OPINION LEADER

Alessandra Semenzato

Direttore scientifico Unired
Docente Università degli Studi
di Padova

Ecodesign di prodotti solari: quali sfide?

Sviluppare prodotti cosmetici secondo criteri di ecodesign è la sfida della cosmesi moderna. Come tutto il mondo produttivo, anche il nostro settore è infatti chiamato a prendere consapevolezza delle ricadute ambientali associate non solo al ciclo di produzione ma anche al ciclo di vita dei prodotti e a trovare nuove soluzioni che siano in grado di immettere sul mercato cosmetici formulati in un’ottica di sostenibilità, evitando ogni forma di greenwashing. 

Formulare in ecodesign significa progettare un prodotto secondo criteri ambientali che tengano in considerazione parallelamente contenuto e contenitore. La costruzione di un prodotto in ecodesign non può prescindere infatti dai materiali che compongono il packaging, che ne determinano l’impatto ambientale nella sua fase di fine vita. 

L’obiettivo da raggiungere non è affatto scontato per nessuna categoria di cosmetici ma non c’è dubbio che l’asticella da superare sia posizionata ancora più in alto quando parliamo di prodotti solari, ovvero di una categoria di prodotti che hanno un ruolo specifico nella prevenzione della nostra salute e che presenta dei vincoli normativi specifici sia in termini di scelta degli ingredienti attivi (lista filtri del Regolamento sui prodotti cosmetici) che di misurazione dell’efficacia (ISO solari). 

La questione ambientale e le problematiche dell’impatto dei solari nell’ecosistema barriera corallina è emersa già da alcuni anni: i principali imputati dei danni ambientali sono filtri solari di vecchia generazione, come Oxybenzone (Benzophenone-3) e Octinoxate (Ethylhexyl Methoxycinnamate), sospettati di essere dei potenti interferenti endocrini, che sono stati vietati in alcuni stati USA. In Europa, dove a differenza degli Stati Uniti la lista dei filtri ammessi include anche molecole di ultima generazione ad ampio spettro più performanti, rinunciare a queste molecole e definirsi ocean friendly è stato semplice, anche se non è questa la corretta modalità per affrontare la sfida della sostenibilità.

Per vincerla dobbiamo allargare lo sguardo e abituarci ad aggiungere un ulteriore criterio di valutazione per selezionare le materie prime con cui formuliamo i nostri prodotti: non più solo funzionalità, SPF, aspetti applicativi/sensoriali e costi ma anche impatto ambientale, dobbiamo quindi abituarci a ragionare in termini di LCA (Life Cycle Assessment) di prodotto e di materia prima. 

Per un design formulativo sostenibile è infatti necessario considerare che ogni fase del ciclo di vita del prodotto ha una ricaduta sull’ambiente: è stato calcolato che la fase di design che comprende il sourcing delle materie prime è la fase che incide maggiormente (16%) mentre le altre fasi (manufacturing, distribution, consumer use e post consumer use) pesano più o meno in parti uguali (13-14%).

Evidentemente, la fase consumer use per i prodotti leave-on è quasi trascurabile e quindi il peso della fase di design e della scelta delle materie prime (CO2, estrazione, sintesi) risulta ancora più determinante. 

Per i prodotti rinse-off, invece, ciò che incide in modo più pesante è proprio la fase di utilizzo da parte dei consumatori e il fine vita che coinvolgono sia l’uso dell’acqua durante il lavaggio sia le implicazioni dei residui nelle acque di scarico (biodegradabilità, ecotossicità).

E nel caso di un prodotto solare? Pur essendo un prodotto leave-on la fase di utilizzo impatta in modo pesante sul mondo marino, quindi, anche criteri come biodegradabilità ed ecotossicità diventano prioritari. 

L’ecodesign formulativo di un solare non può quindi prescindere da un’attenta analisi delle materie prime utilizzate: il sistema filtrante che deve garantire la protezione, la scelta di oli ed emulsionanti e quella dei polimeri.  

La selezione dei filtri è cruciale per la protezione solare perché nei prodotti ad alto SPF (30, 50, 50+) la loro concentrazione rappresenta il 30 % degli ingredienti del prodotto. 

Non disponiamo ancora di dati sufficientemente esaustivi sull’impatto ambientale deli filtri solari ma dai primi studi sembra chiaro che le molecole di ultima generazione con caratteristiche broad spectrum rappresentino una scelta più ecofriendly: dal momento che garantiscono migliori performance in termini di protezione solare, sono quindi utilizzabili a concentrazioni più limitate rispetto alle classiche molecole organiche di prima e seconda generazione (1). Molto spesso, quando si tratta di sostenibilità, a livello marketing i filtri UV detti fisici vengono presentati come prima scelta perché considerati “naturali”. Tuttavia, proprio per la loro natura chimica (inorganica, appunto), per questa categoria di filtri (come l’ossido di zinco) non si applicano i criteri di biodegradabilità e le loro concentrazioni nell’ambiente marino potrebbero aumentare nel tempo con potenziali effetti acuti e cronici su un gran numero di specie presenti appunto nell’ambiente marino.

L’efficacia di un prodotto solare oltre che dalla tipologia di sistema filtrante utilizzato è strettamente dipendente dalla presenza di polimeri che permettono di creare film uniformi capaci sia di migliorare la resistenza al lavaggio che di implementare il cammino ottico della luce, agendo da booster di SPF.

Se in un futuro non poi così lontano i polimeri a base di acrilati, molto utilizzati nei prodotti solari allo scopo di migliorare la resistenza all’acqua e come booster di SPF, fossero identificati come microplastiche e sottoposti a restrizione come già accaduto per i derivati del nylon o del PMMA, questo inciderebbe sull’operatività poiché diverrebbero non più utilizzabili nelle formulazioni cosmetiche.

A questo proposito, vale la pena di ricordare che se è vero che tutte le plastiche sono polimeri, non è vero che tutti i polimeri sono plastiche. L’obiettivo di utilizzare nuovi materiali polimerici biodegradabili e non ecotossici che siano in grado di garantire le performance di water resistance e booster. 

Per quanto riguarda i sistemi emulsionanti e gli oli emollienti è necessario privilegiare molecole anche di sintesi o semi-sintesi ma preparate utilizzando criteri di green chemistry capaci di coniugare in modo ottimale una bassa impronta CO2 e biodegradabilità con proprietà funzionali e sensoriali elevate. Fortunatamente esiste un’ampia scelta di sistemi con cui preparare sia emulsioni acqua in olio che olio in acqua con fasi lipidiche caratterizzate da proprietà solventi molto importanti per la solubilizzazione dei filtri. 

Sostenibilità è anche saper rinunciare a ciò che non è strettamente necessario. Formulare in ecodesign vuol dire quindi realizzare prodotti semplici, utilizzando quegli ingredienti necessari a garantire aspetti sensoriali e funzionali e di stabilità del prodotto in modo da semplificare anche la fase di produzione. 

Questo stesso criterio deve essere applicato anche al packaging poiché solo i packaging monomateriale possono essere facilmente riciclabili, come flaconi e tubi che a differenza di pompe spray non richiedono l’uso di polimeri di diversa natura chimica.

Oggi i consumatori chiedono sempre di più ai cosmetici che acquistano, ricercando la sostenibilità a 360 gradi, non solo in termini di impatto ambientale e biodegradabilità, ma anche di sicurezza. In quest’ottica, è necessario un approccio più olistico, ponendo particolare attenzione alla qualità delle materie prime utilizzate e formulando prodotti solari con ingredienti che abbiano un elevato grado di dermo-affinità, adatti a tutti i tipi di pelle, anche le più sensibili. Tutto questo senza tralasciare gli aspetti sensoriali di scorrevolezza e di texture, che rendono il prodotto piacevole da applicare, in modo tale che il consumatore sia più propenso alle applicazioni ripetute nell’arco della giornata, elemento indispensabile per assicurare l’efficacia protettiva.

Biliografia

  1. Pawlowski S, Herzog B, Sohn M et al. EcoSun Pass: A tool to evaluate the ecofriendliness of UV filters used in sunscreen products. Int J Cosmet Sci. 2021;43: 201-210.

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Ecodesign di prodotti solari: quali sfide?
Figura 1

Ocimum centraliafricanum, Copper flower, indicatore di giacimenti di rame (5)