Editoriale

Elena Sgaravatti

Direttore scientifico
di Innovazione in Botanicals

Ripartire dalla biodiversità

Biodiversità: abbreviazione in lingua italiana di Biological Diversity. Un termine apparentemente semplice da decodificare, quanto invece complesso e intriso di potenziali vaste conseguenze nella sua declinazione nella realtà biologica. È un termine sul quale è bene soffermarsi a riflettere per più motivi.
Innanzitutto, per ricordare Edward O. Wilson, pluripremiato entomologo e naturalista americano che lo coniò nel 1986 asserendo che la biodiversità coincide con la “materia stessa della vita”. Autore, tra gli altri, del libro Metà della Terra – Salvare il futuro della vita, nel quale auspicava che metà della superficie terrestre fosse destinata a una riserva naturale per preservare la biodiversità. È scomparso lo scorso dicembre, a due mesi dall’appello (non certo il primo) lanciato alla vigilia del summit del Cop26, che ha indicato come “il maggiore tentativo globale di unire gli sforzi per un obiettivo chiaramente definibile per l’umanità”. E poi ha affermato: “Abbiamo bisogno di cooperazione, armonia, etica e pianificazione per portarlo a buon fine”.
Parole molto sagge che non possono più rimanere inascoltate, e qui veniamo al secondo motivo. La perdita di biodiversità, legata allo sfruttamento insostenibile dell’ambiente dovuta al cambiamento dell’uso del suolo e alle sconfinate deforestazioni per dar spazio a nuove colture intensive, è anche direttamente correlata all’aumento del rischio di malattie derivante da un maggiore contatto uomo-bestiame-fauna selvatica, quest’ultima considerata un enorme serbatoio di virus: se ne stimano fino a 800 mila in grado di infettare potenzialmente l’uomo. E d’altro canto sono zoonosi il 70% delle malattie emergenti, come ad esempio Ebola, Zika, encefalite di Nipah e quasi tutte le pandemie conosciute, come influenza aviaria, HIV/AIDS e anche COVID-191.
Il pericolo di una nuova pandemia è quindi determinato dall’aumento esponenziale dei cambiamenti prodotti dall’uomo e dagli impatti di queste attività sull’ambiente.
Un motivo per parlare di biodiversità, quindi, che purtroppo conosciamo tutti molto bene. E suggerisco di risentire/rivedere la recente, illuminante e chiara presentazione di Paola di Bernardi, dell’Università degli Studi di Torino, al recente Forum sull’Economia Circolare organizzato a Milano da Tondo, per avere un quadro molto chiaro dei rischi che stiamo correndo. Urge cambiare l’attuale modello di sviluppo, e qui l’innovazione e le biotecnologie saranno cruciali nel giocare un ruolo determinante; diversamente, il rischio di vedere gli effetti devastanti della nostra mancanza di lungimiranza sulla nostra salute è reale. E infatti, non a caso, l’approccio da adottare è quello One Health, nel quale la salute dell’uomo è strettamente correlata alla salute dell’ambiente e del mondo animale. Ma torneremo prossimamente su questo tema, magari.
Il terzo motivo è decisamente più incoraggiante e confortante: all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), uno dei cinque Centri Nazionali è dedicato alla biodiversità. Come si legge dal sito del MUR, il Centro “svolge ricerca e promuove lo sviluppo di soluzioni per monitorare, preservare e ripristinare la biodiversità funzionale, al fine di contrastare l’impatto antropico, gli effetti dei cambiamenti climatici e di supportare i servizi ecosistemici. Al tempo stesso, il Centro supporta le attività di ricerca e innovazione per la valorizzazione della biodiversità attraverso processi di economia circolare e di restoration economy, capaci di tutelare le risorse ambientali e assicurare il benessere della persona. L’elemento chiave del Centro di Biodiversità sono le key enabling technologies, come le biotecnologie, l’intelligenza artificiale e le tecnologie per le scienze della vita, che consentono di comprendere la complessità biologica e di individuare soluzioni ad alto valore tecnologico, per una gestione sostenibile della biodiversità, garantendo la resilienza degli ecosistemi e promuovendo uno stile di vita più sostenibile”. Obiettivi che davvero da tempo vogliamo condividere anche come imprese, sebbene le premesse (e in generale di tutto il PNRR) sembrano tenere queste ultime piuttosto imbrigliate, visto che le modalità di accesso si ripropongono complesse, inibenti e destinate sostanzialmente solo a grandi aziende, escludendo di fatto PMI e start up (che oltre ad essere le più numerose, sono anche quelle più inclusive di giovani e di donne). Tuttavia, non possiamo che rallegrarci della costituzione del Centro Nazionale della Biodiversità, consapevoli che in Italia, così come vantiamo il primato mondiale dei patrimoni UNESCO dell’umanità, possiamo vantare la presenza del 50% di tutta la biodiversità presente in Europa. Una condizione privilegiata e un’opportunità tanto unica quanto preziosa, da tradurre efficacemente in un rilancio del Paese, non solo economico, ma anche un’occasione portatrice di una nuova cultura, che contiamo acceleri di fatto un radicale cambiamento dei nostri modelli di sviluppo.

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