Perché gli studi clinici non considerano le differenze di genere?


Perché gli studi clinici non considerano le differenze di genere?

Tiziana Mennini

Cari Lettori, questo numero de L’Integratore Nutrizionale ha un focus sul benessere femminile; argomento importante e sicuramente molto vasto, in quanto le donne attraversano varie fasi della vita caratterizzate da profondi cambiamenti biologici e fisiologici che richiedono l’apporto di nutrienti e/o integratori alimentari differenti nei diversi periodi. Ovvio che per questi aspetti ci siano studi clinici specifici per documentare, ad esempio, i benefici degli integratori durante la gravidanza, lo sviluppo o la menopausa, ma io vorrei accennare in particolare a un aspetto diverso, cioè a quegli effetti benefici che sono trasversali nei due sessi, ad esempio gli effetti cardiovascolari o quelli sulle prestazioni sportive o altro ancora.

Anche se già dagli anni ‘80 le principali organizzazioni sanitarie hanno sollevato il problema della scarsamente considerata disparità di genere, molti studi clinici ancora trascurano il gentil sesso, estrapolando poi erroneamente i risultati dall’uomo alla donna. Ma questa è un’approssimazione grossolana che può portare a errori di valutazione: ad esempio dosi attive nell’uomo potrebbero avere un’efficacia diversa nelle donne per differenze di farmacocinetica, di accumulo nel tessuto adiposo, di metabolismo e altro ancora.

Oppure studi che arruolano soggetti di entrambi i sessi spesso non analizzano i risultati delle due sottopopolazioni separatamente, e questo potrebbe produrre una variabilità nei risultati che ne cela la reale efficacia.

In questo numero accenniamo a questo aspetto nella rubrica Letteratura Scientifica, dove vengono commentate due review che riportano effetti diversi della caffeina e del nitrato nei due sessi.

È un invito agli sperimentatori a considerare le donne negli studi clinici, ricordando che le donne non sono solo “piccoli uomini”…

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