Editoriale IN2, 2026
La convinzione che vitamine, minerali e altri integratori potessero essere assunti a scopo preventivo da chiunque, a prescindere dallo stato nutrizionale o dalle condizioni di salute, sembra non essere più adeguata. Oggi, infatti, le evidenze scientifiche più recenti mettono in discussione questo modello: i benefici concreti sembrano riguardare soprattutto individui con carenze accertate o con specifiche indicazioni cliniche. L’idea di un integratore “valido per tutti” risulta quindi non solo poco efficace, ma in alcuni casi potenzialmente rischiosa. Strumenti di stratificazione basati su biomarcatori, come per esempio l’indice degli omega-3, i livelli sierici di magnesio, la selenoproteina P circolante e la 25-idrossivitamina D, stanno emergendo come determinanti critici dell’efficacia degli integratori per la salute cardiovascolare (1). Per esempio, la supplementazione a base di solo EPA ha mostrato riduzioni costanti degli eventi cardiovascolari maggiori nei pazienti con ipertrigliceridemia, mentre le formulazioni combinate EPA + DHA hanno prodotto risultati incoerenti. Analogamente, la supplementazione di selenio risulta protettiva nelle popolazioni carenti, ma neutra o persino dannosa nei gruppi con adeguati livelli del minerale. Inoltre, le interazioni tra nutrienti, come la sinergia magnesio-vitamina D o l’interazione tra selenio e ormoni tiroidei, possono ampliare ulteriormente il potenziale terapeutico della supplementazione. Nonostante i profili di tollerabilità degli integratori alimentari siano generalmente favorevoli, la supplementazione non è priva di rischi. Dosi elevate di acidi grassi omega-3 sono state associate a un’aumentata incidenza di fibrillazione atriale e la co-somministrazione di aglio o omega-3 con anticoagulanti può aumentare il rischio di sanguinamento. Secondo i ricercatori, questi dati rafforzano la posizione secondo cui la supplementazione indiscriminata è spesso inutile e talvolta superflua. L’approccio più appropriato è quello della nutrizione di precisione: intervenire solo nei soggetti che presentano reali deficit, identificati tramite biomarcatori, e personalizzare il dosaggio in base alle caratteristiche individuali. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo degli integratori, ma di impiegarli in modo mirato e razionale, come strumenti specifici piuttosto che come soluzione preventiva universale. Queste considerazioni sottolineano la necessità di una rigorosa validazione dell’integrazione attraverso studi clinici randomizzati controllati su larga scala, arricchiti da biomarcatori. Va tuttavia considerato che i trial su larga scala e le metanalisi provengono prevalentemente da Paesi ad alto reddito, mentre le popolazioni con la più alta prevalenza di carenze nutrizionali, e quindi potenzialmente il maggior beneficio assoluto dalla supplementazione, risiedono spesso in Paesi a basso e medio reddito.
L’impatto traslazionale delle nostre conclusioni è pertanto limitato da questo divario geografico nella ricerca. Fattori quali le infrastrutture sanitarie, il costo dei test basati su biomarcatori e l’accesso a integratori di alta qualità complicano ulteriormente l’implementazione di strategie di supplementazione di precisione in tali contesti.
La ricerca futura dovrà dare priorità a disegni di studio inclusivi che coinvolgano popolazioni provenienti da contesti socioeconomici e geografici diversificati, al fine di garantire un progresso equo nella scienza della nutrizione e sviluppare interventi fattibili e specifici per contesto. Un tale cambiamento di paradigma può trasformare la supplementazione da pratica empirica a intervento basato su evidenze e sostenuto dai meccanismi biologici, offrendo benefici mirati ai pazienti che hanno la maggiore probabilità di trarne vantaggio.
1. Wu X, Fang T. Advances in cardiovascular supplementation: mechanisms, efficacy, and clinical perspectives. Front Mol Biosci. 2026;12:1699492.














