di metterlo a scaffale. Anche tale contenitore è stato realizzato ad hoc per assicurare la funzionalità, riducendo al minimo il materiale che lo compone.
La realizzazione di un sacchetto rispetto a un flacone si traduce in una riduzione di oltre il 90% della quantità di plastica utilizzata per produrlo, abbattendo drasticamente gli spazi necessari per stoccare i pezzi nei magazzini e l’inquinamento derivante dal loro trasporto.
Il progetto ha partecipato al Best Packaging 2020, contest promosso dall’Istituto Italiano di Imballaggio volto a premiare i migliori packaging in relazione a innovazione e sostenibilità, aggiudicandosi il premio Quality Design con la seguente motivazione: “Il prototipo introduce una nuova visione e una nuova concezione del flacone per skin care. Il trasferimento tecnologico della forma, che ricorda una sac à poche da pasticceria, afferma nuove coordinate espressive e propone al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo”.
Come sottolinea anche la motivazione, oltre a essere sostenibile introduce una nuova gestualità e fa da apripista a nuovi modi di concepire il packaging cosmetico e non solo.
L’esperienza data dalla realizzazione di questo progetto mostra, ancora una volta, come la sinergia tra ricerca accademica e impresa porti allo sviluppo di modelli virtuosi che possono essere adottati anche da altre industrie, non solo cosmetiche.

COSMETIC TECHNOLOGY

Vasetti flaconi e contenitori
ci sommergeranno?
speciale video

Alessandra Semenzato
Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova

Alessia Costantini,
Marco Scatto, Gianni Baratto

Unired, Spin-off Università di Padova, Padova

alessandra.semenzato@unipd.it

Condividi la notizia!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
unired - università di padova, dipartimento del farmaco

Vasetti flaconi e contenitori ci sommergeranno?

Bag on Valve

BAG ON VALVE

Tecnologia per la produzione di farmaci, dispositivi medici e cosmetici,
sia in forma di creme e gel sia in forma liquida

AlessandroDiMartino_IBSA

La scelta di tecnologie avanzate e innovative, lo sviluppo di un solido know-how tecnico dei collaboratori e l’effettuazione di investimenti nell’ottica di immettere sul mercato prodotti farmaceutici, sicuri, pratici ed efficaci a garanzia dell’utilizzatore finale rappresentano i criteri con cui IBSA Farmaceutici persegue costantemente il miglioramento della qualità e dell’affidabilità dei suoi prodotti. Il motto “Farmaci nella forma migliore” è diventato il cardine della filosofia aziendale di IBSA.
Abbiamo incontrato il Dott. Alessandro Di Martino, Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici, al quale abbiamo posto una serie di domande per approfondire insieme quali sono state le motivazioni che hanno spinto IBSA Farmaceutici a introdurre nei propri stabilimenti la tecnologia di confezionamento Bag on Valve (BoV).

Alessandro di Martino
Special Projects Consultant, Technical Operations Department di IBSA Farmaceutici

D. Come si è sviluppato il progetto?

R. Già nella prima metà degli anni 2000 la società iniziò a produrre per una consociata francese un antinfiammatorio a uso topico sotto forma di gel, commercializzato nel classico tubetto di alluminio da 100 g, la cui produzione ammontava ad alcune centinaia di migliaia di pezzi/anno.
La linea di confezionamento era costituita da una riempitrice di tubi di alluminio con una capacità produttiva di circa 3000 pz/ora e di una linea di confezionamento secondaria.
Tuttavia, l’evidenza di alcuni aspetti ritenuti poco “farmaceutici” e legati esclusivamente al tipo di confezionamento primario, e cioè la difficoltà di recuperare il totale del contenuto dichiarato sulla confezione (causa le pieghe del tubo di alluminio una volta spremuto) e in secondo luogo il fatto che dopo l’utilizzo sul bocchello del tubetto in alluminio rimane sempre un residuo di crema che si ossida, indurisce e cambia colore), fummo spinti a ricercare un confezionamento che risultasse più idoneo, che mitigasse questi difetti e contemporaneamente fosse, se non del tutto inedito, almeno poco diffuso nell’industria farmaceutica per poterci così distinguere dalla concorrenza.
Una ricerca di mercato consentì di identificare due aziende, una svizzera e una italiana, che allora utilizzavano per il mercato della grande distribuzione (schiume per l’igiene personale, food, ecc.) una particolare tecnologia in grado di minimizzare i suddetti difetti.

D. Quali sono i principi cardine della tecnologia?

R. Il principio di tale tecnologia consiste sostanzialmente nel dosare il prodotto da erogare in un sacchetto multistrato saldato su valvola per aerosol, il tutto contenuto in una bomboletta di alluminio in cui lo spazio tra sacchetto e bomboletta viene pressurizzato con aria oppure azoto. Risulta quindi del tutto eliminato qualsiasi contatto tra prodotto e propellente.  Nel momento in cui l’utilizzatore aziona la valvola premendo su un apposito tasto erogatore, la pressione gravante sul sacchetto permette la fuoriuscita del prodotto attraverso lo stelo valvola ottenendone l’erogazione.
In buona sostanza, la pressione che preme sul sacchetto svolge la stessa funzione della mano dell’utilizzatore che schiaccia il tubetto di alluminio.
In verità già da tempo esistevano anche in ambito farmaceutico (ed esistono ancora oggi) tecnologie similari utilizzate per la preparazione di schiume, salvo il fatto che l’azione propellente in questo caso è svolta da un gas sotto pressione (in genere protossido di azoto) direttamente mescolato al prodotto stesso. Tuttavia, ricorrere a questa tecnologia a posteriori comporta la messa a punto di una nuova formulazione che va registrata e l’esecuzione di prove di stabilità a lungo termine; un iter che appare sicuramente lungo e complesso.
Al contrario, ciò che si rende necessario realizzare se si decide di cambiare imballaggio è solo la valutazione dell’interazione del prodotto a contatto con materiali “inerti” sia del sacchetto (polietilene) sia della valvola.

IBSA FARMACEUTICI ITALIA

Sostenibilità ambientale e packaging: i vincitori del Best Packaging 2020

Come discusso nel primo webinar promosso da FederSalus, dal titolo Sostenibilità. Quali sono le opportunità per gli integratori alimentari?, si registra una crescente consapevolezza, nel mondo aziendale, dell’impatto che le strategie green possono avere sulla crescita del proprio business. Da qui la necessità di adottare pratiche di sostenibilità ambientale che si traducano in progetti di sostenibilità del packaging e in pratiche commerciali corrette.

Proprio in questo ambito Montefarmaco e Unifarco sono state tra le aziende premiate dal recente Best Packaging 2020, promosso dall’Istituto Italiano Imballaggio e patrocinato da CONAI, per aver proposto alcuni tra i migliori esempi di innovazione sotto l’aspetto del design e della prevenzione in termini di impatto ambientale. Al riguardo, queste realtà aziendali hanno illustrato l’importanza della sostenibilità nel proprio modello di business.

 

Montefarmaco OTC

D. La grande attenzione di Montefarmaco OTC all’innovazione si estende anche alle tecnologie di produzione e confezionamento, riconosciuta anche da questa premiazione. Quali esigenze hanno portato allo sviluppo della soluzione vincitrice e quali sono i vantaggi per l’azienda e in termini di sostenibilità?

R. Montefarmaco è leader nel mercato degli integratori alimentari confezionati in flaconcino con tappo separatore, che permette di ricreare in soluzione estemporanea i prodotti, mantenendo gli ingredienti solidi e liquidi stabili e attivi. Da attenti conoscitori del mercato e dei nostri consumatori abbiamo intercettato l’esigenza di migliorare il nostro precedente packaging per venire incontro alle esigenze di maggior usabilità e sostenibilità del nostro confezionamento. Abbiamo quindi creato un team interfunzionale in collaborazione con la società Biofarma per sviluppare, produrre e brevettare il nostro sistema di confezionamento MCap System®.
La tecnologia che abbiamo progettato, industrializzato e che per il momento stiamo commercializzando con il nostro prodotto Lactoflorene® Plus, è tra le più complete e avanzate disponibili sul mercato, in quanto costituita da 4 elementi fondamentali:
i) il tappo, appositamente progettato per essere più facile da premere grazie a dei pre-tagli sulla corona;
ii) la capsula, composta da un particolare materiale tristrato che garantisce elevati livelli di stabilità degli ingredienti attivi e che contiene la permeabilità nei confronti dei liquidi sottostanti;
iii) la guarnizione, progettata per separare ermeticamente polvere e liquido;
iv) il flacone, che contiene il liquido e che si avvita in modo perfetto al tappo evitando travasamenti di liquidi, ma al contempo permettendo uno svitamento agevole per tutti i consumatori.
Il nostro sistema presenta molti vantaggi per il consumatore sia in termini di usabilità (infatti la pressione necessaria per sfondare la cialdina e la forza di torsione per aprire il confezionamento sono inferiori rispetto alle tecnologie precedenti) sia in termini di sostenibilità ambientale, in quanto tutti i componenti sono riciclabili al 100%. Inoltre il nostro MCap System® è un’innovazione completamente realizzata in Italia dall’idea alla produzione. Possiamo quindi parlare anche di sostenibilità economica per il sistema Italia e promozione del Made in Italy.

D. Quale importanza ha la sostenibilità nel modello aziendale di Montefarmaco OTC? E come è nato il progetto di un packaging sostenibile?

R. Montefarmaco ha abbracciato da tempo i valori della sostenibilità ambientale che considera asset strategici e driver di crescita. Interpretiamo il concetto di “sostenibilità” in modo ampio, come ricerca di benessere per tutti i nostri stakeholder legati al successo di un’azienda, alla sua performance e alla sua crescita. Abbiamo quindi intrapreso nel tempo, all’interno delle diverse aree aziendali, una serie di attività che vanno in questa direzione, con l’obiettivo di generare valore in una prospettiva di lungo periodo, iniziando con piccoli passi ma con grande consapevolezza. Per Montefarmaco la sostenibilità ambientale deve andare di pari passo con la sostenibilità economica, perché solo le aziende solide possono creare reale valore nella società.
MCap System® nasce dalla consapevolezza che un’azienda solida deve crescere e portare innovazione sul mercato preservando le risorse naturali e ambientali, senza precludere al suo consumatore delle esperienze di acquisti e consumo che soddisfino le sue esigenze. MCap System® nasce con l’idea di permettere a tutti di prendersi cura del proprio benessere attraverso un rito quotidiano (push, shake and drink) semplice, divertente, sostenibile e soprattutto efficace, perché tutti gli ingredienti conservano le loro caratteristiche attive.

D. Quali sono gli elementi che un’azienda deve considerare e implementare per adottare un reale approccio orientato alla sostenibilità?

R. Premettendo che ogni azienda ha una storia a parte, Montefarmaco ha deciso di implementare la sostenibilità ambientale con piccoli ma concreti passi, iniziando dai suoi due asset più importanti: i collaboratori e i prodotti.
Per quanto riguarda i prodotti, Montefarmaco pone grande attenzione alla scelta dei fornitori e delle materie prime di origine vegetale, prediligendo metodi e processi produttivi a basso impatto ambientale senza rinunciare alla qualità: per esempio, abbiamo quindi scelto il D-mannosio da betulla invece che chimico per il nostro prodotto Lactoflorene® Cist; abbiamo prodotti oftlamici senza conservanti come Iridina® Gocce Lubrificanti oppure alternative naturali ai farmaci come Dentinale® Natura.
Nelle scelte interne, per il benessere dei nostri collaboratori abbiamo deciso di avere uffici ampi e luminosi con due giardini e spazi aperti (nonostante siamo ubicati in un contesto industriale della periferia di Milano), dedicare degli spazi al fitness, implementare degli erogatori di acqua purificata e digitalizzare i processi interni per ridurre i consumi di plastica e di carta.
A livello societario abbiamo accolto nel gruppo la società Dermophisiologique SB, la prima azienda di cosmetica professionale in Italia ad avere acquisito la certificazione B Corp® nel 2016. Con Dermophisiologique e il loro marchio Ontherapy®, Montefarmaco porta avanti una campagna di sensibilizzazione sulle disreattività cutanee indotte da cure oncologiche; un problema che può essere gestito con prodotti cosmetici, aumentando significativamente il benessere e la qualità di vita di pazienti oncologici.
Come titolare di Montefarmaco sono fortemente convinto che le aziende debbano avere un ruolo sempre più di guida all’interno della nostra società, che sta perdendo i tradizionali punti di riferimento (Politica, Religione e Scuola), proponendo modelli etici e sostenibili da un punto di vista sia ambientale sia economico.

 

UNIFARCO

D. Si registra una crescente consapevolezza, anche nel mondo aziendale, della necessità di adottare pratiche di sostenibilità ambientale per la crescita del business. Quale ruolo ha la sostenibilità nel modello aziendale di Unifarco?

R. Sicuramente un ruolo essenziale, tanto da rappresentare un driver imprescindibile nel modello di gestione e di sviluppo aziendale, a 360°.
In particolare, il tema della sostenibilità ambientale viene considerato in Unifarco sotto ogni punto di vista: dall’individuazione e approvvigionamento delle diverse materie prime utilizzate per i nostri prodotti all’impatto dei processi di produzione e di stabilimento, dall’attenzione alle qualità intrinseche del packaging fino ai progetti per il suo recupero in un’ottica di utilizzo circolare.
Siamo consci e lieti che la nostra consapevolezza e perseveranza nell’adottare pratiche di produzione industriale sempre meno impattanti sotto il profilo ambientale trovi, giorno dopo giorno, una sempre più larga condivisione e attenzione da parte degli utilizzatori dei nostri prodotti.
Le conferme di ciò sono innumerevoli: le indagini e le ricerche di mercato testimoniano come l’attenzione alla sostenibilità da parte del consumatore stia diventando diffusamente uno tra i fattori più significativi nel determinare l’orientamento alle scelte di acquisto.
Avere nel proprio DNA una forte propensione a obiettivi di sostenibilità, come avviene nella realtà di Unifarco, rappresenta una discriminante importante per determinare il successo di ogni azienda.

D. Quali sono gli aspetti più rilevanti che vi hanno portato a essere tra i vincitori dell’Oscar dell’Imballaggio 2020?

R. La motivazione ufficiale nell’attribuzione dell’Oscar alla nostra Eco Piping Bags fa riferimento essenzialmente alla “nuova concezione del flacone per skin care che richiama nella sua forma e usabilità una sac à poche da pasticceria”, così da proporre al consumatore la sperimentazione di nuovi modelli di utilizzo. Premiata innanzitutto l’originalità del design della nostra proposta che cambia l’idea del cosmetico e del suo impiego.
Ma a ben vedere, e come indica esplicitamente il prefisso “eco” del suo nome, oltre a ciò sono certamente le qualità dei materiali studiati e utilizzati specificamente per la sua realizzazione che ne esaltano le peculiarità in un’ottica di massima sostenibilità ambientale.
L’Eco Piping Bags è costituito da un’anima in biopolimero compostabile ottenuta da scarti della lavorazione di prodotti agricoli (grano e barbabietola), avvolto da una speciale carta PAPTIC® TRINGA molto gradevole al tatto e naturalmente ergonomica. L’erogazione del prodotto avviene grazie a un tappo biodegradabile compostabile realizzato con stampante 3D. L’imballo secondario è costituito da un cartoncino certificato FSC® che fornisce stabilità strutturale al packaging primario e ne agevola l’esposizione a scaffale. Qualità intrinseche di pregio, a cui si uniscono altri vantaggi non secondari: riduce drasticamente la possibile contaminazione, evitando il contatto diretto del dito con il prodotto nel contenitore (ad esempio un vasetto), e agisce contro lo spreco di prodotto; il suo design, infatti, facilita il totale svuotamento. Il tutto frutto di un’attività di ricerca, stimolante e impegnativa, coordinata da Unired (spin-off dell’Università di Padova), società che supporta ogni ambito di ricerca di Unifarco.

D. Quali sono gli elementi principali sui quali si basa l’approccio alla sostenibilità dell’azienda?

R. Unifarco è una società costituita da farmacisti che opera al servizio dei farmacisti. La loro competenza, professionalità e responsabilità deontologica si rispecchia integralmente nell’attività aziendale, grazie a un continuo e costante coinvolgimento nelle scelte e negli indirizzi di sviluppo dell’azienda.
Tra questi, i profili della sostenibilità sono tenuti in grande considerazione in termini di qualità, sia di prodotto sia di produzione.
Qualità che però deve trovare concreto riscontro, se vogliamo similmente a quanto avviene nell’ambito della ricerca scientifica, in modelli di controllo e validazione autorevoli e certificati da soggetti terzi. Da qui l’imperativo di operare soggiacendo a standard di certificazione elevati.
ISO 14001, 9001, 45001, 22716 e 13485 sono le certificazioni già ottenute da tempo, altre sono in corso di acquisizione. Tra tutte, però, spicca ad oggi la certificazione EPD® (Environmental Product Declaration), riconosciuta dal prestigioso Swedich Environmental Management Council per alcune linee della nostra produzione, che assevera i dati ambientali dichiarati sull’intero ciclo di vita del prodotto (LCA). Siamo la prima e sinora l’unica azienda al mondo ad averla conseguita nell’ambito della produzione cosmetica.
Ma va data tutta l’evidenza che merita anche all’approccio interno alla sostenibilità ambientale in termini di eco-formulazione dei nostri prodotti cosmetici.
Definiamo “eco-designformulativo” la metodica che la nostra area R&D ha sviluppato attraverso un software proprietario che seleziona, attraverso l’analisi di diversi parametri, le materie prime con il minor impatto ambientale, ovviamente a parità di efficacia e resa. Ciò permette di avere a disposizione un quadro certo della sostenibilità di ogni nostro nuovo prodotto sin dal momento della sua “progettazione”. È un processo peculiare e di valore di cui andiamo particolarmente orgogliosi.

D. Come la scelta di un approccio alla sostenibilità si traduce in termini di business, relazioni con il territorio e con gli stakeholder?

R. L’approccio alla sostenibilità, per sua natura, non può che essere dinamico. Ciò implica una costante attenzione e strenua propensione al miglioramento delle performance aziendali in ogni ambito in cui la sostenibilità stessa si estrinseca: ambientale, sociale, economico.
L’adeguata individuazione, e soprattutto la disponibilità al continuo ascolto e confronto con i nostri stakeholder, è il cardine e punto di partenza di ogni nostra iniziativa di miglioramento in termini di sostenibilità del modello di business aziendale, convinti come siamo della correttezza di quanto affermato già oltre trent’anni fa dal filosofo Edward Freeman: “Le imprese sono in grado di creare valore nel lungo periodo, e quindi di sopravvivere, solo mantenendo rapporti positivi con diversi portatori di interessi, inclusi gli azionisti, i clienti, i dipendenti, i fornitori e le comunità con le quali l’impresa interagisce. E Unifarco indubbiamente vuole essere una realtà dinamica che guarda al lungo periodo”.

Per informazioni
Manuela Lisi – tel 06 54221967 – m.lisi@federsalus.it

Ufficio stampa FederSalus
Chiara Domizi – tel 02 57378309 – cdomizi@webershandwickitalia.it
Federica Bologna – tel 02 57378402 – fbologna@webershandwickitalia.it

NanoCosPha

La nanotecnologia è la scienza che si occupa della manipolazione di atomi e molecole su scala nanometrica, ossia nel range compreso tra 1 e 100 nm. Negli ultimi anni si è osservata una continua crescita di importanza dei processi e dei sistemi dimensionati sulla scala nanometrica, tanto che le nanotecnologie sembrerebbero essere alla base della prossima rivoluzione industriale.
Ad oggi, questa scienza interessa diversi comparti industriali e settori di ricerca che spaziano dalle nuove fonti di energia alla medicina, senza naturalmente trascurare la cosmetica. Il ricorso alla nanotecnologia è indubbiamente legato alle migliorate proprietà delle nanoparticelle, ad esempio in termini di colore, trasparenza, solubilità e permeabilità1.
Abbiamo incontrato il Prof. Massimo Labra, docente di Botanica generale, e la Prof.ssa Miriam Colombo, docente di Biochimica clinica all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, che ci hanno illustrato un interessante progetto nell’ambito delle nanobiotecnologie applicate ai prodotti cosmetici, insieme agli obiettivi di quello che potremmo definire come il punto d’incontro, di innovazione e collaborazione tra ricerca universitaria e industria per produrre valore per la società.


D. Volendo illustrare NanoCosPha in sintesi, cosa potremmo dire?
R. Difficile farlo in poche parole, ma ci proviamo! Si tratta di un’iniziativa coordinata dal prorettore alla ricerca dell’Università Milano-Bicocca, il Professor Guido Cavaletti, per la realizzazione di un’infrastruttura cofinanziata dalla Regione Lombardia. NanoCosPha è costituita da sei laboratori tecnologici integrati in una logica verticale. Di questi, due sono pre-esistenti al progetto specifico e sono la piattaforma di nanobiotecnologie per lo sviluppo di nanoparticelle ad attività biomedica (PNBT) e il laboratorio di imaging e diagnostica avanzata; gli altri quattro, invece, saranno sviluppati nell’ambito di NanoCosPha e nello specifico saranno dedicati al bioprospecting (ricerca di nuove molecole attive), alla formulazione e nanoformulazione, alla bioinformatica e modellista molecolare, e allo sviluppo precompetitivo. L’infrastruttura, lavorando strettamente con la PNBT, promuoverà lo sviluppo di sistemi innovativi nanostrutturati rivolti al comparto cosmetico e a quello della farmaceutica. L’integrazione della piattaforma all’interno di una più estesa e comprensiva infrastruttura permetterà di realizzare un Hub di innovazione ad alto contenuto tecnologico e culturale, in grado di far incontrare il mondo della ricerca con l’industria, al fine di soddisfarne i bisogni. È importante sottolineare che NanoCosPha nasce per rispondere a una concreta domanda del territorio e del cittadino, che sempre più pone il concetto di benessere, prevenzione e sicurezza al centro degli interessi personali.
NanoCosPha rappresenta quindi la prima infrastruttura a livello nazionale che si pone come sistema di raccordo tra l’istituzione accademica, l’ente pubblico autorevole (Regione Lombardia, ministero) e la fiorente rete di aziende del settore operanti sul territorio.
La missione è affrontare in modo olistico il tema del benessere promuovendo l’innovazione e il trasferimento tecnologico, ma anche la ricerca di base e l’alta formazione di giovani (dottorati, stage, ecc.) attraverso scambi bilaterali tra l’università e l’azienda.

D. Come nasce il progetto?
R. Il progetto nasce con l’obiettivo di colmare il gap tra la ricerca universitaria e le richieste dell’industria, e per rispondere alle esigenze attuali della società moderna in termini di benessere e prevenzione. L’università è abituata a focalizzare le proprie attività di ricerca su tematiche emergenti e a divulgare le scoperte realizzate con le proprie ricerche a mezzo di pubblicazioni; dall’altro lato, l’industria ha bisogno di trasformare queste conoscenze in innovazione e applicazione. Il progetto nasce, pertanto, con l’intento di realizzare insieme questo processo raccogliendo le esigenze delle aziende e costruendo percorsi applicati per realizzare prototipi da testare in ambiente operativo. Questo è fondamentale in quanto creare un nuovo prodotto, formulazione o anche solo proporre una nuova molecola bioattiva per migliorare gli inestetismi, ridurre i fenomeni di invecchiamento o curare patologie rappresenta uno sforzo scientifico ed economico rilevante. Poter eseguire indagini in ambiente di laboratorio e precompetitivo permetterebbe alle aziende di valutare in modo critico la progettualità sia in termini strettamente tecnici (scalabilità, efficacia) sia economici e di marketing (costi, tempi, valore), disponendo di laboratori attrezzati in grado di lavorare in Good Laboratory Practice (GLP) e di strumentazioni di ultima generazione pronte per produrre su scala pilota ciò che è stato messo a punto dalla ricerca in risposta alle esigenze del mercato.
I laboratori coinvolti saranno modernamente equipaggiati per svolgere funzioni complementari volte a coprire i vari stadi di sviluppo dei nano-bioformulati, prodotti cosmetici di nuova generazione e dei nanofarmaci.

D. Quali sono gli obiettivi del medio e lungo termine?
R. Per rispondere a questa domanda è necessario entrare un pochino più nel merito della struttura di NanoCosPha. Come dicevamo poc’anzi, si tratta di un’infrastruttura di ricerca e innovazione a carattere regionale che funge da punto di convergenza tra università, centri di ricerca, IRCCS e aziende ospedaliere; PMI operanti nel comparto dell’industria cosmetica e farmaceutica, Big Pharma e istituzioni pubbliche quali Regione Lombardia, ministero e infrastrutture della Comunità europea.
L’idea di fondo è che i prodotti e i processi originatisi dalle attività svolte all’interno dell’infrastruttura in collaborazione tra università e aziende saranno validati e successivamente sviluppati dall’industria, per essere finalmente immessi nel mercato e produrre valore per la società.
In questa cornice che delinea le condizioni al contorno è noto il punto di arrivo. Abbiamo previsto che dopo una prima fase di messa a punto della piattaforma, che si presume di concludere entro i primi mesi del prossimo anno, passeremo al reclutamento del personale dedicato per poi spostarci verso la terza fase, ovvero il joint lab; quella che amiamo definire come la fase delle vere e proprie sfide su cui si lavora con le aziende per focalizzarsi su che cos’è d’interesse per loro.
Su questo c’è da dire che alcuni lavori sono già in essere. L’università ha già una serie di startup operative e ad oggi in grado di tradurre, o forse sarebbe meglio dire “far incontrare”, le richieste avanzate da alcune aziende con i risultati maturati da parte dell’università.
A questo proposito sono state personalizzate alcune tecnologie: ad esempio abbiamo realizzato la customizzazione di una stampante 3D, e in questo siamo stati, a nostro avviso, gli assoluti pionieri del settore, per la produzione di nanoprodotti ad hoc.
Ci teniamo inoltre a sottolineare che non proponiamo solo tecnologia, ma cultura del benessere attraverso percorsi di alta formazione e progetti di dottorato industriale, in cui anche manager di azienda potranno acquisire competenze innovative volte a rafforzare il valore dell’azienda italiana e dei suoi prodotti nel mercato globale.

D. Chi troviamo coinvolto in prima linea?
R. Tra i principali stakeholder si individuano le aziende, le associazioni di categoria e le società di collaborazione tra le aziende farmaceutiche e cosmetiche lombarde, oltre che gli enti e i soggetti operanti in ambito regolatorio. Infine, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca opera ormai da diversi anni con strategie di pianificazione Responsible Research and Innovation (RRI), ovvero analizziamo, discutiamo e condividiamo le strategie di ricerca in ogni sua fase con gli stakeholder, in modo tale che ciascuna fase del progetto sia ottimizzata e orientata alla società. Questo rappresenta un’importante garanzia di trasparenza e partecipazione, oltre che di elevata trasferibilità alla comunità. La finalità di tutto questo lavoro è produrre valore per il territorio e quindi benessere per i cittadini.

D. Focalizziamoci sulla scelta del comparto: “Come mai proprio quello cosmetico?”
R. Sul territorio italiano in generale ma lombardo in particolare è un comparto fortemente rappresentato e la Regione Lombardia è stata in grado di cogliere questo potenziale; inoltre è caratterizzato da un’elevata dinamicità, domanda d’innovazione e non teme grandi sfide come quella del Green Deal che cambierà drasticamente tutti i processi produttivi e non solo. Il focus specifico del progetto sarà rivolto a skin care, trattamenti anti-age, antiossidanti e antinfiammatori, ma siamo aperti anche ad altre sfide.

D. Come mai si è scelto di scendere fino alle dimensioni nano?
R. Sfruttando le nanoparticelle come vettori è possibile trasportare molecole insolubili o che non hanno una buona bio-distribuzione a un sito specifico; le nanoparticelle vengono stabilizzate e ne viene favorito l’assorbimento proprio là dove è richiesto. Se pensiamo ad esempio al comparto farmaceutico, il nano può essere utilizzato per realizzare una co-somministrazione, ovvero la somministrazione di più prodotti simultaneamente, necessaria nel caso di alcune patologie.
Consideriamo che il mondo nano è molto ampio: nel nostro corpo sono presenti particelle biomimetiche come le proteine ricombinanti che svolgono il ruolo di carrier e che quindi possono veicolare farmaci senza la comparsa di effetti avversi.
Altro vantaggio non trascurabile è che diminuendo le dimensioni si possono ridurre le quantità di principi attivi somministrati senza ridurne l’efficacia. Inoltre, le molecole d’interesse possono essere veicolate in modo più preciso e veloce senza riscontrare perdite in termini di attività.
A livello topico, tipica esposizione dell’uomo ai cosmetici, si potrà osservare l’effetto locale atteso senza avere effetti sistemici. Pensando ai farmaci, a seguito della somministrazione orale si assisterà a una minore degradazione a livello dello stomaco favorendone l’assorbimento.

D. Avete mai riscontrato una certa diffidenza del mercato nei confronti delle molecole nano?
R. Come per tutti i prodotti d’innovazione c’è bisogno di tempo, anche se non dobbiamo perdere la sfida globale. Come ricercatori ci sentiamo confidenti che i tempi di trasferimento non saranno lunghissimi. Possiamo certamente dire che la tecnologia di cui disponiamo oggi è molto precisa e permette di valutare ed escludere eventuali fattori tossici piuttosto che accumuli di particelle. Al contrario sottolineiamo che i pericoli sono altri. Ad esempio, metodi un po’ alchimisti di uso maldestro di estratti vegetali non controllati possono introdurre nei prodotti metaboliti attivi indesiderati che possono anche avere effetti negativi sulla salute umana.

D. Ora rivolgiamo l’attenzione a un tema che è sempre più sentito dalle industrie e dai consumatori, al punto da divenire determinante nelle scelte di entrambi: la sostenibilità. Come si connota questo progetto, e più in generale la nanotecnologia, rispetto alla sostenibilità?
R. NanoCosPha procederà a grandi passi nella direzione della sostenibilità, basti pensare che il primo laboratorio realizzerà estrazioni di prodotti bioattivi da matrici vegetali con fluidi supercritici a bassissimo impatto ambientale. Anche la scelta delle matrici terrà in considerazione i principi dell’economia circolare, ad esempio non escludiamo di impiegare anche prodotti di scarto provenienti dall’agricoltura. In termini generali, consideriamo che ricorrendo al “nano” tutto può essere ridotto di scala, anche la quantità di prodotto bioattivo, di formulato e di conseguenza il packaging, senza però perdere l’efficacia del prodotto.
Inoltre, formulare qualcosa (che sia un farmaco o un cosmetico) ad hoc per classi di destinatari consente di valutare meglio i quantitativi, razionalizzare le produzioni e quindi gli ridurre gli sprechi.

D. Come mai un’impresa dovrebbe decidere di investire in questo progetto?
R. Ci sono almeno tre ragioni. La prima è quella più tecnica. Da osservazioni condotte e dalla nostra conoscenza del mercato degli ingredienti abbiamo notato che spesso le molecole bioattive impiegate sono “sempre le stesse”. C’è dunque bisogno di innovazione e la ricerca offre già numerosi spunti: rinnovare sia il parco molecole sia la taglia e la strategia di formulazione, diversificare il target che permetterà di ampliare il mercato, competere sul mercato globale e migliorare l’efficacia dei composti e la soddisfazione del consumatore.
La seconda motivazione è culturale: la cosmesi è molto più che un prodotto per “apparire meglio”. Vogliamo proporre la cultura del benessere come un sistema integrato in cui cosmetici, alimentazione e attività fisica cooperino per modificare lo stile di vita del cittadino del XXI secolo.
L’ultimo elemento è sociale: crediamo che la prevenzione sia il vero obiettivo delle società moderne e in questo contesto la cosmesi può crescere molto. Non vogliamo curare gli inestetismi ma prevenirli; non si può ritornare giovani ma si può invecchiare meglio, prevenire fenomeni infiammatori, disbiosi e fenomeni di stress che spesso sono alla base di molte malattie multifattoriali.
Quindi in quest’ottica il progetto rappresenta sicuramente una buona opportunità di innovazione.

Per informazioni
Università Milano-Bicocca • Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze
tel +39 02 64483472 • massimo.labra@unimib.it • miriam.colombo@unimib.it • www.unimib.it

 

1Raj S, Jose S, Sumod US et al (2012) Nanotechnology in cosmetics: opportunities and challenges.
J Pharm Bioallied Sci 4(3):186-193

Sicurezza di prodotti MAKEUP

Sicurezza di prodotti MAKEUP

L’importanza dell’analisi dei metalli pesanti

di MARTA FAGGIAN1, JESSICA DE PRÀ2, STEFANO FRANCESCATO2, GIANNI BARATTO2,  ALESSANDRA SEMENZATO3, STEFANO DELL’ACQUA3
1Unired, Spin-off Università di Padova, Padova
2Unifarco, Santa Giustina (BL)
3Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università di Padova, Padova
alessandra.semenzato@unipd.it

Il gesto di truccarsi fa parte della vita sociale dell’uomo da sempre e, come ci conferma la storia dell’arte, ogni epoca ha avuto le sue mode, tendenze specifiche e testimonial d’eccezione: da Cleopatra alla regina Elisabetta I d’Inghilterra e Maria Antonietta di Francia, fino alle donne simbolo degli anni Sessanta, prime fra tutte Audrey Hepburn e Marilyn Monroe. L’uso del makeup rappresenta ancora oggi un modo di esprimersi e un gesto piacevole e imprescindibile per relazionarsi con gli altri a cui è difficile rinunciare, anche quando la pelle presenta problematiche dermatologiche e/o una predisposizione del sistema immunitario a sviluppare allergie cutanee.
Nei prodotti makeup è infatti molto diffuso l’uso di pigmenti colorati, per lo più di origine naturale, come gli ossidi di ferro che sono alla base di terre e fondotinta. Questi pigmenti contengono quantità più o meno rilevanti di metalli pesanti come nichel, cromo, cobalto e piombo. I metalli pesanti, in quanto nocivi, sono ingredienti vietati per l’uso cosmetico (Allegato II del Regolamento europeo 1223/2009); la loro presenza è ammessa solo in tracce come residui dei processi di produzione o impurezze degli ingredienti, come nel caso dei pigmenti presenti nei prodotti makeup. Per questo l’Istituto Superiore di Sanità fornisce solamente delle indicazioni riguardanti il controllo della presenza di metalli pesanti nel prodotto, suggerendo all’azienda produttrice una valutazione di sicurezza dei prodotti immessi sul mercato in relazione non solo al tipo di metallo pesante, ma anche alla via di esposizione e alla tipologia di prodotto (1).
Le tecnologie disponibili ad oggi consentono di raggiungere un buon grado di purezza del pigmento rispetto agli effetti tossici, ma non permettono di eliminare in modo completo questi elementi che, anche se presenti in quantitativi estremamente limitati, possono generare problematiche di sensibilizzazione. Infatti, il contatto cutaneo ripetuto, anche con quantità molto piccole e non tossiche, può determinare in soggetti predisposti fenomeni di sensibilizzazione e dermatiti da contatto di tipo allergico*.
L’obiettivo di chi formula è quindi quello di utilizzare materie prime e processi produttivi che consentano la produzione di prodotti finiti con il livello più basso possibile di metalli pesanti, dal momento che la soglia di sensibilizzazione identificata da dermatologi e allergologi si attesta intorno a 1 ppm (1mg/kg). Quando si utilizzano pigmenti colorati questa soglia rappresenta una sfida non facile da raggiungere: la presenza di metalli pesanti in tracce risulta infatti uno degli aspetti critici più rilevanti nella formulazione del makeup per le pelli sensibili e/o predisposte a sviluppare allergie.
Le dermatiti da contatto da metalli pesanti sono ampiamente diffuse in tutto il mondo e sono in continua crescita, dal momento che l’uomo entra in contatto con queste sostanze non solo attraverso i cosmetici ma anche con gioielli di metallo, anche prezioso (oro, argento e platino), e monete di uso comune.
Nel caso del makeup destinato agli occhi, le reazioni che possono osservarsi vanno da semplici fastidi a irritazioni oculari e dermatiti palpebrali. Queste reazioni possono essere prevenute innanzitutto educando la popolazione a un uso corretto del makeup: struccarsi sempre a fine giornata con prodotti delicati, non strofinare la zona oculare e pulire periodicamente i pennelli utilizzati per l’applicazione. Altrettanto importante è però utilizzare prodotti formulati ad hoc per ridurre al minimo il rischio di sensibilizzazione.
Il design formulativo di questi prodotti deve quindi partire da un’attenta selezione delle materie prime per garantire il massimo livello di sicurezza del prodotto finito.
La selezione dei pigmenti da utilizzare nei prodotti di makeup rende obbligatorio per l’azienda il ricorso a metodologie analitiche specifiche che consentono di determinare la concentrazione di metalli pesanti presenti. Esistono diverse metodologie per l’analisi dei metalli pesanti e la legislazione cosmetica non individua tuttora un metodo unico e universalmente riconosciuto. Tra le analisi più utilizzate vi è la spettroscopia di assorbimento atomico che si può applicare dopo mineralizzazione acida o in seguito al trattamento con il “sudore artificiale”. La metodica del “sudore artificiale” rappresenta il protocollo ufficiale impiegato in oreficeria per determinare la quantità di nichel rilasciata sulla pelle da gioielli e oggetti metallici, e prevede che il campione venga trattato con una soluzione debolmente acida (pH=4,7) contenente acido lattico, cloruro di sodio e urea che riproduce il sudore. Questa metodica, pur simulando in modo più fedele l’interazione tra cosmetico e pelle, presenta dei limiti, in quanto è pensata per una matrice metallica e non per una matrice di natura organica come quella cosmetica. Non permette, quindi, di discriminare in modo univoco e preciso tra i diversi pigmenti e prodotti cosmetici. Con questo metodo, infatti, la maggior parte degli item testati non raggiunge il valore soglia di 0,1 ppm, indipendentemente dal metallo analizzato, dal tipo di prodotto cosmetico e dal colore.
La mineralizzazione acida prevede, invece, l’utilizzo di solventi capaci di liberare i metalli dalla matrice e di misurarne le quantità effettivamente presenti. In questo modo un’azienda che produce o commercializza prodotti makeup può ottenere informazioni utili per selezionare il fornitore di materie prime più adatto alle proprie esigenze, ma anche per distinguere tra le gamme di prodotti proposte da uno stesso fornitore.
L’analisi dei metalli dopo mineralizzazione acida può essere applicata con successo non solo per il controllo qualità del pigmento (lotto per lotto) che, soprattutto se di origine naturale, può incorrere in una maggiore variabilità nel contenuto di impurezze, ma anche nella fase di design formulativo del prodotto.
Come mostrano i risultati di questo studio, l’approccio analitico di controllo in fase di sviluppo formula o di selezione di prodotti dal portfolio dei produttori specializzati in makeup può essere molto utile all’azienda per garantire la qualità del prodotto finito e la sua conformità ai test di cessione e ai test oftalmologici, ottimizzando i tempi e le risorse economiche. Lo studio è stato condotto, mediante spettroscopia di assorbimento atomico in seguito a mineralizzazione acida, su 67 campioni tra materie prime e prodotti finiti: sono stati analizzati nello specifico i contenuti di metalli pesanti – nichel, cromo, cobalto e piombo presenti all’interno di 28 pigmenti, 7 fondotinta, 12 ombretti e 20 matite occhi. […]