Proteggersi è importante

KIP®KIT di Kolinpharma è un kit che contiene:
• KIP®Gel igienizzante mani: prodotto in gel studiato in modo specifico per igienizzare a fondo la pelle delle mani senza bisogno d’acqua;
• mascherina filtrante sanitizzata e idrorepellente Int: 100% cotone – Est: 100% poliestere;
• integratore alimentare KIP®Flu: appartenente alla categoria dei prodotti destinati al rafforzamento del sistema immunitario e studiato per mantenere attive le naturali difese dell’organismo.

Indicazioni
In KIP®KIT si trova KIP®Flu, integratore contenente estratti vegetali, vitamine, minerali e probiotici. A seguito della ricerca svolta e dello studio condotto sulle materie prime e sui relativi studi scientifici a supporto, si è ritenuto opportuno inserire tra i principali componenti il Reishi, conosciuto anche come Ganoderma lucidum, un fungo noto per i suoi effetti sulle naturali difese dell’organismo; le vitamine C, D, B6 e B12 che, insieme allo zinco, contribuiscono al buon funzionamento del sistema immunitario; il Ginseng, un antiossidante utile negli stati di stanchezza fisica e mentale. Completa la formula la presenza del probiotico Bifidobacterium lactis BL-04 e di inulina indicati per favorire l’equilibrio della flora intestinale. Alla compressa è stata applicata l’innovativa tecnologia tristrato.

Ingredienti
Una compressa di KIP®Flu contiene: agenti di carica: idrossipropilmetilcellulosa, cellulosa, fosfato dicalcico, idrossipropilcellulosa; vitamina C (acido L-ascorbico, stabilizzante: etilcellulosa); Reishi (Ganoderma lucidum (Curtis) P. Karst.) sporoforo e.s. tit. 30% polisaccaridi; inulina; Ginseng (Panax ginseng C.A. Meyer) radice e.s. tit. 20% ginsenosidi; agenti antiagglomeranti: sali di magnesio degli acidi grassi; biossido di silicio; niacina (nicotinamide); Bifidobacterium lactis Bl-04 (SD5219); ossido di zinco; stabilizzante: mono- e digliceridi degli acidi grassi; acido pantotenico (D-pantotenato, calcio); colorante: ossidi di ferro e idrossidi di ferro; vitamina D (colecalciferolo); amido; vitamina B12 (cianocobalamina); vitamina B6 (cloridrato di piridossina); vitamina B2 (riboflavina); vitamina B1 (cloridrato di tiamina); acido folico (acido pteroil-monoglutammico).

Modalità d’uso
Si consiglia l’assunzione di 1 compressa al giorno di KIP®Flu a stomaco vuoto, preferibilmente la mattina. KIP®KIT, che contiene una confezione di KIP®Flu da 30 compresse tristrato da 1,3 g ciascuna, è disponibile in farmacia a partire da settembre.

Per informazioni
www.kolinpharma.com

Prodotti per l’igiene di mani e superfici ai tempi del COVID-19

Igienizzanti, sanificanti, disinfettanti, detergenti, saponi e chi più ne ha più ne metta; sugli scaffali reali e virtuali sono comparsi come funghi negli ultimi mesi. Molto simili o diversi per qualche particolarità, ma con un solo unico obiettivo: assecondare un’incessante richiesta del mercato ad avere prodotti disponibili in grado di soddisfare la necessità di pulizia e di igiene delle mani, in particolare ma non solo se parliamo di disinfezione. Prodotti simili talvolta come formulazioni ma diversi dal punto di vista regolatorio.
Il mercato chiama e l’industria risponde, ma è stato (e forse sarà) tutto così indolore?
Ne abbiamo parlato con Chiara Ruzza, Esperto in Assicurazione Qualità Cosmetico e Farmaceutico, e Anna Caldiroli, Consulente in ambito regolatorio e Direttore scientifico della rivista, che hanno vissuto e stanno vivendo la prima linea regolatoria e della qualità di ciò che questa incessante produzione ha determinato e sta determinando sui seguenti fronti: cosmetico, presidi medico-chirurgici (PMC), biocidi e detergenti.


D. Come hanno reagito le aziende italiane all’improvvisa domanda di prodotti per l’igiene di mani e superfici? Quali sono le sue opinioni in merito?

R Chiara Ruzza (CR). La gran parte delle aziende italiane e non solo, a prescindere dal settore di appartenenza, ha deciso all’istante di produrre sanitizzanti, igienizzanti, disinfettanti e Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) di ogni genere. Qualcuno, a mio avviso, anche in modo improvvisato. Sostanzialmente tutte le aziende farmaceutiche e cosmetiche italiane hanno destinato parte della loro capacità produttiva alla fabbricazione di igienizzanti e disinfettanti mani, sfruttando molto spesso le deroghe ministeriali concesse per fronteggiare l’emergenza COVID. Molte aziende hanno cercato di sfruttare tali “finestre” pur non avendone i requisiti e senza pensare che, terminato il periodo di deroga, tutto dovrà essere sanato e si dovrà dimostrare il rispetto dei regolamenti per cui ci si è precedentemente avvalsi delle modifiche temporanee concesse. Sono curiosa di vedere cosa accadrà, a questo proposito, al termine dell’emergenza…
Molte formule (nella maggior parte dei casi non complicate, come le soluzioni e i gel a base di alcol per le mani) sono state messe in produzione molto velocemente, in molti casi sfruttando le materie prime già disponibili a magazzino che altrimenti non sarebbero state facilmente fruibili durante il lockdown, a causa della chiusura di distributori e frontiere.
Piuttosto che esprimere un’opinione in merito alla reazione delle diverse aziende, preferisco lasciare dei quesiti che possano diventare spunto di riflessione anche per altri: Tutto ciò è stato fatto realmente per il bene comune? Per reale necessità? Quale peso ha avuto la prospettiva di guadagni facili e sicuri sulla decisione a produrre? La qualità e la sicurezza dei prodotti sono state assicurate?

R Anna Caldiroli (AC). Tutti, in modo diverso e con un coinvolgimento più o meno ampio, ci siamo trovati ad affrontare un’emergenza alla quale non eravamo pronti e, come mi è capitato di commentare proprio in settimana a una collega, “forse mai avremmo potuto esserlo”. Detto questo, ognuno di noi ha cercato di reagire come ha potuto, saputo e certamente voluto, mettendo in gioco tutte le risorse a disposizione.
A una richiesta forsennata da parte del mercato, gli operatori hanno risposto in prima battuta rendendo disponibili i prodotti igienizzanti in maniera gratuita a enti quali ospedali, Protezione Civile, ecc., per permettere a chi si trovasse in prima linea di poter lavorare in condizioni di sicurezza, a fronte di una corsa ad accaparrarsi di tutto e a svuotare gli scaffali dei supermercati. Però credo che questa potesse essere forse l’unica risposta possibile a fronte di un evento al di fuori dell’ordinario.
C’è stato chi si è trovato impossibilitato a lavorare a causa della scarsità di materia prima e chi non ha avuto l’opportunità di assecondare la richiesta dei clienti (pensiamo infatti che oltre alla materia prima tal quale devono essere disponibili anche gli imballi per trasportarla, le etichette e qualora si tratti di prodotti classificati pericolosi per il trasporto bisogna poter contare su trasporti specifici se non sussistono delle esenzioni).
Prendendo in eredità uno dei quesiti di Chiara, posso dire che, anche sulla scorta di un comunicato di ECHA1, la qualità (intesa dal punto di vista dell’efficacia di alcuni prodotti se pensiamo, ad esempio PMC o biocidi) abbia lasciato a desiderare e probabilmente la sicurezza (conditio sine qua non per la messa a disposizione di un prodotto cosmetico, ad esempio) non sia stata accertata per tutti i prodotti presenti sul mercato, probabilmente appoggiandosi all’idea che utilizzando una formula standard il prodotto sarebbe stato sicuro a prescindere.

1www.echa.europa.eu/-/eu-member-states-report-illegal-and-ineffective-disinfectants

D. Nella conversione delle aziende alla fabbricazione di prodotti per l’igiene di mani e superfici, Lei pensa che siano stati rispettati tutti i regolamenti specifici di settore e le norme di buona fabbricazione (GMP)?

R (CR). La velocità con cui sono nate le nuove formulazioni, spesso copia di quelle già note in commercio, e la rapidità con cui tali prodotti sono stati introdotti sul mercato, purtroppo non depongono a favore di un processo che abbia come focus la garanzia della qualità e che sia stato analizzato in tutte le sue sfaccettature. In alcuni casi, anche aziende non farmaceutiche o cosmetiche si sono improvvisate come fabbricanti di tali prodotti. È dunque difficile pensare che siano stati rispettati i requisiti imposti dal Regolamento (CE) n.1223/2009 per i prodotti cosmetici, la fabbricazione secondo GMP; che siano stati condotti gli studi per accertare la stabilità, redatto un PIF o, addentrandoci nel panorama dei disinfettanti, che siano state richieste le autorizzazioni previste dal Regolamento sui prodotti biocidi o per i PMC o comunque la documentazione richiesta in virtù dei regimi semplificati previsti in fase di piena emergenza, ecc.
Purtroppo le notizie che leggiamo sui giornali confermano quanto sopra. I NAS e le autorità competenti coinvolte si sono visti costretti a bloccare e sequestrare notevoli quantità di prodotti immessi sul mercato senza le dovute autorizzazioni o contenenti materie prime non conformi o non nella corretta concentrazione.

R (AC). Per la mia esperienza e per il tipo di supporto che ho potuto offrire alle imprese, devo dire che mi sono stati sottoposti documenti (a partire dalle schede dati di sicurezza, passando per le etichette piuttosto che schede informative di prodotto, fino ad arrivare ai contenuti dei dossier) non sempre conformi alla norma specifica.
Spesso le aziende mi hanno contattato per richiedere assistenza per accertare la conformità delle etichette dei loro prodotti, senza però poggiare su un supporto. L’etichetta “è solo la punta dell’iceberg”, probabilmente percepita dalle imprese come tassello essenziale e indispensabile, ed è così infatti, ma non è l’unico e soprattutto si definisce nei suoi contenuti alla fine del percorso di valutazione.
Non a caso, sempre restando in argomento di non conformità probabilmente imputabile alla velocità della conversione, proprio nella nota pubblicata sul proprio sito poco più di un mese fa e a cui facevo riferimento, ECHA riporta che ben 20 Stati membri dell’UE hanno segnalato un aumento dei disinfettanti (per le mani) non conformi presenti sui loro mercati. Che cosa si intende per mancata conformità? Disinfettanti che non dispongono dell’autorizzazione o assenza dell’etichettatura di pericolo. Molti Paesi hanno anche indicato di aver trovato prodotti che erano stati dichiarati disinfettanti, ma che avevano una formulazione che non poteva (e non può) essere sufficientemente efficace contro i virus, ad esempio a causa di concentrazioni insufficienti di sostanze attive con attività virucida che bloccano la diffusione dei virus.
Sembrerebbe che, nella concitazione della situazione, più di una ciambella sia venuta senza il buco.

D. Quali regolamenti devono essere soddisfatti per l’utilizzo delle materie prime impiegate nella fabbricazione dei prodotti in questione? Possono essere utilizzate da qualsiasi tipologia di azienda (cosmetica, farmaceutica, ecc.)?

R (CR). L’argomento delle materie prime da utilizzare è molto vasto e complesso. Le materie prime non sono tutte uguali; spesso la stessa materia prima, pur conservando una sola denominazione, può essere presente sul mercato con gradi di purezza diversi a seconda dell’uso previsto: farmaceutico, cosmetico, detergente, disinfettante, ecc. Il grado di purezza inferiore è in genere caratteristico di produzioni industriali che non rientrano nelle categorie del cosmetico o farmaceutico; il grado di purezza intermedio è spesso destinato alle produzioni di tipo cosmetico, e il grado di purezza superiore alle materie prime farmaceutiche. A seconda delle diverse tipologie di prodotto è necessario rispettare le specifiche normative di settore che molto spesso contengono indicazioni precise relativamente alle materie prime utilizzabili e a quelle vietate, alle impurezze ammesse e a quelle che non lo sono. Una materia prima con gradi di purezza diversi potrebbe contenere al suo interno impurezze in quantità diversa o di tipologia diversa. Quindi prima di utilizzare o acquistare una materia prima è necessario valutare se sia conforme all’uso cui vogliamo/dobbiamo destinarla e al regolamento specifico del settore del prodotto da fabbricare.
In questo periodo di emergenza COVID, molti produttori non appartenenti ai settori specifici (cosmetico, farmaceutico, biocidi o PMC), anche in virtù della difficoltà di reperimento delle materie prime a causa del lockdown, potrebbero aver utilizzato materie prime non indicate o addirittura vietate per la tipologia di prodotto fabbricato. E questo è gravissimo da un punto di vista di qualità del prodotto e di sicurezza per l’utilizzatore finale.

R (AC). Concordo con Chiara: molte sono le aziende che hanno potuto o dovuto convertire la loro produzione abituale per far fronte alla richiesta di un mercato affamato di prodotti per l’igiene o la disinfezione della persona e delle superfici.
Quello che ho potuto osservare nel mio lavoro quotidiano è stato che chi ha convertito la propria produzione a partire da un altro settore per affacciarsi a quello della cosmetica, ad esempio, si è trovato ad affrontare situazioni per le quali non era pronto. E questa prontezza la posso declinare ad ampio spettro, sia dal punto di vista documentale sia delle materie prime in quanto tali. Non mi riferisco tanto alla carenza di disponibilità che è stata “aumentata” anche grazie a interventi straordinari da parte delle autorità competenti che hanno reso possibile, ad esempio, la denaturazione con denaturanti abitualmente non ammessi alle circostanze specifiche, come nel caso dell’Agenzia delle Dogane, oppure alla ricerca di materie prime “alternative” in grado di garantire delle  equiparabili a quelle più note e ampiamente utilizzate, quanto all’uso di ingredienti usati sia nel contesto cosmetico sia in altri contesti, ma che condividono solo il nome, non il profilo di composizione e di pericolosità. Cito a titolo di esempio alcuni tensioattivi o costituenti di fragranza solitamente acquistati dalle aziende per formulare prodotti di consumo, ma non cosmetici che però, nell’intimo della loro composizione, sono delle miscele che vedono l’aggiunta intenzionale (quindi inappellabile la presenza tecnicamente non evitabile) di sostanze vietate per i cosmetici. Oltreoceano è stato predisposto il ritiro dal mercato di diversi prodotti a base di etanolo, ma contenenti altresì metanolo, su segnalazione di FDA.
Altro aspetto cruciale è la catena di approvvigionamento: se il mio obiettivo è formulare un prodotto cosmetico oppure un prodotto detergente per superfici, le mie materie prime devono essere conformi al Regolamento REACH; al contrario, se intendo formulare e vendere un PMC o un biocida, la materia prima deve provenire da una supply chain specifica che è quella della lista presente di art. 95 del Regolamento sui prodotti biocidi.

D. Parliamo di e-commerce: questa forma distribuzione ha visto negli ultimi tempi una rapida ascesa. Questo canale di vendita può presentare delle insidie dal Suo punto di vista?

R (CR). La forte domanda di prodotti igienizzanti e disinfettanti ha portato a un aumento dei canali di vendita (da negozi più o meno specializzati all’e-commerce) e a un aumento dei prezzi, non sempre giustificato. La possibilità di acquistare questi prodotti anche via internet ha reso più facile la vita dei clienti, ma spesso a discapito della qualità; infatti sui siti non sempre sono disponibili tutte le informazioni e le recensioni potrebbero non essere del tutto attendibili. Inoltre, su internet si è perduta la specificità dei canali di vendita e dei negozi specializzati, dell’esperienza e preparazione del venditore/tecnico che sa consigliare il prodotto giusto per ogni esigenza. Il cliente è diventato quindi egli stesso l’esperto che deve scegliere cosa acquistare e valutarne la qualità.
Diciamoci la verità…. siamo diventati tutti un po’ tuttologi…
La facilità con cui chiunque può utilizzare i canali internet per la vendita rende maggiormente difficoltoso effettuare controlli accurati, per questo si potrebbero trovare in commercio anche prodotti non sicuri, perché non fabbricati nel rispetto dei regolamenti specifici di settore. Questo ha spinto le autorità competenti a intensificare i controlli sui singoli prodotti e le ispezioni sulle aziende produttrici, proprio per la garanzia della sicurezza dei consumatori.
Quando si acquista un prodotto è fondamentale saperne leggere l’etichetta. Se si tratta di un prodotto cosmetico è necessario che sia presente la lista degli ingredienti caratterizzata dall’elenco dei nomi INCI, e tutte le informazioni e gli eventuali pittogrammi (come ad esempio il simbolo del Period After Opening, PAO) nel rispetto del Regolamento sui prodotti cosmetici. Se si tratta di un prodotto biocida, dovranno esser presenti le informazioni come da Regolamento (UE) n.528/2012: l’identità di ciascun principio attivo e la sua concentrazione, il numero di autorizzazione attribuito al biocida dall’autorità competente, le modalità d’uso, la frequenza di applicazione e la dose, i particolari sui probabili effetti collaterali ed eventuali istruzioni per interventi di pronto soccorso.
Se un prodotto è un PMC, l’etichetta deve riportare quanto richiesto dal DPR 392 del 1998, come ad esempio il riferimento all’autorizzazione del prodotto e la specificazione dell’officina di produzione, la quale deve anch’essa essere stata preventivamente autorizzata dal Ministero della Salute.
Per quanto riguarda i detergenti, disciplinati dal Regolamento (CE) n.648/2004 così come per i PMC e i biocidi, è previsto che in etichetta siano riportati anche eventuali elementi di pericolo (mi riferisco a pittogrammi di pericolo, frasi H, frasi P, insieme a eventuali informazioni supplementari). Inoltre, sull’imballaggio dei detergenti deve essere data l’indicazione del contenuto.

R (AC). Durante la fase del lockdown in particolare, ma anche successivamente, l’approvvigionamento dei prodotti usati per l’igiene della persona e delle superfici, così come quelli dedicati alla disinfezione, mediante l’acquisto online ha rappresentato una valida alternativa.
Bisogna tenere in considerazione che proprio con l’inizio dell’anno 2020 sono iniziate le ispezioni relative alla vendita dei prodotti online da parte degli ispettori REACH e CLP per accertare la conformità ai regolamenti REACH, CLP e biocidi. Nello specifico, il progetto (ovvero il REACH-EN-FORCE 8 (REF-8)) riguarda proprio i prodotti destinati al grande pubblico e ai professionisti, che sono disponibili sui siti web delle aziende stesse e nelle grandi piattaforme di vendita online.
A parità di formulazione, il mio prodotto può essere un cosmetico oppure un disinfettante e, a seconda dello stato evolutivo del Regolamento biocidi per quanto riguarda l’approvazione dei principi attivi, esso potrà essere un PMC e quindi deve rispettare in toto quanto previsto dal DPR 392 del 1998; in caso contrario sarà un prodotto biocida e quindi il Regolamento da rispettare è quello sui prodotti biocidi (come diceva Chiara, il 528/2012).
Il carico informativo e documentale che è necessario elaborare e trasmettere all’ente di riferimento destinatario, oltre ai test che è necessario pianificare con un laboratorio e di cui includere i risultati nel “dossier”, naturalmente varia e, pertanto, cambia anche l’entità del carico economico per una società responsabile dell’immissione sul mercato di un nuovo prodotto.
A seconda dei risultati conseguiti con i test, è possibile poter vantare uno o più claim in etichetta. Ciò che si è verificato, principalmente all’inizio della pandemia e che ogni tanto ancora si verifica, è che qualche prodotto (i) da una parte riporta in etichetta dei claim di efficacia che non sono opportunamente sostenuti dai risultati di test condotti nel rispetto delle linee guida; (ii) dall’altra, per la formulazione di un prodotto biocida è possibile che venga utilizzata una sostanza che non proviene da una “filiera biocida” bensì da una “filiera REACH”, ad esempio. Pertanto, il prodotto da una parte vanta un’efficacia che non è stata dimostrata, e dall’altra la società responsabile della sua immissione sul mercato lavora in maniera illecita eludendo la norma.

D. Quanto il claim apposto in etichetta incide sul percorso che deve intraprendere un prodotto?

R (CR). In molti casi l’area commerciale delle aziende produttrici ha spinto affinché venissero riportati in etichetta simboli e definizioni in grado di vantare un’attività di disinfezione dei prodotti, a volte anche con immagini che ricordassero ai clienti tale funzione. Ma bisogna fare chiarezza: ogni terminologia è specifica e va utilizzata con attenzione nel rispetto delle diverse normative.
Se consideriamo i prodotti per l’igiene delle mani, ci possiamo imbattere in prodotti igienizzanti o disinfettanti. Gli igienizzanti, in genere, ricadono all’interno della categoria dei cosmetici, mentre i disinfettanti all’interno di quella dei biocidi o PMC. Ognuna di queste categorie di prodotto segue norme ben specifiche che ne regolamentano anche la terminologia e i claim.
Quindi, in tutte le aziende che producono queste tipologie di prodotti, i rapporti tra area commerciale e assicurazione qualità non sono sempre così facili. L’area commerciale fa di tutto per attirare il cliente e convincerlo all’acquisto, mentre l’assicurazione qualità deve garantire il rispetto dei regolamenti in vigore.
Tornando ai concetti di igienizzante e disinfettante, l’igienizzante entra in contatto con la pelle con la sola funzione di pulirla (questo tipo di funzione è riconducibile alla categoria dei prodotti cosmetici); il disinfettante entra in contatto con la pelle con la funzione di uccidere o rendere inattive le diverse categorie di organismi nocivi (quindi esistono disinfettanti diversi, con efficacia diversa a seconda della tipologia di organismi che devono combattere). In questo caso, l’azione è riconducibile alla categoria dei biocidi.
Esiste poi la categoria tutta italiana dei PMC: si tratta di prodotti con attività battericide, germicide o insetticide che in genere non vengono utilizzati per la disinfezione dell’uomo, bensì di superfici e ambienti (fa eccezione il gel a base alcolica per la disinfezione delle mani che ricade, al momento, all’interno di questa categoria).
In molte aziende cosmetiche, per i prodotti cosmetici che riportano come claim il termine “igienizzante” potrebbe essere arrivata la richiesta di riportare in etichetta la parola “disinfettante” o frasi che vantino tale funzione. Ma ciò non è permesso dal Regolamento sui prodotti cosmetici ed è ammesso soltanto per i prodotti che hanno comprovata attività battericida o virucida e vengono prodotti soltanto previa autorizzazione se PMC o biocida.

R (AC). La funzione marketing e il regolatorio in azienda non sempre (e purtroppo, perché personalmente vedo ampi margini di collaborazione per una crescita comune) vanno d’accordo, in particolare per le tempistiche. Il marketing è assolutamente dinamico e si trova a inseguire o anticipare le richieste del mercato; i regulatory devono valutare ad ampio spettro e per farlo bene e senza arrotondare gli angoli occorre tempo, e non sempre la risposta asseconda o va nella direzione del marketing. Ciò che ho visto in questi mesi, e che sto vedendo sempre di più ora in cui si cerca di differenziare il più possibile i propri prodotti dalla concorrenza (o forse di non differenziarli!), è che ci si spinge al limite con i claim e molti restano dei non detti, dei sospesi che spesso inducono il consumatore a fraintendere.
A parità di formulazione, è appunto la rivendicazione che voglio vantare per un prodotto che mi farà ricadere (legittimamente) in un prodotto cosmetico (o detergente, se penso alla pulizia delle superfici) oppure in un PMC o biocida. Se voglio intraprendere la via del cosmetico, esso dovrà avere una persona responsabile, disporre di un PIF e quindi di una valutazione della sicurezza del cosmetico che ne attesti la sicurezza, un’etichettatura idonea senza rivendicazioni “fuori posto” e una notifica al Cosmetics Product Nofication Portal (CPNP). Gli errori riscontrati in fase ispettiva hanno visto una mancanza di questi elementi.
Pertanto, direi che il claim che si intende apporre in etichetta incide fortemente sul percorso regolatorio del prodotto. Per i prodotti cosmetici può essere sicuramente d’aiuto una linea guida redatta da Cosmetics Europe, anche in termini di claim legittimi2.
Da notare che alcuni claim potrebbero risultare poco chiari per il consumatore: uno su tutti “con antibatterico”. Se un prodotto cosmetico, ad esempio un sapone, è stato formulato con l’utilizzo di un conservante con funzione antibatterica tale claim, servirà per garantire la buona conservazione del prodotto e non per esplicitare un’azione antibatterica in fase di impiego (o per difendermi maggiormente dal virus che resta un virus e non diventa un batterio), ma questo potrebbe essere non noto al consumatore.

2Cosmetics Europe Temporary Guidance on Personal-Hygiene Cleansing Hand Gels in the context of the ongoing CoVid-19 health crisis (2020) Cosmetics Europe

Conclusioni
Come è dura l’avventura per l’Assicurazione, il Regolatorio e Qualità.
Le aziende, come del resto tutti noi, hanno cercato di affrontare al meglio l’emergenza COVID, alcune in modo virtuoso, altre soltanto inseguendo il business. La situazione di necessità che si è venuta a creare ha spinto tutti a intervenire in qualche modo, ma la confusione che si è sviluppata non ha certo aiutato. È necessario, quindi, informarsi il più possibile prima di intraprendere iniziative produttive in settori a noi sconosciuti in cui non si ha esperienza. La qualità del prodotto e la sua sicurezza devono essere sempre il punto di partenza di ogni decisione.

Tra polimeri e restrizioni

Come ben noto, le materie plastiche sono estremamente presenti nelle nostre vite e nella nostra economia. Esse infatti sono sufficientemente leggere, risultano idonee per diversi scopi in contesti di lavoro e domestici, e sono spesso meno costose di altre. Tuttavia, se non vengono correttamente smaltite o riciclate nella fase post-consumo, possono venire abbandonate nell’ambiente dove sono in grado di “sopravvivere” per periodi infinitamente lunghi e degradarsi via via in pezzetti piccoli chiamati “microplastiche”, che sono la causa di grandi preoccupazioni per gli effetti che sono in grado di provocare.
Abbiamo incontrato Federica Keller, R&D e supporto tecnico in Biochim, e con lei abbiamo parlato proprio di polimeri, plastiche e microplastiche.


D. Iniziamo a dire qualcosa a proposito dei polimeri. Come sono legati tra loro polimeri e prodotti cosmetici?
R. È il caso di specificare che il termine “polimeri” include una grande varietà di ingredienti usati nei cosmetici caratterizzati da differenti proprietà. Essi offrono una vasta gamma di importanti vantaggi funzionali per consentire le performance e le qualità richieste ai prodotti per la cura della persona: coprono funzioni tra cui film former, modificatori reologici, leganti, fissativi, disperdenti e agenti incapsulanti.

D. È sempre più diffusa l’attenzione che i consumatori e il mercato, più in generale, rivolgono agli effetti che le loro scelte hanno sull’ambiente. Le etichette possono aiutare?
R. A fronte delle emergenti preoccupazioni relative agli effetti provocati sull’ambiente dagli ingredienti polimerici e dalle microplastiche, come operatori dobbiamo essere consapevoli che l’elenco degli ingredienti riportato in etichetta da solo non è sufficiente per identificare (e far identificare ai consumatori) un potenziale ingrediente microplastico. Infatti, materiali con lo stesso nome INCI potrebbero avere una chimica simile ma presentare caratteristiche fisiche estremamente diverse, oltre a qualità e applicazioni differenti. Come spiega anche il Personal Care Product Council in un suo documento informativo, sono molti i fattori che devono essere considerati per discriminare e identificare un materiale come una microplastica. Bisogna tener conto sì della dimensione delle particelle, ma anche delle proprietà chimico-fisiche e della persistenza a livello ambientale, oltre al fatto che le microplastiche, per essere definite tali, devono essere materiali solidi. È chiaro che tutte queste caratteristiche non sono esplicitate solo con un nome INCI di un ingrediente, e sebbene sia vero che tutte le plastiche sono polimeri è importante ricordare che non tutti i polimeri sono plastiche. Infatti, sono noti diversi ingredienti che pur contenendo il termine “poli” all’interno della propria denominazione sono materiali completamente solubili in acqua e non potrebbero mai esistere come microplastiche in particelle solide. Ci sembra inaccurato e fuorviante concludere che tutti i polimeri danno “vita” a delle microplastiche.

D. Come possiamo descrivere le microplastiche?
R. A questo proposito vorrei citare testualmente la definizione data dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA): A material consisting of solid polymer-containing particles, to which additives or other substances may have been added, and where ≥ 1% w/w of particles have (i) all dimensions 1 nm ≤ x ≤ 5 mm, or (ii), for fibres, a length of 3 nm ≤ x ≤ 15 mm and length to diameter ratio of >3.
Quindi, semplificando, potremmo dire che si tratta di particelle solide molto piccole (inferiori a 5 mm), con forma fisica definita e composte da miscele di polimeri (i componenti primari della plastica) e additivi funzionali. Possono anche contenere impurezze residue del processo di fabbricazione.

D. Mi sembra di intuire che ci sia un grande misunderstanding nell’immediata connessione tra polimeri e microplastiche? Da che cosa è nato?
R. Dobbiamo fare un passo indietro e posizionare il calendario a gennaio 2019, quando l’ECHA ha presentato una proposta di restrizione ai sensi dell’Allegato XV del Regolamento REACH proprio relativa alle microplastiche, a cui ha fatto seguito la consultazione pubblica iniziata a marzo 2019. Lo scopo di questa restrizione è limitare l’uso di microplastiche aggiunte intenzionalmente in prodotti di consumo o di uso professionale di qualsiasi tipo. Le microplastiche possono formarsi in maniera non intenzionale per effetto dell’uso di prodotti di plastica di dimensioni maggiori (è questo il caso dei tessuti sintetici) o, al contrario, essere fabbricate e aggiunte intenzionalmente nei prodotti per uno scopo specifico, per esempio i vecchi beads di polietilene, restando in tema di prodotti cosmetici.
Proprio nella proposta di restrizione sono stati menzionati i polimeri (e le loro funzioni); tuttavia, i polimeri inclusi nella Tabella 44 dell’Allegato D della proposta non incontrano necessariamente la definizione di microplastica.
Si tratta, infatti, di un elenco che è stato usato dall’Agenzia solamente per calcolare l’impatto di eventuali restrizioni per questi polimeri. Per questo motivo, la lista di ingredienti contenuta nella “famosa” tabella non è da intendere come una lista di ingredienti che devono essere considerati microplastiche.

D. Le diverse associazioni dell’industria cosmetica di tutta Europa sono impegnate in una raccolta dati sull’uso reale delle materie prime presenti nella sopracitata tabella, al fine di fornire numeri più precisi nella consultazione pubblica inerente alla proposta di restrizione dell’ECHA. Come si sta muovendo l’industria?
R. Lubrizol (di cui Biochim è rappresentante per l’Italia) si è impegnata e tuttora continua a garantire che l’ECHA riceva solide informazioni scientifiche per la sua deliberazione su una possibile restrizione all’uso intenzionale di microplastiche.

D. Quali sono gli esiti delle valutazioni che sono state condotte sui polimeri di interesse per la vostra società?
R. A questo proposito è possibile affermare che i polimeri della nostra casa mandataria, che trovano impiego in prodotti personal and home care (tra cui ricordiamo alcuni noti marchi come Carbopol®, Pemulen®, Merquat™ e Avalure™), non incontrano la definizione proposta dall’ECHA di microplastica e quindi non rientrano nell’ambito di una futura restrizione all’uso delle microplastiche in prodotti cosmetici.
Infatti la nostra casa mandataria ha condotto una valutazione comparativa delle proprietà chimico-fisiche tra i polimeri acrilici e le microsfere di plastica solida, al fine di evidenziarne le differenze. Si è mostrato che questi polimeri sono modificatori reologici, stabilizzanti, film former o copolimeri cationici acquosi sviluppati per una migliore compatibilità e trasparenza nei sistemi di tensioattivi anionici. Nelle formulazioni non mantengono né una forma fisica definita né vengono utilizzate come particelle per lo scrub. Inoltre sono altamente disperdibili in acqua.
Ma non solo! La nostra casa mandataria ha realizzato anche una valutazione del rischio al fine di accertare, in condizioni d’uso realistiche, il potenziale rischio ambientale derivante dall’uso di polimeri acrilici nei prodotti cosmetici finiti. I risultati sono stati in grado di dimostrare che l’uso dei polimeri acrilici nei prodotti finiti per la cura della persona non determina un rischio per l’ambiente.

D. Ad oggi a che punto è arrivato lo stato di avanzamento dei lavori che porterà probabilmente a formalizzare una restrizione?
R. Il Risk Assessment Committee (RAC) ha adottato la sua opinione dello scorso giugno. Si attende per la fine dell’anno l’opinione finale del Socio-Economic Analysis Committee (SEAC) a seguito di una consultazione pubblica che avverrà durante l’estate.
La consultazione della Draft Opinion del SEAC durerà 60 giorni ed è stata avviata proprio a inizio luglio. Il parere consolidato di entrambi i comitati dovrebbe essere pronto entro la fine del 2020. La decisione sulla restrizione sarà adottata dalla Commissione europea dagli Stati membri dell’UE ed esaminata dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Si ritiene che l’entrata in vigore della restrizione sarà per il 2022.

D. Qual è il parere di Cosmetics Europe?
R. In alcune recenti interviste rilasciate da John Chave, Direttore generale dell’associazione1, sono state delineate diverse tipologie di scenari. Nella peggiore delle ipotesi le industrie cosmetiche, in particolare le PMI, avranno bisogno di tempo per adattare le proprie formulazioni, in particolare quelle relative ai prodotti leave-on che sono generalmente piuttosto complesse. Potrebbero addirittura trovarsi nella condizione di rivedere il loro portafoglio prodotti. Una delle ipotesi è che alcuni prodotti “cadano” al di fuori di questa restrizione (ad esempio i prodotti per il makeup, unghie e labbra), poiché incidono estremamente poco sull’ambiente considerando che i consumatori solitamente li rimuovono aiutandosi con le salviettine. Questa eventuale restrizione sui prodotti cosmetici è stata definita “sproporzionata”, intendendo che i costi di riformulazione sono molti ampi e viene richiesto uno sforzo economico molto importante a fronte di prodotti che hanno un impatto estremamente limitato sull’ambiente in questo senso2.

1www.cosmeticsdesign-europe.com/Article/2020/06/18/ECHA-microplastics-restriction-impact-on-beauty-and-personal-care-clear-says-Cosmetics-Europe
2www.cosmeticsdesign-europe.com/Article/2020/06/18/ECHA-microplastics-restriction-disproportionate-against-cosmetics-says-Cosmetics-Europe-and-CTPA?utm_source=copyright&utm_medium=OnSite&utm_campaign=copyright

Per informazioni: federica.keller@biochim.it • www.biochim.it

Intervista pubblicata su Cosmetic Technology 4, 2020

Sfide nell’utilizzo di fragranze nelle formulazioni cosmetiche

Sofia Zago
IFF International Flavours & Fragrances, Milano

sofia.zago@iff.com


Challanges in the use of fragrances in cosmetic formulation
When a formulator thought he had come to the simplest part

The purpose of the research is to assess which could be the difficulties in adding one of the most hedonistic characteristics to a cosmetic product. The choice of perfume cannot be accidental because it must be considered not as a single ingredient but a mix of chemical structures.

Riassunto

Lo scopo della ricerca è stato valutare quali possono essere le difficoltà nell’aggiungere una delle più edonistiche caratteristiche a un prodotto cosmetico.
La scelta del profumo non può essere casuale perché deve essere considerato non come un singolo ingrediente, bensì come un mix complesso di strutture chimiche.

Introduzione

Quando ricompri un prodotto? Quando soddisfa le tue aspettative funzionali e sensoriali. Una fragranza non è solo un’associazione poetica di diversi odori, ma è anche un complesso mix di strutture chimiche. Conoscendone la chimica possiamo combinare i loro effetti e avere l’opportunità di capire il loro comportamento all’interno di una base cosmetica. Ogni componente interagisce con le materie prime dell’ambiente nel quale è immerso, determinando una caratterizzazione sia estetica sia fisica nel sistema finale.
I talenti combinati di un profumiere e un formulatore devono quindi lavorare molto vicino per creare un prodotto di successo commerciale.

Struttura base di una fragranza
I profumieri moderni hanno un’ampia scelta nel decidere quali materie prime accordare per creare una sinfonia di odori. Questi ingredienti possono derivare dal mondo della sintesi o dal mondo naturale. L’esplosione della chimica, alla fine di questo secolo, ha fatto sì che le materie prime nelle mani dei profumieri diventassero moltissime, necessitando l’attuazione di un metodo razionale nella creazione di un profumo. Uno dei pionieri di questo periodo fu Jean Carles (1), che scrisse innumerevoli pagine intitolate A Method of Creation in Perfumery, nelle quali descrive come si approcciava alla formulazione. Carles considerava la volatilità il punto chiave nel giudicare come utilizzare i composti aromatici. Ogni materiale veniva posizionato su un blotter e valutato per intensità e carattere per un periodo di tempo (ore).
Materiali molto volatili, che scompaiono in primo luogo, comprendono le “note di testa” di un profumo finito; quelle di volatilità intermedia e tenacia sono i “modificatori” o le “note di cuore”, e quelli con la volatilità più bassa sono prodotti tenaci che costituiscono le “note di base”.
L’odore caratteristico di un singolo materiale è chiamato nota. Miscele di due o più materiali, con un tema olfattivo unificato, sono chiamati accordi. Il rapporto tra il 25% delle note di testa, il 20% di modificatori e note di base al 55% è tipico di una fusione ben bilanciata.
Caratteristiche chimiche e fisiche
Ogni gruppo funzionale ha una reattività che è legata all’ambiente nel quale si trova. Se un gruppo funzionale reagisce il profilo olfattivo cambia e inoltre si potrebbero creare ripercussioni sul cosmetico. Le principali modifiche che possono avvenire sono: odore, solubilità e colore. Eventuali alterazioni della colorazione possono essere causate da varie reazioni chimiche di: ionone, indolo, ammine, antranilati, etilvanillina e maltolo, tutti ingredienti che possono trovarsi in un profumo. Il punto chiave di queste reazioni è il pH.
Identificare il pH del prodotto è un buon punto di partenza per permettere al profumiere di predire il comportamento di una fragranza.
Le materie prime utilizzate hanno inoltre altre due caratteristiche fondamentali: il coefficiente di ripartizione ottanolo/acqua (logP) che indica l’idrofilia o lipofilia di una molecola e la tensione di vapore (Vp) (2).
Il logP è molto importate perché è caratteristico per ogni sostanza; trovandoci in questo caso davanti a un gruppo di sostanze, il logP totale potrebbe essere equivalente alla somma dei vari logP. Una percentuale troppo alta di ingredienti con alto logP farà sì che la fragranza non sia solubile in acqua. Se dovessimo quindi profumare un’acqua micellare e usassimo questo tipo di fragranza, quest’ultima galleggerebbe sulla superficie o renderebbe torbido il prodotto.
La tensione di vapore (Vp), dal punto di vista fisico, può essere interpretata come il risultato della tendenza di una particolare sostanza a passare dalla fase condensata alla fase gassosa (cioè a evaporare o sublimare). La profumeria offre un’indicazione della volatilità delle sostanze, permettendo di classificarle e portando il profumiere a fare delle scelte ponderate sul loro utilizzo in un tipo di cosmetico: una crema viso con una fragranza troppo persistente potrebbe infastidire lo stesso consumatore.

Applicazioni cosmetiche

Caso più semplice: un profumo
L’uso tipico delle fragranze è quello di utilizzarle per sviluppare un profumo. Sembra il caso più semplice, ma anche qui ci sono delle considerazioni tecniche che devono essere affrontate e non possono essere lasciate al caso.
Una singola nota può cambiare durante lo stoccaggio: un esempio tipico che può accadere è l’ossidazione aerea della benzaldeide all’acido benzoico; le aldeidi a temperatura ambiente polimerizzano e i prodotti del limone possono ossidarsi facilmente. Una reazione da considerare è quella della formazione di una base di Schiff, dove troviamo un’aldeide o un chetone con un’ammina. Possono avvenire anche delle reazioni tra alcol e aldeidi che formano acetali.

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Innovatec

Attiva nel settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, Innovatec fornisce una vasta gamma di servizi tecnologicamente avanzati nel campo della sostenibilità ambientale.
 L’azienda è infatti il primo player privato italiano che copre l’intera catena del valore, grazie alla capacità di esplorare nuove formule di integrazione dei servizi dedicati a tutte le direttrici della sostenibilità ambientale (aria, acqua, materia, rifiuti, emissioni, mobilità ed efficienza energetica); e lo fa proponendo un modello di fare impresa perfettamente in sintonia con i principi dello sviluppo sostenibile: creare valore nel tempo per soddisfare i bisogni delle generazioni presenti, senza compromettere le possibilità di quelle future.
Per saperne di più abbiamo intervistato Roberto Maggio, Presidente di Innovatec.


• Energia e molto altro: qual è l’identikit del Gruppo?
È proprio così: Innovatec è una holding quotata sul Mercato AIM di Borsa Italiana e certificata ESCO UNI CEI 11352. Ha un portafoglio attivo di centinaia di imprese ed è capogruppo di diverse aziende che operano in settori che vanno dall’efficienza energetica alla gestione delle risorse idriche, dalla valorizzazione dei materiali di scarto al loro reimpiego nel processo industriale. Come si può facilmente immaginare, questa caratteristica costituisce un grande valore in termini di competenze che siamo in grado di offrire in maniera integrata ai nostri clienti per sviluppare le soluzioni a loro più adatte, cucite su misura. Riusciamo ad accompagnare le aziende clienti a diminuire il loro impatto ambientale e contemporaneamente ad aumentare l’EBITDA, perché crediamo che la sostenibilità deve sempre essere anche economica.
In questo momento stiamo supportando decine di realtà nella loro transizione verso il processo di decarbonizzazione. Lo possiamo fare in modo efficace perché, grazie alle diverse aziende controllate e a partner consolidati, abbiamo le competenze per analizzare e ottimizzare tutte le grandezze che impattano nel calcolo del bilancio delle emissioni di gas a effetto serra.
Gli scenari di intervento possono essere di tre tipi: diretti in azienda, diretti fuori dall’azienda oppure indiretti. Tra gli interventi diretti in azienda ci sono quelli legati all’efficienza e al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili, alla mobilità sostenibile e alla riduzione delle emissioni di processo. Tra gli interventi diretti fuori dall’azienda la realizzazione di un impianto da fonti rinnovabili, un intervento di risparmio energetico o un intervento di forestazione. Infine, tra gli interventi indiretti ci sono gli acquisti verdi (green procurement, ad esempio materiali provenienti da riciclo, energia verde, ecc.) oppure azioni di compensazione (progetti esistenti a livello nazionale o internazionale).
Un percorso di decarbonizzazione o carbon neutrality è spesso un mix di interventi diretti e indiretti.

• L’efficienza energetica è diventato un tema molto popolare con l’approvazione dell’Ecobonus 110%. Come vi state muovendo in questo ambito?
Nella seconda metà del mese di giugno abbiamo lanciato il progetto Houseverde per la riqualificazione energetica sostenibile del patrimonio immobiliare italiano e la sua messa in sicurezza grazie alla ristrutturazione antisismica.
Il progetto Houseverde sarà sviluppato da Innovatec Power e sarà rivolto a famiglie e condomini che possono beneficiare delle agevolazioni previste dal recente Decreto Rilancio (D.L. 34 del 19 maggio 2020) chiamate Ecobonus 110%.
L’obiettivo è offrire alla clientela interventi di efficientamento energetico degli edifici, da effettuarsi in modo integrato attraverso lo studio attento degli elementi architettonici, strutturali e impiantistici. Le scelte progettuali terranno in debito conto l’innovazione tecnologica individuando le tecniche costruttive, i materiali più innovativi e meno impattanti dal punto di vista ambientale, le tecnologie impiantistiche più evolute per garantire l’efficienza e la sicurezza dell’edificio, adeguati livelli di comfort abitativo e il rispetto dell’ambiente sia in termini di emissioni sia di consumo di risorse. Ogni cantiere sarà gestito per migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto delle abitazioni con la massima attenzione al recupero dei materiali nel pieno rispetto dei principi dell’economia circolare.

• Cosa significa?
Il progetto Houseverde esemplifica bene come le diverse competenze delle aziende che fanno parte della holding si integrino a beneficio del cliente, dell’efficienza e della tutela dell’ambiente in un’ottica di sostenibilità. Ogni progetto di Houseverde sarà infatti inserito e geolocalizzato sulla piattaforma Circularity (https://circularity.com/#home), società benefit partecipata al 20% da Innovatec. Attraverso la piattaforma per il calcolo del percorso circolare di Circularity, le imprese industriali (e in questo caso i progetti Houseverde) possono entrare in rete e sviluppare percorsi di economia circolare. In ultima analisi, questo significa gestire i rifiuti come una risorsa e non soltanto come un costo.
Oltre alla valenza energetica dell’intervento, verranno quindi quantificati e monitorati i parametri ambientali e di rispondenza ai migliori criteri di economia circolare. Una volta calcolato l’impatto ambientale del progetto, sarà valutato un meccanismo di compensazione che permetterà di contribuire positivamente al miglioramento dell’impatto ambientale degli edifici, non solo grazie alla riqualificazione ma anche alla misurazione dell’impatto e alla compensazione, ove possibile, degli interventi collegati.

• Il core business di Innovatec Power è l’energia: cos’ha di speciale la vostra offerta?
I nostri punti di forza sono l’efficienza energetica, il servizio su misura e il supporto per l’ottenimento degli incentivi italiani ed europei applicabili grazie alle competenze di un’altra società collegata al gruppo, Exalto. Innovatec si occupa della progettazione, della fornitura, della realizzazione e della successiva manutenzione di soluzioni impiantistiche e tecnologiche con formula “chiavi in mano”. Disponendo di un’offerta multibrand, a seconda delle esigenze energetiche del cliente individuiamo la soluzione più performante. Insieme a Exalto, società di Ricerca e Sviluppo in ambito di efficientamento energetico, Innovatec fornisce al cliente tutto il supporto nella ricerca, nell’ottenimento e nella gestione degli incentivi, oltre che dei certificati bianchi, cioè i titoli di efficienza energetica che attestano il risparmio energetico conseguito realizzando uno specifico intervento.
Crediamo che con un approccio più efficiente alla gestione dell’energia sia possibile migliorare le performance aziendali, ridurre sprechi e costi operativi, e rendere l’impresa più sostenibile rispetto all’impatto ambientale che si produce. Lavoriamo per creare cultura nei clienti perché vogliamo aiutarli nella loro transizione verso la decarbonizzazione.

• Come si integrano in questo contesto le altre linee di business?
Siamo il primo player italiano che copre l’intera catena del valore grazie alla capacità di esplorare nuove formule di integrazione dei servizi dedicati alla sostenibilità ambientale e all’efficienza energetica. Questo è possibile proprio grazie alle sinergie di Gruppo che riusciamo a mettere in campo e che ci permettono di presentarci ai clienti non solo come fornitori, ma anche come consulenti a tutto tondo. Oltre all’energia lavoriamo nel campo dell’efficienza idrica, della gestione dei rifiuti e della sostenibilità in generale.
L’acqua, come sapete, viene usata in molti processi industriali, nella maggior parte dei quali deve subire una serie di trattamenti preliminari; per questo, insieme ai nostri partner, lavoriamo per mettere a punto un ciclo idrico ottimizzato, sia in termini di costi sia in termini di qualità dell’acqua finale e di preservamento dell’ecosistema.
Offriamo servizi di sanificazione, filtrazione, trattamento biologico e chimico-fisico, processi di evaporazione, essiccazione e cristallizzazione. Presidiamo il settore rifiuti grazie alla controllata Sostenya Green, società specializzata nella gestione integrata dei rifiuti industriali, che si rivolge a clienti che operano in tutti i settori merceologici e hanno la necessità di coprire l’intera filiera dei rifiuti. Anche in questo ambito abbiamo una mentalità orientata all’efficienza e alla valorizzazione degli scarti che, una volta raccolti, vengono avviati a selezione e ai migliori processi di valorizzazione. Applichiamo un approccio che amplia il concetto di recupero dei rifiuti anche al loro utilizzo come fonte di energia, sfruttando i sottoprodotti della loro decomposizione (biogas e Combustibile Solido Secondario, CSS).
Infine, nell’ambito della sostenibilità e dell’economia circolare, ci avvaliamo della consulenza di Circularity, di cui siamo investor. Circularity, che come dicevo ci supporta anche per il progetto Houseverde, ha sviluppato la prima piattaforma digitale per il calcolo del percorso circolare e offre servizi di consulenza per aiutare le imprese a integrare l’economia circolare all’interno del proprio modello di business.

• Sostenibilità e responsabilità sociale hanno un ruolo importante in Innovatec. Cosa sono per voi?
Si tratta di due valori che si intrecciano di continuo e che costituiscono le fondamenta del nostro modo di fare business. La sostenibilità ambientale è un valore che anima non solo il nostro modello che segue le logiche della Corporate Social Responsibility, improntato all’efficienza e alla diminuzione di impatto verso i nostri stakeholder, ma anche le nostre scelte strategiche. In questo campo il nostro intento consiste nel creare valore con ricadute positive sul territorio in cui operiamo. Facciamo attività di divulgazione e formazione sul tema dei cambiamenti climatici e sulla tutela dell’ambiente per promuovere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto. In ambito sociale sosteniamo progetti specifici, come abbiamo fatto per esempio con il progetto Scuole che, attraverso la rappresentazione teatrale ideata per i bambini delle elementari, permette di riflettere sui temi del consumo energetico e dell’uso consapevole delle risorse.

Per informazioni
Camilla Natalini • cosmeticandnutrition@innovatec.it • www.innovatec.it

Intervista pubblicata su L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

Botanicals per contrastare la depressione

Domenico Barone
Biotecnologie Industriali – Università degli Studi di Torino – domenico.barone@libero.it


I principi attivi presenti negli integratori di origine botanica appartengono a una classe molto vasta, comprendendo prodotti diversissimi tra loro sia per origine sia per struttura chimica e attività biologica. Per questo, nella scelta dell’integratore, la qualità diventa un criterio dirimente per medici, farmacisti e consumatori, ed è un requisito imprescindibile dell’informazione e della trasparenza.
Varie sono le iniziative, promosse dalle associazioni di categoria, società scientifiche e aziende, che sottolineano la necessità di fare chiarezza su questi temi e propongono documenti di consenso, quali ad esempio il Consensus Paper Integratori di origine botanica: approccio multidisciplinare alla qualità, di cui abbiamo parlato sul numero 1 della nostra rivista (1).
In questa rubrica, anziché presentare nuovi ingredienti di origine botanica disponibili nella letteratura scientifica (sarebbe stata difficile una selezione, visto che in PubMed abbiamo trovato più di 300 voci solo negli ultimi 5 anni!), vi proponiamo delle nuove strategie di ricerca che possono offrire originali sviluppi futuri. Abbiamo selezionato, come esempio, l’applicazione di principi botanici per contrastare la depressione.

Dalla medicina tradizionale cinese alla biologia dei sistemi

La depressione (DP) è tra i disturbi psichici più devastanti e invalidanti. Una grave perdita, realmente subita o percepita come tale, è spesso l’evento scatenante. La percentuale di pazienti depressi è in continuo aumento: non a caso, l’OMS prevede che, nel giro di pochi anni, la DP sarà la seconda causa di invalidità per malattia, subito dopo le patologie cardiovascolari. La DP è caratterizzata da perdita di interesse, ansia, disturbi del sonno, mancanza di energia e pensieri suicidi. A differenza delle terapie convenzionali a base di farmaci di sintesi (antidepressivi) che hanno limiti intrinseci, i principi fitoterapici con effetto antidepressivo hanno meccanismi d’azione unici e spesso non noti. Ricercatori universitari cinesi presentano e discutono in una review le basi farmacologiche e i meccanismi biologici su cui si basano gli antidepressivi di origine botanica, e propongono la recensione di un aggiornamento sistematico degli ultimi 5 anni di ricerca su questi antidepressivi, in base alla patogenesi e ai potenziali bersagli terapeutici della DP (2). La DP è stata collegata chimicamente a problemi o squilibri dei neurotrasmettitori cerebrali serotonina (5-HT), noradrenalina (NE) e dopamina (DA): la sua patogenesi è l’espressione anomala delle monoammine 5-HT, adrenalina (EP), NE e DA o dei loro recettori. Altri fattori scatenanti sono la disfunzione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), lo squilibrio delle citochine infiammatorie, lo stress ossidativo e la compromissione della plasticità sinaptica. Inoltre, importanti fattori determinanti per i sintomi della DP sono anomalie della flora intestinale e alterazione epigenetica dei geni.
Gli antidepressivi di sintesi si limitano alla regolazione dei neurotrasmettitori, tra i quali gli inibitori selettivi del re-uptake della 5-HT, gli inibitori del re-uptake di 5-HT/NE, gli antidepressivi atipici, gli antidepressivi triciclici e gli inibitori delle monoammino-ossidasi (I-MAO).
Gli autori della review discutono possibili approcci terapeutici alla flora intestinale e alla neurogenesi e, in base alla complessa patogenesi della DP, suggeriscono che l’assunzione mista di prodotti vegetali sia la strategia più adatta al trattamento antidepressivo. Forniscono, inoltre, elenchi di integratori consigliati per la cura delle varie manifestazioni della DP, corredati dai rispettivi meccanismi di azione. Tossicità ed effetti collaterali degli integratori botanici con attività antidepressiva sono relativamente lievi.
La Figura 1 riporta schematicamente alcuni principi botanici attivi con attività antidepressiva che agiscono sui neurotrasmettitori: Cistanche tubulosa e silimarina ne influenzano la sintesi; iperforina, adiperforina e zafferano riducono il re-uptake della serotonina; Viburnum bracteatum antagonizza i recettori serotoninergici; rodiola e curcumina modulano i neurotrasmettitori eccitatori e inibitori. L’effetto antidepressivo dello zafferano è attribuito alle attività di safranale (aldeide aromatica, in natura sotto forma di glicoside (picrocrocina) dello zafferano) e crocina attraverso il riassorbimento di DA, 5-HT e NE; la crocina è un inibitore non competitivo delle MAO-A e MAO-B; la curcumina ha effetti antidepressivi che possono essere correlati all’inibizione delle MAO e al potenziamento dei neurotrasmettitori monoamminici.
In Figura 2 è schematizzata l’interazione di stress ossidativo, HPA e infiammazione attraverso cui alcuni principi botanici esercitano un’attività antidepressiva.
Prodotti botanici e loro componenti attivi, ampiamente studiati e segnalati per il loro ruolo nella regolazione e normalizzazione dell’asse HPA nella DP, sono: EGb 761 (estratto di foglie di Ginkgo biloba, antiossidante, scavenger di radicali liberi), catalpolo, geniposide e Rehmannia glutinosa.
Tra i prodotti botanici dotati di attività antinfiammatoria, nella DP troviamo: astragaloside IV, ginsenosidi, quercetina, naringenina, saicosaponina A, EGb 761, resveratrolo, Thymelaea lythroides, Polygala japonica, curcumina e rizoma di Gastrodia elata. Poiché lo stress ossidativo svolge un ruolo cruciale nello sviluppo del processo infiammatorio, gli antiossidanti potrebbero bloccare l’infiammazione; viceversa, l’infiammazione potrebbe innescare uno stress ossidativo. Il rapporto tra infiammazione e stress ossidativo spiega come la maggior parte dei prodotti botanici che esercitano un’azione antidepressiva inibiscano infiammazione e stress ossidativo.
È anche possibile che prodotti botanici e loro componenti attivi inibiscano l’infiammazione, che successivamente elimina l’iperattivazione dell’asse HPA, la cui compromissione potrebbe danneggiare anche la trasmissione sinaptica neuronale e la neurogenesi, contribuendo a comportamenti depressivi.
Componenti botanici attivi che aumentano l’espressione del Brain-Derived Neurotrophic Factor (BDNF), attivano successivamente BDNF/TrkB (cruciale regolatore sinaptico)-ERK/Akt per regolare l’apoptosi neuronale. Potenti antiossidanti, in grado di prevenire comportamenti simili alla DP aumentando l’espressione del BDNF, sono: geniposide, saicosaponina D, resveratrolo, quercetina, naringenina, Thymelaea lythroides, Polygala japonica, Rhizoma gastrodiae, silimarina, paeonol (fenolo), ginsenosidi, olio di semi di Perilla frutescens, estratto acquoso di zafferano, catalpolo, estratto di Cistanche tubulosa e Rehmannia glutinosa. La saicosaponina D contrasta i comportamenti depressivi in un modello animale aumentando la fosforilazione di CREB (cAMP response element binding protein) e promuovendo l’espressione di BDNF mediata dal miglioramento della funzione dell’asse HPA e dal consolidamento della neurogenesi ippocampale. Tuttavia, i meccanismi esatti alla base del recupero dell’asse HPA da parte di integratori botanici devono ancora essere chiariti.
La plasticità sinaptica è stata proposta come nuovo meccanismo d’azione per lo screening di antidepressivi, in particolare di quelli ad azione rapida. Regolatori sinaptici come TrkB (BDNF/Tropomyosin receptor kinase B), N-metil-d-aspartato, acido glutammico, estrogeni e insulina o loro vie di segnalazione a valle come PI3K/AKT/mTor (pathway coinvolta nella regolazione di diverse funzioni cellulari) sono obiettivi terapeutici cruciali per la DP. Gli effetti antidepressivi del ginsenoside Rg1 (saponina triterpenica) sono dovuti al miglioramento dei livelli di corticosterone e testosterone modulando i livelli proteici del recettore dei glucocorticoidi (GR) e di quello degli androgeni (AR), e mediando il recupero dell’asse HPA.
La flora intestinale non è solo correlata alla digestione degli alimenti e alle patologie gastrointestinali, ma modula anche una varietà di malattie, disturbi psichiatrici inclusi. Recenti progressi indicano che prodotti botanici e loro componenti attivi come berberina, resveratrolo e l’estratto di Cistanche tubulosa migliorano comportamenti depressivo-simili regolando la flora intestinale. Metaboliti intestinali tra cui l-treonina, isoleucina, alanina, serina, tirosina e prolina ossidata sono considerati la causa principale di comportamenti depressivo-simili.
La neurogenesi è un fenomeno importante per il recupero dalle malattie neurodegenerative ed è stata anche proposta come via da seguire per alleviare i sintomi depressivi usando integratori di origine botanica.
La saicosaponina D può contrastare i comportamenti depressivi indotti nei ratti promuovendo la neurogenesi dell’ippocampo. L’estratto acquoso di Paeonia japonica può alleviare comportamenti simili alla DP, stimolando la neurogenesi nel giro dentato dell’adulto.
La silimarina può promuovere la neurogenesi nell’ippocampo e nella corteccia cerebrale di topi con comportamento depressivo-simile. L’asse intestino-cervello è stato anche pensato come uno dei possibili meccanismi depressivi.
La flora intestinale è un meccanismo avanzato e di grande attualità per il trattamento di patologie cerebrali. In conclusione, in futuro, con l’applicazione di tecniche di indagine a livello del genoma e la biologia dei sistemi sarà possibile identificare nuovi obiettivi e meccanismi per il trattamento della DP, verificando percorsi e target diversi e rivelando le basi biologiche di questa condizione patologica (2). […]

L’intero approfondimento è pubblicato su L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

Valutazione dell’efficacia di un simbiotico commerciale in corso di diarrea acuta nel cane

Pietro Ruggiero1, Enrico Bottero1, Elena Benvenuti1, Alessandra Olivieri1, Alessio Pierini2
1Gruppo EndoVet Italia, Roma
2Università di Pisa, Pisa
ruggendo@gmail.com


Riassunto

Il presente lavoro ha lo scopo di valutare l’efficacia di una formulazione simbiotica (Nucron® Aurora Biofarma, Milano) costituita da Enterococcus faecium 3,5 x 1010 UFC/g, e da MOS, FOS e Monobutirrina® in corso di diarrea acuta nel cane.

Introduzione

La diarrea è un segno clinico comunemente riscontrato nella pratica clinica veterinaria, che può avere caratteristiche differenti a seconda della durata (acuta o cronica), gravità, localizzazione (piccolo o grosso intestino) ed eziologia. La diarrea viene definita acuta quando è presente per un periodo inferiore alle 3 settimane; pur essendo un sintomo frequente, non è facile stabilirne la reale prevalenza nella pratica clinica, a causa della comparsa di episodi che spesso sono di lieve entità e autolimitanti, e pertanto destano scarsa preoccupazione nel proprietario e spesso nessuna necessità di visita veterinaria (1). La prevalenza della diarrea è stata valutata in diversi lavori ottenendo dati discordanti che riportano valori dal 14,9% (1) al 28,6% (2) a seconda della popolazione valutata. L’incidenza sembra essere maggiore, tuttavia, negli animali giovani entro il primo anno di età, probabilmente dovuta a una minore efficienza del sistema immunitario e ad una maggiore suscettibilità a eventi stressanti (svezzamento, trasporto). I fattori causativi di diarrea acuta nel cane sono molteplici e alcune volte non identificabili considerando il decorso autolimitante (3), tuttavia le cause più frequenti riguardano disordini alimentari. Stavisky et al (4) hanno valutato un numero elevato di cani riferiti per diarrea, nella cui anamnesi erano riportati cambi dietetici repentini, ingestione di rifiuti alimentari e coprofagia, sottolineando come queste condizioni possano essere considerate potenziali fattori causativi. Agenti infettivi parassitari (protozoi ed elminti), batterici (Campylobacter app., Clostridium difficile, Clostridium perfringens) e virali (Parvovirus, Coronavirus) sono responsabili di diarrea acuta nel cane.
Pur trattandosi spesso di una presentazione clinica di lieve entità, anche in corso di diarrea acuta non complicata i cani possono sviluppare disbiosi, intesa come variazione quali-quantitativa della composizione del microbiota intestinale, mostrando differenze significative rispetto ai cani sani, come riportato in un recente lavoro (5). In particolare, la valutazione del microbiota intestinale tramite tecniche di pirosequenziamento ha evidenziato che in corso di diarrea acuta si può riscontrare un aumento delle conte batteriche del genere Clostridium e una diminuzione delle classi batteriche come Blautia spp., Ruminococcus spp., Faecalibacterium praunitzii e Turicibacter spp., produttrici di acidi grassi a corta catena (SCFA) essenziali per il metabolismo, differenziazione e proliferazione dei colonociti (6) (Rondeau). A tal proposito, sono stati numerosi gli studi che hanno valutato il ruolo benefico dell’integrazione di probiotici e prebiotici in corso di diarrea acuta e cronica del cane, evidenziandone il beneficio nel miglioramento clinico dei pazienti e nel ridurre la durata della sintomatologia (7,8).
I probiotici sono microrganismi vivi che, se somministrati in quantità adeguate, conferiscono un beneficio alla salute dell’ospite grazie alla loro capacità di aderire alla mucosa intestinale, proliferare e colonizzare il colon, entrare in competizione nei confronti di microrganismi patogeni e modulare l’attività del sistema immunitario (9).
I prebiotici sono sostanze alimentari non digeribili utilizzate selettivamente nel tratto gastrointestinale, in grado di favorire l’espansione di batteri benefici già residenti, contribuendo così al benessere e alla salute dell’ospite. Il simbiotico è quindi una combinazione di un probiotico e un prebiotico, al fine di sfruttare la loro relazione sinergica (10).
Il nostro studio ha lo scopo di valutare l’efficacia di una formulazione simbiotica (Nucron®, Aurorabiofarma, Milano) costituita da Enterococcus faecium 3,5 x 1010 UFC /g, e da MOS, FOS e Monobutirrina® in corso di diarrea acuta nel cane. […]

Per leggere l’intero approfondimento, acquista il singolo numero o abbonati alla rivista L’Integratore Nutrizionale 4, 2020

 

Prodotti solari ed ecosistema marino

Laura Busata, Stefano Francescato, Gianni Baratto
Unifarco, Santa Giustina (Belluno) – laura.busata@unifarco.it


Suncare products and marine ecosystem
Environmental impact studies and formulation’s tips

Climate change is the defining global challenge of our time. Rapid changes to the global climate over the past several decades, have already resulted in widespread impacts across human societies and natural ecosystems, including marine environment.
One of the main goals for a formulator is understanding how to develop safe and effective sun care products, considering the great consumer’s attention and awareness about their environmental impact, especially on the marine ecosystem.
Many studies have been carried out to investigate this topic, focalizing the attention on UV filters negative impact on corals. The experiments carried out so far have used concentrations of sunscreens and sunscreen components significantly higher than what is generally found in the marine environment. Further research is thus needed before firm conclusions can be reached.
However, considering the studies main results, a proactive approach in formulation is required and the removal of some specific chemicals should be positively beneficial to the ocean, without detracting from educating the public on the importance of photoprotection.

Il cambiamento climatico è la principale sfida globale del nostro tempo.
I rapidi cambiamenti del clima nel corso degli ultimi decenni hanno già provocato impatti diffusi nella società e negli ecosistemi naturali, compreso l’ambiente marino. Uno degli obiettivi principali di un formulatore è capire come sviluppare prodotti solari sicuri ed efficaci, considerando la crescente attenzione e la consapevolezza del consumatore riguardo al loro impatto ambientale, in particolare sull’ecosistema marino.
Sono stati condotti numerosi studi per indagare su questo argomento, focalizzando l’attenzione sull’impatto negativo che i filtri UV possono avere, in particolare nei confronti dei coralli. Gli esperimenti finora realizzati hanno utilizzato concentrazioni di filtri UV significativamente superiori alle quantità generalmente riscontrate nell’ambiente marino. Sono quindi necessari ulteriori studi prima di poter trarre conclusioni definitive. Tuttavia, considerando i principali risultati emersi, è necessario un approccio proattivo nella formulazione e rimozione di alcune sostanze chimiche specifiche che dovrebbe avere un impatto positivo sugli oceani, senza compromettere l’educazione del pubblico sull’importanza della fotoprotezione. […]

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Green label

Gabriella Ferraris • Avvocato in Milano – avv.gabriella.ferraris@gmail.com


Oggetto di un’ingiunzione di desistenza di qualche anno fa del Comitato di Controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria fu un claim riportato nella pubblicità di un cosmetico che affermava “la prima colorazione con etichetta ambientale, buona con te, buona con l’ambiente”, fondato su uno studio LCA di due diverse tinture per capelli.
Nel provvedimento si dichiarava che il claim in questione contravveniva la ratio e il disposto dell’art.12 del Codice di Autodisciplina che vieta il ricorso a claim generici, sostenendo che una comunicazione commerciale che intendesse prospettare un beneficio ambientale avrebbe dovuto “consentire di comprendere chiaramente a quale aspetto del prodotto o dell’attività pubblicizzati i benefici vantati si riferiscono”.
Nell’ingiunzione si metteva anche in evidenza il fatto che “la sensibilità verso i problemi ambientali è oggi molto elevata e le virtù ecologiche decantate da un’impresa o da un prodotto possono influenzare le scelte di acquisto del consumatore medio. Ne consegue che non è conforme a un’esigenza di effettiva tutela dell’ambiente che i vanti ambientali divengano frasi di uso comune, prive di concreto significato ai fini della caratterizzazione e della differenziazione dei prodotti”.
Aggiungo che il metodo LCA, utilizzato per la valutazione ambientale del prodotto reclamizzato (con LCA si intende Life-Cycle Assessment, metodo strutturato e standardizzato a livello internazionale che permette di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente e sulla salute umana associati a un bene o servizio, a partire dal rispettivo consumo di risorse e dalle emissioni di due prodotti), è un metodo e non “Il metodo”, e che quindi, anche se i claim relativi ai cosmetici pubblicizzati fossero stati più circonstanziati, l’informazione fornita al consumatore non sarebbe stata davvero utile perché non avrebbe potuto essere posta alla base di una seria comparazione rispetto a informazioni fornite su altri prodotti ottenute applicando diverse metodologie.
Esistono infatti tanti diversi metodi per valutare l’impatto ambientale di un prodotto e tanti tipi di dichiarazioni rilasciate da organizzazioni diverse, alcune riconosciute in certi stati e altre ammesse da altri. Insomma, una situazione molto eterogenea e confusa.
Si è ripresa questa decisione, pur non molto recente, perché tratta una questione che oggi è di grande attualità ed è oggetto di un’iniziativa intesa a proporre un regolamento europeo denominato Legislative proposal on substantiating green claims, attualmente in fase di pubblica consultazione.
Questo provvedimento si inserisce nel piano europeo chiamato European Green Deal, il cui ambizioso obiettivo è che l’Europa diventi il leader del sistema di economia circolare e che entro il 2050 il territorio europeo diventi neutrale dal punto di vista dell’impatto sul clima.
Per raggiungere il risultato sono stati identificati diversi tipi di iniziative: da un lato cercare di promuovere la messa sul mercato di prodotti sostenibili, cioè prodotti adatti a un’economia circolare neutra ed efficiente dal punto di vista delle risorse; dall’altro dare ai consumatori, attraverso una revisione dei diritti dei consumatori previsti dalla normativa europea, strumenti per partecipare attivamente alla transizione verde.
In questo contesto, poiché da un lato c’è un grande interesse all’ingresso sul mercato di prodotti e servizi davvero “verdi”, e dall’altro c’è la possibilità che i consumatori, che basano le loro scelte d’acquisto dei prodotti e servizi sulle informazioni fornite dal produttore, possano avere un peso non indifferente nel promuovere la diffusione di prodotti sostenibili, è stato ritenuto fondamentale che tutte le informazioni ambientali fornite sui prodotti debbano essere affidabili, comparabili e verificabili.
Il procedimento è stato lungo; la Commissione si è mossa con una serie di iniziative a partire dal 2013, per giungere oggi a una proposta di regolamento che ha lo scopo di consentire alle aziende che vogliano utilizzare dichiarazioni riguardo l’impatto ambientale dei loro prodotti di utilizzare metodologie standard. In altre parole, con la nuova proposta di regolamento la Commissione chiede alle aziende di fondare i claim verdi relativi all’impronta ambientale su criteri uniformi.
Questi metodi sono diretti a misurare le prestazioni ambientali di un prodotto o di un’organizzazione lungo tutta la catena del valore, dall’estrazione delle materie prime fino alla fine della vita, utilizzando precise categorie di impatto ambientale.
La metodologia proposta è denominata Product Environmental Footprint (PEF) ed è stata sviluppata dal Joint Research Centre dell’Unione europea sulla base di metodi esistenti e ampiamente testati e utilizzati, con l’obiettivo di definire una metodologia comune a livello europeo per il calcolo degli impatti ambientali di un prodotto o per categorie di prodotti (Product Environmental Footprint Category Rules, PEFCR).
Si tratta di un cambio sostanziale di prospettiva; fino ad oggi le dichiarazioni ecologiche utilizzate dai vari produttori hanno potuto essere valutate solo sotto l’aspetto della loro ingannevolezza e vietate solo quando ritenute in grado di indurre in errore i consumatori.
Secondo gli studi effettuati dalla Commissione, un regolamento di questo tipo potrebbe avere riflessi favorevoli sull’ambiente, sui consumatori, sull’economia, dal punto di vista sociale e della semplificazione amministrativa.
Come anticipato, la proposta di regolamento è attualmente in fase di pubblica consultazione, ciò significa che gli operatori dei settori interessati possono far sentire la loro voce ed esprimere una valutazione sull’opportunità o meno della disciplina.
Si tratta di una disciplina ad applicazione orizzontale e cioè che non riguarda solo i cosmetici, ma ritengo che potrebbe avere un grande impatto in questo settore, dove il ricorso alle dichiarazioni green è molto diffuso. Dover fare riferimento a un metodo specifico può essere un vincolo “pesante”, ma certo può garantire un confronto concorrenziale più leale. Non si vuol dire che le dichiarazioni cui attualmente si fa ricorso per certificare il proprio grado di impronta ecologica siano meno affidabili, è però certo che il confronto tra dichiarazioni che si basano su criteri diversi non è agevole.

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020

 

La cura della pelle al di là dei geni

Daniele VasconcelosEuropean Master in Translational Cosmetic and Dermatological Sciences, Novara – dscalcov@gmail.com
Federica PollastroDipartimento di Scienze del Farmaco, Novara – federica.pollastro@uniupo.it


Che cos’è l’epigenetica?

Siamo DNA: ciò che avviene biologicamente nel nostro organismo è determinato dal codice genetico individuale. Tuttavia, è errato pensare che il genoma, seppur definito, non possa essere influenzato nella sua espressione fenotipica, per cui sarebbe più corretto affermare che noi siamo fenotipo. Questo è esattamente il campo in cui si muove l’epigenetica, una scienza recente che si occupa dei cambiamenti fenotipici: variazioni del grado di attivazione dei geni senza che questi ultimi varino la loro sequenza, quindi senza modificare il DNA. Il particolare fenomeno biologico determina ciò che è definito “epimutazione”, che comprende una serie di fattori non-genomici dati da legami covalenti della cromatina a livello del materiale genetico e delle proteine. L’epimutazione genera dei cambiamenti che sono dei segnali fissi molecolari lasciati sul genotipo in modo permanente e ciascuno dei quali può servire per leggere (esprimere) o silenziare (non esprimere) uno o più geni.
Le epimutazioni costituiscono l’epigenoma che non solo è ereditabile, ma è alla base della maggior parte dei processi di differenziamento cellulare, purtroppo anche patologico, e cambia durante la vita di un organismo rispondendo rapidamente a fattori ambientali.
In definitiva il destino biologico non è immutabile, poiché l’espressione del genotipo è modulato da ciò che ci circonda, da ciò a cui siamo esposti volontariamente o involontariamente e se si considera la trasmissibilità delle variazioni si giustifica il crescente interesse di settori scientifici eterogenei per l’epigenetica, inclusa la dermocosmesi (1,2).
I meccanismi che influenzano il delicato e complesso determinarsi del fenotipo (la lettura o la mancata espressione genica) possono essere suddivisi in tre tipologie:
– marcatori chimici del DNA che determinano in che misura una specifica sequenza genica sia attiva grazie alla variazione del loro binding e dei relativi fenomeni transcrizionali;
– modificazioni post-traduzionali agli istoni: il livello di condensazione di queste specifiche proteine basiche legate al DNA ne determinano la condensazione influenzando direttamente l’espressione genica;
– micro-RNA non codificanti in grado di guidare i fenomeni descritti prima e di legarsi a mRNA bloccandone la traduzione (3,4).
Tutti e tre i meccanismi giocano un ruolo fondamentale per la regolazione dei processi biochimici; possono essere reversibili e si innescano a causa di numerosi fattori di natura ambientale ed esogena (esposizione a raggi solari, stress, fumo, attività fisica, alimentazione, assunzione di anitossidanti) oppure di natura endogena (meccanismi intracellulari). L’aspetto sorprendente è che alcuni degli stessi fattori sono controllabili, soprattutto se di natura esogena, e siamo noi stessi a decidere come. In definitiva, il controllo del fenotipo dipende in parte dal nostro stesso lifestyle, quasi come se fosse un interruttore on-off (Fig.1) (5).
L’attività dei geni può essere modulata attraverso quei segnali lasciati sul DNA che svolgono il ruolo di marcatori. Ad esempio, potrebbe essere possibile silenziare la trascrizione di geni responsabili dell’invecchiamento cellulare, di processi neoplastici o di altre patologie degenerative oppure mantenere attivi alcuni geni con effetti benefici nei confronti del nostro organismo. L’idea di utilizzare l’epigenetica in terapie e prodotti è coerente con questa linea di azione: la possibilità di marcare sequenze di DNA in modo tale da silenziare la trascrizione di geni indesiderati e lasciare spazio a quelli desiderati (6).

La riprogrammazione fisiologica della pelle

Sebbene lo studio delle implicazioni dell’epigenetica in medicina, ragionevolmente promettente, sia ancora all’inizio, il coinvolgimento di questa scienza a livello dermocosmetico risulta essere molto importante, poiché strettamente implicata in fenomeni di senescenza cellulare e invecchiamento cutaneo. Infatti, la cromatina nei soggetti anziani può comparire modificata attraverso la perdita, l’incorporazione di varianti e la modificazione di istoni da DNA alterato, dalla sua metilazione o da profili di trascrizione di quest’ultimo alterati o disfunzionali. L’epigenetica potrebbe essere utile in questi casi, al fine di stabilire una specie di riprogrammazione fisiologica della pelle. I modelli d’azione potrebbero essere multipli, ad esempio influenzando la formazione di micro-RNA per incrementare la produzione di collagene o elastina, stimolare recettori che sono naturalmente presenti nel derma e attivare processi rigenerativi. I passi fino ad ora eseguiti in questa direzione non sono da sottovalutare: l’epigenetica trova già applicazione non solo contro l’insorgere dell’invitabile invecchiamento cutaneo, ma anche per far regredire gli effetti di tale processo. Infatti, molti prodotti attualmente in commercio (citiamo a titolo di esempio: R3 cell matrix mask, La Grande Crème, Pro 60+ extra nourishing cream, RoyalEpigen P5) hanno lo scopo di ritardare il più possibile l’insorgere dei fenomeni di invecchiamento cutaneo. Non è da sottovalutare che i principi attivi di alcuni prodotti sono di origine naturale e in grado di riattivare geni silenti capaci di donare alla pelle un aspetto giovanile (7).

Un approccio personalizzato

Tuttavia, è doveroso sollevare alcune considerazioni: è necessaria una conoscenza più che approfondita dei meccanismi epigenetici e soprattutto gli stessi meccanismi devono essere espressi continuamente per avere l’effetto desiderato, non deve esserci transitorietà. Per quanto riguarda l’ereditarietà caratteristica dell’epigenetica, è lecito chiedersi come sia possibile stabilire se l’espressione fenotipica indotta potrà essere tramandata alla futura generazione. La considerazione più rilevante riguarda la specificità dei prodotti: noi siamo organismi complessi, quanta sicurezza abbiamo che l’azione sia limitata al target desiderato? Quanto può essere essenziale, mirata e sicura l’applicazione o l’utilizzo del prodotto? Esiste una considerevole variabilità in tipo, quantità e attività genetica? Abbiamo la certezza di un’efficacia in tutti i soggetti esposti?
Un metodo per ovviare a quest’ultima incertezza consiste nell’approccio personalizzato tramite il quale si valuta il profilo epigenetico cutaneo, in modo da consigliare un prodotto adeguato (Skitinelli kit di EpigenCare). È quindi evidente che lo sviluppo e l’utilizzo di prodotti basati su tecniche epigenetiche necessita ulteriori studi cautelativi. Non mancano i vantaggi in questi approfondimenti: l’epigenetica è un mezzo “potente” e promettente; il genoma non ha il completo potere nel determinare i nostri tratti, ma la sua espressione può essere regolata entro un certo campo d’azione e questo è di fondamentale importanza per la nostra pelle, del resto l’organo maggiormente esposto a molti fattori ambientali (8).

Cosmetico o non cosmetico: questo è il problema

L’ultima osservazione è una questione di “identità”: se le scoperte in ambito epigenetico stanno portando a nuove sfide anche nel mondo dermatologico, un prodotto che contenga una sostanza in grado di modificare l’espressione genica può essere considerato cosmetico? È di fondamentale importanza tenere in considerazione i meccanismi epigenetici nella dermocosmesi e utilizzare prodotti cosmetici come idratanti, nutrienti o che proteggano dai raggi UV, in grado di limitare o ritardare il più possibile la manifestazione dei cambiamenti epigenetici responsabili dell’invecchiamento cutaneo.

Bibliografia
1. Van Der L (2018) Epigenetic skincare: the creams switching off ageing genes.
FT, December 28
2. Cheng JB, Cho RJ (2012) Genetics and epigenetics of the skin meet deep sequence.
J Invest Dermatol 132(3 Pt 2):923-932
3. Belser BE (2017) Epigenetics: a new way to rejuvenate skin.
Euro cosmetics 5:16-20
4. Yan M S-C, Matouk CC, Marsden PA (2010) Epigenetics of the vascular endothelium.
J Appl Physiol 109(3):916-926
5. DeSanctis M (2018) Can the Genes Responsible for Aging Be Altered by a Face Cream? These Skin-Care Companies Say Yes.
Vogue
6. Dupont C, Armant DR, Brenner CA (2009) Epigenetics: Definition, Mechanism and Clinical Perspective.
Semin Reprod Med 27(5):351-357
7. Grönniger E, Weber B, Heil O et al (2010) Aging and chronic sun exposure cause distinct epigenetic changes in human skin.
PLoS Genet 6(5):e1000971
8. Konstantinov NK, Ulff-Møller CJ, Dimitrov S et al (2015) Epigenetics and Aging: A New Player in Skin Care.
Cosm & Toil, November 20

Articolo pubblicato su Cosmetic Technology 4, 2020